Non leggo, non lavoro, non vado al cinema, non guardo la tv (Fiver #27.2015)

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Quando ero piccolo io era un’epoca in cui i bambini prospettavano ancora a se stessi un modello di lavoro ideale per il proprio futuro. Un archetipo concreto e realistico intendo, non quel triangolo di ambizioni fittizie oggi in voga, con sui tre lati un’ipotesi omogenea e valida indistintamente per chiunque: velina/calciatore/personaggio televisivo a scelta purché belloccio e non particolarmente acculturato. A quei tempi io avevo un’idea estremamente precisa e circoscritta riguardo a ciò che mi sarebbe piaciuto fare da grande: volevo diventare giornalaio. Mio padre, uomo di istruzione senz’altro oltre media nazionale, cercava già allora di tradurre il mio pensiero in maniera più consona a quella che lui riteneva dovesse divenire la mia futura professione, sottolineando il fatto che io a quell’età probabilmente confondevo il ruolo di giornalaio con quello di giornalista. Invece no: volevo proprio fare il giornalaio. E il motivo era molto semplice: in quel modo avrei potuto sfogliare gratuitamente qualunque giornale. La lettura mi appassionava: Zagor, Tex, Intrepido, Il Monello. E non avevo ancora scoperto Rockerilla. E il porno.
I casi della vita hanno fatto si che poi sia in effetti finito a fare il giornalista, sia pur non quale professione primaria, mentre un’edicola invece non l’ho mai aperta. Oggi che come lettore mi sono completamente spento, rimpiango moltissimo quei tempi. Come rimpiango gli anni successivi, quelli degli scritti di Easton Ellis e McInerney ritmati dalle canzoni di Elvis Costello e baluginanti il neon delle mille luci newyorchesi, i giorni dei luoghi oscuri di Bunker e quelli della perduta innocenza di Ellroy, le storie di Coupland tagliate come fossero videoclip e quelle di Hornby ricalcate sulla cronaca della mia vita. Pagine ingoiate come fossero bicchieri di gin tonic ghiacciato come quelle dei saggi sulla musica e sullo sport e le pile di Mojo, Uncut, Melody Maker, Rumore, Blow Up appoggiate ovunque, con le loro copertine sgualcite e la carta stropicciata dalle ripetute letture. Ora non ho più voglia di leggere nulla. Non ho più voglia di sfogliare la carta come non ho mai avuto voglia di leggere pensieri, parole, opinioni, storie che scorrono sullo schermo di un pc. I motivi sono molteplici quanto alla fine irrilevanti. E’ il dato di fatto che conta, nient’altro. E non avendo alcuna voglia di leggere non ho nemmeno voglia di scrivere. Non poi che le due cose siano necessariamente sequenziali e si alimentino per forza vicendevolmente. Per quanto mi riguarda però si. Non mi sembrerebbe neanche giusto scrivere non avendo voglia di leggere; in ogni caso perderei il più assiduo e attento dei lettori: me stesso.
Quindi me ne resto in un angolo, aspetto e ascolto qualche canzone di quelle che mi piacciono.

Tijuana Panthers “Front Window Down

I Tijuana Panthers fanno parte di una speciale categoria di gruppi. Quelli che la prima volta che li ascolti ti chiedi che cosa mai avessi avuto di così importante per le mani in questi anni per non esserti accorto prima di loro. Poster, in uscita a fine agosto, sarà il loro quarto disco e io, fino al giorno in cui qualcuno ha deciso di portarli a suonare in spiaggia a casa mia, non mi ero accorto nemmeno che esistessero. Eppure hanno in canna tutto ciò che a me piace. Praticamente un gigantesco anello che in un colpo solo colma tutti i gradi di separazione che esistono tra Black Lips e Parquet Courts.

Royal Headache “High

Forse un pelo troppo maestosa nella sua combinazione di strumenti/verso/coro ma maledettamente efficace. Una canzone che si gonfia subito e non cala mai, ma al tempo stesso non si decide ad esplodere. Il suo segreto è consumare tutto nello spazio di 135 secondi, che sono esattamente quelli che servono per fare grande una canzone, non uno di più non uno di meno.

Jacuzzi Boys “Happy Damage

Quando gli Jacuzzi Boys mettono da parte la deriva 60’s sognante e un po’ psichedelica lasciandosi andare al divertimento puro diventano un gruppo cui pochi sanno stare dietro. Qui rubano l’uhu-uhu a Sympathy for the Devil degli Stones e si buttano a testa in giù tra le onde alte di un pogo totale.

Autobahn “Society

Un pezzo che inizia con un basso del genere cui poi va dietro una voce del genere con me vince subito. Non avrebbe bisogno di far esplodere chitarra e batteria dopo i primi 50 secondi. Così come il cantante non avrebbe bisogno di posare con una maglia dei Bauhaus. Ma loro con me non si accontentano di portare a casa il risultato, vogliono stravincere. Dopo Eagulls altro gruppo inglese da sottolineare col pennarello rosso.

Sauna Youth “Transmitters

Questi fanno il paio con gli Autobahn di cui sopra. Ritmo serrato con una dinamica ritmo/melodia da togliere il respiro. Vuoi vedere che in Inghilterra davvero si son dati una svegliata?

Arturo Compagnoni

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