Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star, e ogni volta che la ascolto, mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento; mi fermo e penso: aspetta… ma quello sono io. Una canzone che riesce a raggiungere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto: una tempesta emozionale difficilmente controllabile.
Ci sono solo 5-6 canzoni che mi fanno quest’effetto, non di più. Thirteen è, alla fin fine, una canzone semplice. Pochi accordi di chitarra che seguono una melodia memorabile, la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che, ad un certo punto, irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
A proposito di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue. Più che una canzone, è l’archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio e via di fuga coniugato in note musicali. Sono parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. È materiale per gente che sogna ad occhi aperti e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.
Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you
L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella sensazione che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.
Won’t you tell your dad, “Get off my back”
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock and Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you, ooh-ooh
Il distacco e il rifiuto dell’autorità, fosse anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n’roll come salvezza e rifugio, ancora una volta. L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia, va tutto bene. Non importa cosa ci attende là fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora: i Rolling Stones più cupi di sempre.
Won’t you tell me what you’re thinking of?
Would you be an outlaw for my love?
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you, ooh-ooh
Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere… Ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare, ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via, ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.
Thirteen, con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare, è una canzone perfetta da reinterpretare. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti. Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha reinterpretato; si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.
Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa, ma quando arriva al verso “Rock’n Roll is here to stay”, beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca senza sembrare una forzatura.
Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.
Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista, ne hanno raccolto l’eredità. Wilco, come i Big Star, sono un gruppo pop, ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n’roll, ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come Kangaroo, per esempio.
Thirteen è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub, un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho cercato Thirteen, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi, ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 Thirteen era diventata maggiorenne da poco. È uscita nel 1972, difatti. All’epoca, i Nirvana erano il mio gruppo preferito. I Teenage Fanclub venivano subito dopo. Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo, ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo. Come se un cerchio si fosse chiuso e tutto avesse un senso.
CESARE LORENZI
