Your eyes couldn’t hide anything (Fiver #13.2015)

Big Star

Big Star


Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti, che fa ruotare il bastone per aria con aria minacciosa e ne esce sconfitta. Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, foss’anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi oscure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui reinterpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio.

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

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