Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

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