The Poplover (Fiver #20.2015)

aminorplace
Ho scritto sempre pochissimo di musica italiana. Ricordo una lunga intervista a Daniele Rumori della Homesleep Records e poco altro. Un’etichetta che ha chiuso i battenti mentre non si può dire altrettanto dell’amicizia e stima che nacque quel giorno.
Non è mai stata una questione snobistica, penso. Quando nasceva l’occasione di muoversi per qualcosa che davvero mi piacesse l’ho sempre fatto al di là della provenienza geografica. Non vorrei sbagliarmi ma la primissima intervista uscita su di un mensile italiano ai Massimo Volume portava la mia firma, per esempio e ancora me ne compiaccio. Il problema casomai è sempre stato che di musica nata e prodotta in Italia me n’è piaciuta sempre poca. Tante cose carine, va bene. Alcune molto carine. Ma poco o nulla di quella roba che ti toglie il sonno, che ti manda in fibrillazione, che ti cambia anche un pò la vita.
Discorsi e gusti soggettivi, naturalmente. Non mi è mai interessato fare battaglie ideologiche. Nemmeno quando avevo vent’anni, figurarsi ora. Mi piace la statistica, però e forse è solo un problema di grandi numeri. Se ognuno di noi ha il mercato mondiale, ma anche solo quello anglo-americano, come punto di riferimento. Quanti mai potranno essere i dischi prodotti, pensati e suonati in Italia che davvero potranno fare breccia nelle proprie preferenze? Percentuale risibile, immagino, considerando i numeri della nostra produzione nazionale. Poi, se a uno interessa solo il giardino di casa non c’è nessun problema, figurarsi. Ma è un altro campionato. Pure io preferisco l’eccellenza regionale alla champions league, rimanendo in ambito calcistico. Ma la differenza tra Messi e il mio vicino di casa non penso che vada neppure spiegata.
Il circuito promo-recensione mi ha sempre creato un sacco d’imbarazzi, inoltre. Ne ho visti pochi (eufemismo), tra i giornalisti musicali, che sono riusciti a sottrarsi alla marchetta. Non di quelle finanziate, per carità. Ma il confine sottilissimo che rischia di confondersi tra amicizie, conoscenze e frequentazione degli stessi ambienti provoca comunque danni alla credibilità di una circuitazione che dovrebbe rimanere separata. Ma la divisione dei ruoli in Italia è davvero un concetto troppo complicato per il nostro dna, figurarsi in un’ambiente minuscolo come quello della scena musicale italiana.
Ogni tanto mi capita ancora che qualcuno mi mandi un promo o un link, come si usa oggi. Solitamente ringrazio e non prometto nulla. Al massimo si tratterebbe di una citazione tra queste pagine, comunque. Non proprio la maniera migliore di smuovere il mercato.
Quello che mi è successo con gli A Minor Place, non mi era ancora capitato, però. Ho apprezzato una loro canzone pubblicamente. Un innocente like su facebook, figuriamoci. In risposta ho ricevuto un messaggio privato da Andrea (il cantante) che mi domandava se poteva mandarmi un box di sette pollici della band. Alla mia solita rimostranza ha risposto in un modo che non poteva lasciarmi indifferente. Una cosa tipo: “non mi interessa se ne scriverai o meno, mi piace pensare che tu lo abbia nella tua collezione”. Vabbè, insomma, colpito e affondato.
Il mio è un’imbarazzante tentativo di mettere le mani avanti, perchè mi appresto ad utilizzare una serie di aggettivi che potrebbero farvi storcere la bocca.
Mi piace pensare che le persone, almeno un po’, si impara a conoscerle solamente leggendo quello che scrivono e, allo stesso modo, ascoltando quello che cantano. Mi piace pensare che ci si possa incontrare in mille modi differenti, anche senza mai essersi stretti la mano per davvero.
Mi piace pensare che sapesse perfettamente che non sarei riuscito a rimanere indifferente. Se potessi mandargli una fotografia della mia faccia quando per la prima volta mi sono rigirato quel piccolo ma incredibile box di sette pollici tra le mani si farebbe una grassa risata, ne sono certo. Una confezione bellissima, lussuosissima. Ogni canzone corredata da una cartolina con una fotografia e il testo della canzone. Sei dischi, dodici canzoni. Ognuno con una copertina illustrata in maniera divina. Un’operazione che mi ha ricordato la Hit Parade dei Wedding Present. 12 mesi per 12 singoli, di tanti anni fa. Sono sicuro che lo sapeva che lo avrei scritto o quantomeno pensato.
Comunque, confezione da sballo. Roba che chiunque ami il vinile, le copertine dei dischi, i booklet o quant’altro non potrà non apprezzare.
A MINOR PLACE – The Poplover

Rimane la musica, poi. Che non è decisamente l’ultima cosa che merita risalto. Sono canzoni che viaggiano alla ricerca della melodia perfetta ma con la consapevolezza che sarà improbabile farcela. Come succede nei dischi dei Pastels o nelle canzoni di Will Oldahm o nel catalogo della Sarah Records, che quantomeno a livello di attitudine mi sembrano un buon punto di riferimento. Il tutto è permeato da un senso di incompiutezza, di insicurezza diffusa. Il trucco è esserne consapevoli e mettersi comunque in gioco. Quando parte “The Poplover”, giochino degno di “Losing My Edge”, mi consegno senza rimostranze. Sono catturato, definitivamente. Forse perchè quella lista di concerti che compone il testo della canzone non è altro che la mia giovinezza, che ha trovato da oggi un’altra canzone a fargli da colonna sonora. E magari, davvero….I’m losing my edge……..but I was there. Perché c’è modo e modo di affrontare le vicende musicali, di ascoltare la musica, di relazionarsi a questo mondo.
Il mio modo e il mio mondo me lo sono ritrovato sulla scrivania, racchiuso in 12 canzoni e un piccolo, preziosissimo, box di cartone e vinile. Poplover, appunto.

DAY WAVE – We Try but We Don’t Fit In

Canzoncina al limite della perfezione, con tanto di coretti, melodia appiccicosa e spleen da non appartenenza in sottofondo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricopia gli stilemi del rock indipendente più innocuo degli ultimi anni. Ma da queste parti bands come Real Estate piacciono da sempre, e neppure poco. Intanto mi limito a cliccare play, una volta, e poi ancora, e ancora….come se fosse una necessità tornare sempre nei soliti luoghi. E sentirsi a casa.
Ep di debutto in prossima uscita.

CHRISTOPHER OWENS –

Con tutto il bene che gli si vuole le ultime cose avevano tutt’altro che convinto. Le canzoncine slabbrate che ci avevano fatto capitolare con i Girls avevano lasciato il posto ad una ricerca della classicità di suoni e arrangiamenti decisamente forzata. Il disco nuovo è un ritorno alle origini, come se avesse deciso di fare penitenza e di concedersi nell’unico modo che davvero vogliamo. Quindi brevi intermezzi pop, scrittura semplice e piccole melodie. Il disco nel suo complesso zoppica un po’ ma una manciata di canzoni ce lo fanno ritrovare dove lo avevamo abbandonato, qualche anno fa. Tanto che viene voglia di aprire la finestra, lasciarsi travolgere dall’estate. Perché, come canta lui, it’s just the music of my heart…..

OSCAR – Beautiful Words

Non sembra di certo la canzone di un debuttante, questa. Manco fosse un punto d’arrivo più che una partenza, tanto sembra essere a fuoco, perfettamente calibrata. Un’atmosfera così prettamente britannica, inoltre, che fa venir voglia di tirar fuori Parklife, i Pulp, Scott Walker e Morrissey. Nomi enormi che messi di fianco ad un ragazzino come Oscar, 23enne londinese, rischiano di sembrare fuori luogo. Ma la verità è un’altra: questa è una canzone a suo modo anch’essa classica, che già immaginiamo cantata in coro, messa in coda alle serate indie-disco, con la gente ubriaca ad abbracciarsi felice in pista che si abbandona ad un’improbabile lento.

EZTV – Trampoline

Canzone nata sotto l’egida della grande stella. Big Star come punto di riferimento, Teenage Fanclub ad indicare la strada, tre singoli uno meglio dell’altro che anticipano un debutto per Captured Tracks. Suoni super classici, melodie cristalline che riportano in auge bands come i Feelies e i primissimi REM. Insomma, un gran bel sentire.

CESARE LORENZI

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