Virtual place real pain (Fiver #05.2015)

The Charlatans

The Charlatans

Ultimamente mi è capitata una cosa che mi ha dato un po’ da pensare, al di là dell’evento stesso. Praticamente mi si sono quasi bloccati il collo e la spalla, con dolori veramente acuti. I malanni vengono e vanno (si auspica) perciò niente di particolarmente sorprendente.
Quello che mi ha sorpreso è stato che la spiegazione mi è stata data non dallo specialista interpellato ma da qualcuno che mi è più vicino. Mia figlia. “Ma papà, stai sempre con la testa chinata sul telefono o sul tablet…
Bingo! Diagnosi perfettta. Grazie dottoressa. Quanto le devo?
Ma, soprattutto, questa maledetta abitudine di buttare un occhio in continuazione a questi aggeggi infernali è veramente necessaria?
Per ogni argomento, dalla reunion delle Sleater Kinney al perchè i Verdena sono dei grandi artisti o dei gran cretini siamo subissati da una moltitudine di opinioni che ci sentiamo in dovere di seguire per avere l’illusione di non essere tagliati fuori da questa assurda piazza virtuale.
Peccato che in realtà quello è un non luogo ed il frequentarlo costa tempo e salute.
Prendiamo anche, per esempio, il non evento dell’annuncio del cartellone della nuova edizione del Primavera Sound e successive polemiche. Già, quel giochino del menga che ho perfino provato a fare, io che sono la negazione assoluta dei videogiochi. (In un mondo fatto da persone come me colossi come Nintendo, Sony e Sega sarebbero durati un paio di mesi).
Discussioni infinite sul perchè il Primavera sia finito, a volte condotte da persone che vedono quattro cinque concerti l’anno e che argomentano con un “bah guarda ho segnato non più di quindici nomi da vedere…”. E io, ancor più ottusamente, sto lì a leggermele tutte…
Premesso che ho autorizzato mia figlia a darmi un calcio qualora mi dovesse vedere per più di 10 minuti col collo storto sull’iphone rimpiango amaramente i tempi in cui per essere informato delle uscite discografiche o dei concerti in arrivo in città mi facevo una passeggiata in centro nei negozi di dischi e davo un occhiata ai muri dell’università, e alle studentesse, con infinito beneficio del mio collo e del mio umore.

The Charlatans – Come Home Baby

Come fai a voler male ad uno come Tim Burgess che si porta dietro ormai da anni un caschetto biondo che più impresentabile non si può? Come si fa a voler male a un gruppo che ha perso per strada tragicamente elementi per eventi di cronaca nera o malattie? Come si fa a voler male a chi, dopo tutti questi anni, infila un giro di hammond e ti fa cantare Come on Baby senza vergogna, braccia spalancate e sguardo felice rivolto al cielo?

Crushed Beaks – Overgrown

Londinesi innamorati dei Replacements. Mixano l’album d’esordio (in uscita il 9/2) a Roma nello studio di un quotato produttore di colonne sonore horror. Una chitarra che nel finale gioca a nascondino con gli accordi di Just Like Heaven e una sensazione di leggerezza mai fine a se stessa.

The Pop Group – Mad Truth

Ok, chi è Asia Argento? L’inquietante androgina seduta accanto a Raffaella Carrà in prima serata su Rai 1 impegnata a giudicare cantanti e ballerine o la regista di questo, piuttosto riuscito (va detto), video del Pop Group di Mark Stewart che tornano sulle scene dopo eoni? Di sicuro è una che ha capito tutto. E se questo irresistibile funkettone sbilenco e stralunato otterrà un pò di visibilità in più grazie ai suoi innegabili ed imperscrutabili agganci ne sarà valsa la pena.

A Place to Bury Strangers – We’ve come so far

Il solito schiaffo in faccia da Brooklyn. Chitarre come lame che scattano in cento direzioni diverse e quella voce femminile sepolta sotto il rumore che cerca di inserire, inutilmente, una melodia.
Tranfixiation sarà l’album della consacrazione? Non so, forse non la raggiungeranno mai la consacrazione ma farsi scorticare vivi dagli APTBS è sempre un piacere.

Colleen Green – Pay Attention

I Want To Grow Up è il nuovo album della ragazza di LA con un grande amore per i Descendents e una voce che sembra un misto tra Juliana Hatfield e Tanya Donnelly.
Esattamente il tipo di canzone che mi aspetterei di sentire uscire dalle finestre di un college americano un sabato sera.

Massimiliano Bucchieri

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