I hope when I die, I feel this alive (Fiver #44.2015)

Protomartyr

Protomartyr

Mi pare fosse una foto dell’ultimo concerto di Stephen Malkmus al Covo. Una ripresa del palcoscenico dall’alto, dove si vedevano chiaramente le prime file.
Ho riconosciuto almeno 20 persone, seppur, come dicevo, fossero riprese dall’alto e di spalle.
Il 75% erano uomini. Il 90% pelati.
In maggior parte amici o conoscenti.
Età media dai 40 ai 50. La stessa di Malkmus, impegnato sul palco, del resto.
L’indie-rock invecchia e sembra una contraddizione poco sostenibile. Mi sono sempre immaginato che le etichette indipendenti ( e di conseguenza i gruppi) arrivassero prima, che fosse una questione di gioventù in qualche modo contrapposta ad una visione “antica” di intendere non solo la musica ma la vita in generale.
Invece ricambio generazionale se n’è visto poco. Non ho nessuna statistica o studio scientifico che possa in qualche modo comprovare quello che ho appena affermato, sia chiaro. Mi baso solo su sensazioni che mi accompagnano nel mio peregrinare in chiave musicale di ogni giorno. Entro in un negozio di dischi e ci trovo vecchi amici, gente di mezza età che ha resistito alla buriana del digitale e adesso si gode una minuscola rivincita. Frequento i concerti, probabilmente dei gruppi sbagliati ma ci si ritrova sempre tra le stesse persone.
E’ un argomento che ha solleticato già qualcuno della vecchia guardia, quelli che hanno vissuto gli anni novanta e che si ripropone a cadenza regolare da quando Stereogum lanciò qualche anno fa un brillante e condivisibile articolo sulla gentriificazione dell’indie rock in genere. (http://www.stereogum.com/1426101/deconstructing-the-o-c-and-indie-rock-gentrification/top-stories/lead-story/)
Mi ha fatto tornare in mente questa vicenda che sinceramente all’epoca mi era bellamente scivolata addosso una canzone di un gruppo nuovo, i Beach Slang.
I Beach Slang sono nuovi quanto può esserlo un gruppo indie in questi giorni. Il cantante ha 40 anni e un precedente fallimento di band alle spalle. Suonano come se fosse il 1993 in una formazione che immagino possa essere di due chitarre, un basso e una batteria. Quello che è nuovo, se vogliamo, è la consapevolezza di quale sia il proprio posto nell’universo. Ad un certo punto canta: too young to die, too late to die young. Sembra quasi una dichiarazione di intenti: siamo questi, ormai con troppi anni alle spalle anche solo per immaginarsi una fine da rockstar maledetta (bisogna lasciarci le penne entro i 28, in questo caso) ma, allo stesso tempo, ancora troppo giovani per ritirarsi sulle panchine del parco a dare da mangiare ai piccioni. Una canzone che è in qualche modo anche un manifesto di come affrontare la mezza età da indie-rockers senza particolari timori e con un pizzico di malcelato orgoglio, insomma.
Perchè, come mi dice un amico, cos’altro potremmo fare?

Beach Slang – Too Late To Die Young

Non che sia poi la canzone più indicativa della band che solitamente pesta di brutto, come si conviene ad una band punk-rock. Ma i motivi per cui oggi si ascolta questa, prettamente acustica, spero siano sufficentemente chiari.

Protomartyr – I Forgive You

Ne abbiamo parlato la prima volta nell’aprile del 2014. Poi, ancora, a giugno di quest’anno. Protomartyr è una di quelle band che mette tutti d’accordo da queste parti e non è così usuale che accada. Siamo stati tra i primi ad arrivarci insomma e talvolta bisogna mostrare le proprie medaglie.
Joe Casey, del resto, sembra proprio uno di noi. Aria da impiegato (noi siamo infinitamente più belli, sia chiaro), doppio petto e lattina di birra in mano. Sembra costantemente ubriaco sul palco anche quando non lo è per nulla. Del resto è lui stesso a confidare che: “I look like a drunk: old, fat, and I slur my words.” Il fatto di biascicare incomprensibilmente il più delle volte ha fatto tirare fuori il nome di Mark E. Smith. Ha 37 anni e ha appena pubblicato quello che finirà senza ombra di dubbio tra i nostri dischi dell’anno. Questa canzone qui in mezzo, oggi, semplicemente doveva starci.

Sunflower Bean – Wall Watcher

Non mi sorprenderebbe se tra qualche mese ce li ritroviamo in copertina da qualche parte. Sarà che i riferimenti musicali sono quelli giusti per il momento, quantomeno se si considera il successo di una band come Tame Impala (hanno scritto una canzone che li omaggia, del resto), sarà che il physique du rôle sembra quello giusto ma insomma un euro su di loro lo punterei senza paura. Sono giovani (alè!!), vengono da Brooklyn, il pezzo è bello e magari ne parleremo ancora tra 15 anni, chissà.

Martin Courtney – Vestiges

Martin Courtney è il chitarrista dei Real Estate, qui in veste solista. Il disco è delizioso. Delizioso è un aggettivo che solitamente si utilizza per musica che non fa male. Uno di quelli che magari non siete costretti a cambiare quando salgono i vostri genitori in macchina.
Martin Courtney, sono sicuro, ama i Big Star, i dischi giusti dei Fleetwood Mac, un po’ di new wave d’annata e ha consumato i dischi dei Teenage Fanclub. Tanto basta, direi.

Richard Hell – Blank Generation

Ork Records: New York, New York è il titolo di un box appena pubblicato che va a raccogliere tutti i singoli (pubblicava solo 7 pollici) della Ork records. Un’etichetta newyorkese considerata a ragione la prima etichetta punk, durata lo spazio di una breve stagione, dal 1975 (il primo singolo dei Television) al 1980. Solo singoli si diceva, solo nomi che alla fine entreranno di diritto nella storia del punk americano come precursori. Del resto la Ork ha avuto proprio il merito di raccogliere i fermenti del primo CBGB.
Si diceva di questo nuovo box dato alle stampe dalla The Numero Group (le sue ristampe sono delle vere e proprie opere d’arte). Raccoglie tutti i singoli dell’etichetta e qualche canzone rimasta inedita fino ad ora. Musicalmente è il vangelo. La confezione è spaziale (io tra le mani ho quella di 4 LP) con un libro di 190 pagine semplicemente bellissimo. Per quello che offre non costa neppure tanto, tra le altre cose.

CESARE LORENZI

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