BURN BABY BURN / DEATH OF A MAGAZINES READER (Fiver #40.2015)

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Ultimamente mi sento un po’ come Guy Montag. Il protagonista di Farenheit 451 di Ray Bradbury. Il pompiere che rintracciava chi si macchiava del “reato di lettura” e distruggeva col fuoco libri e volumi. «Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia».
Solo che lui alla fine della storia si riabilitava.
Per certi versi mi sembra di aver seguito un percorso inverso. Ho amato la carta stampata. Ho ancora pile di giornali in cantina. Rockerilla, Rumore, Select, Fare Musica, Uncut, Melody Maker, Sounds, New Musical Express…
C’è stata un’epoca, che ora sembra lontanissima, nella quale il mercoledì, uscito dal lavoro, mi precipitavo alla stazione per recuperare il nuovo numero di Melody Maker (il mio preferito perchè ci scriveva Everett True) o del New Musical Express (troppo legato alla musica britannica ma andava più che bene). “Nuovo” per modo di dire, c’era uno scollamento di 10 giorni buoni tra l’uscita britannica e l’approdo nelle nostre edicole ma per la fame di notizie ed anteprime che mi divorava era un appuntamento imprescindibile.
Ci pensavo ieri sera mentre assistevo alla devastante esibizione degli irlandesi Girl Band. Un gruppo del quale ho sentito parlare per la prima volta sfogliando velocissimamente una versione digitale dell’ NME tanto da segnalarli in un Fiver di qualche mese fa.
Versione digitale, brrr. Carta stampata e versione digitale. Olio e acqua. Zucchero e sale. Due cose incompatibili, che non stanno bene insieme, per quanto mi riguarda. Dopo più di due decenni di acquisti cartacei quest’anno ho provato a sottoscrivere un abbonamento digitale al mio amato Rumore. Avrò letto un paio di pagine a numero. Sorpassato ineluttabilmente dall’attualità di un post su Facebook di pochi minuti prima. Si ma vuoi mettere l’approfondimento, l’autorevolezza di una firma?… Si tutto vero ma molto semplicemente non ho tempo e se ne ho preferisco destinarlo ad altro, di immediata fruizione.
Colpa mia perciò. Impreparato, seppur un po’ di esperienza o vogliamo chiamarla gratitudine, dovrei averla per non affondare miseramente di fronte al tremendo impatto della “rivoluzione digitale”.
I Girl Band, dicevamo. Un muro di suono, un performer assolutamente degno di nota. Io, in un angolo a fotografare e a ripostare per incassare il gradimento di amici che in buona parte sono nella stessa sala (!) o su Instagram dove la mia modesta foto, giustamente, probabilmente non se la cagherà nessuno.
Colpa anche mia perciò se Nme chiude e riappare in una versione free soffocata dalla pubblicità e praticamente illeggibile. Semplicemente muore. Da tramite politico/generazionale con la “nostra” musica a vuoto contenitore da consumo frettoloso su una metropolitana o su un treno (sperando che non ci sia una connessione funzionante, come argomenta argutamente Noisey, altrimenti neanche quello).
Non c’è molto da fare. Come interpretare l’acquisto di Pitchfork da parte di Condè Nast, il colosso editoriale che pubblica Vanity Fair, per dirne una? Una positiva inversione di tendenza? Il principio della fine della testata digitale di Chicago? Propendo più per la seconda ipotesi.
Confesso le mie colpe. Sono ormai macchiato del “reato di non lettura”.
Forse un giorno, come Montag, mi riabiliterò.
Magari bruciando una pila di Ipad.

AMERICAN WRESTLERS – I can do no wrong

GaryMc Lure è un ragazzo scozzese che dopo l’esperienza sotto la sigla Working For a Nuclear Free City si trasferisce a St Louis Missouri e su un minuscolo registratore Tascam butta giù idee e bozzetti di canzoni (storia comune ai nostri apprezzatissimi Alex G e Car Seat Headrest). I Can Do No Wrong. Qulacuno ha detto La’s? Si, non ci andiamo molto lontano. Strati di soluzioni sonore e melodie. Da tenere d’occhio (alla faccia del 6,9 di pitchfork, o di vanity fair? oh stessa cosa ormai…).

YAK – No

Dalla risorgente scena garage punk britannica i londinesi Yak non fanno prigionieri. Potenti, convulsi, ipnotici. Prodotti da Steve Mackey dei Pulp su una base quasi zeppeliana Oliver Burslem impersona un giovane David Byrne invasato e il corto circuito è completo.

DILLY DALLY – Desire

Katie Monks e Liz Ball probabilmente non erano neanche nate all’epoca di Surfer Rosa. E forse non sanno neanche chi sono Kristin Hersh e Tanya Donnelly ma nei loro pezzi i rimandi a quegli anni sono un diluvio. C’è stato un periodo post Nevermind nel quale uscirono un sacco di singoli che avevano un suono molto simile tra loro. Questo delle ragazze di Toronto potrebbe essere uno di quelli. E, nella mia considerazione, non è affatto un insulto.

ELEANOR FRIEDBERGER – False alphabet city

Deliziosa Eleanor. Una scintillante carriera solista una volta lasciati i Fiery Furnaces. Questo è un altro gioiellino di pop angolare e irresistibile scaturito dalla collaborazione con l’artista Sara Magenheimer e dal film girato insieme in cui Eleanor interpreta una dj di New York. Pezzo arioso da ascoltare in macchina a finestrini abbassati ma, vista la stagione, anche con una tazza di te in mano guardando la pioggia fuori dalla finestra. Universale.

MARITIME – Inside out

Guilty pleasures. Quelle passioni che è meglio non sbandierare troppo perchè non ti rendono molto “cool” agli occhi degli altri. Ecco, a parte un bel chissenefrega, i Mariime, nati sulle ceneri dei Promise Ring, hanno sempre avuto un canale privilegiato verso lo stereo di casa mia anche se i loro pezzi non sono mai stati niente di rivoluzionario o illuminante. Semplici belle canzoni di rock “emozionale” che mi svoltano la giornata. Non mi pare poca cosa.

Massimiliano Bucchieri

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