ventottozeroseiduemiladieci (Fiver #47.2015)

35836_407366178525_7948650_n (1)
Ci sono concerti che, forse per caso o forse no, segnano come una cicatrice un passaggio della tua vita. Il momento in cui tutto è rotto, ma ricominci a respirare. Concerti in cui sudando e pogando e ballando e cantando con tutto il fiato che hai nei polmoni ti liberi di un mostro che, sai, tornerà, ma intanto hai vinto il primo round.

F era uno straccio, pezzetti sparpagliati: un mese che aveva mollato tutto, tutto quello che era stata la sua vita per quasi dieci anni.
Quattro settimane esatte che stava in sala prove, di fianco al suo basso a dormire sul divano rosso sfondato e puzzolente.
Era arrivato da me che era domenica, ubriaco come un’acciuga e con la faccia più vecchia di una vita intera e mi aveva detto solo : «ehi bro, non è che mi dai le chiavi della saletta, che mi sa che ci dormo per un po’?». L’avevo accompagnato nel fienile, ci eravamo aperti una birra in silenzio finché mi aveva spiegato: «me ne sono andato. L’ho lasciata e ho mollato la casa e tutto il resto. Tutto.». Parlava piano fissando l’aria davanti a sé: «ho perso la testa per due occhi macchiati d’oro e ritrovato la mia: l’avevo nascosta dietro lo stereo spento e non me lo ricordavo più.».
Non dissi niente. Non c’era nulla da rispondere.

Quel pomeriggio si doveva suonare: nessun concerto in vista, nessun pezzo nuovo ma la band si trovava tutti i giorni da quando F si era piazzato, una sacca da militare e nient’altro, nel fienile.
Mia mamma faceva la mamma e non mancavano mai colazioni e pranzi e cene tutti assieme ma la notte sapevo che era lì dentro da solo a fare i conti coi suoi fantasmi, con le sue scelte, con la voglia di ripartire e il terrore di essersi fottuto con le sue stesse mani.
Stavo con lui tutte le sere e suonavamo ancora o parlavamo o stavamo zitti ad ascoltare un disco.
Quel pomeriggio c’erano tutti i Kowalski a suonare in saletta. Si rideva e si faceva baccano sognando i locali di Londra e Berlino. Con quel nome, dicevamo, non possiamo non sfondare.
Dopo quasi dieci giorni F si era finalmente alzato dal divano ed era andato in paese. Da lì un treno fino a Reggio solo per andare in un negozio di dischi e tornare col nuovo degli STP.
Poi, quel pomeriggio, aveva attaccato il giro che ci aveva mandati fuori di testa quindici anni prima e che avevamo suonato mille e mille volte facendo tremare i muri della saletta mentre il nonno bestemmiava dal cortile.
Avevamo graffiato gli accordi di Vasoline come degli invasati e poi Eugo che dice: «ma lo sapete che suonano fra qualche settimana a Milano?»
Non possiamo non andare.
Andiamo tutti?
Certo, tutta la band.

Quel pomeriggio si suonavano solo cover: solo STP. Quel pomeriggio si partiva CorreggioMilano andata e ritorno per Scott Weiland e soci riuniti all’Alcatraz e chissenefrega di come suonava Between The Lines che poi era una bomba comunque. Noi urlavamo Plush, Down e aspettavamo di sentire i fratelli DeLeo spaccare basso e chitarra come solo loro nei novanta.
Il furgone era pronto, la cassa di birra quasi fresca che sarebbe diventata bollente poco dopo Piacenza, il caricacd pieno, i finestrini spalancati per i trentamila gradi sull’asfalto che si scioglieva sotto i cavalletti delle moto.
Partiti, radio a palla e stradina tra i fossi. F rideva e guardava fuori. Batteva i pugni sulla testa di Nick quando partiva il basso in un pezzo.
Eravamo tutti assieme in quel furgone e sembrava che il pomeriggio di sole non potesse che volarsene via leggero verso il nostro momento. Ed erano scherzi, gavettoni di birra e le bestemmie di Manimal che mi smerdate tutto sto furgone che già fa cagare.
Era bello vedere di nuovo F cantare, ridere con noi, bere senza quella smorfia buia sulle labbra, senza lo sguardo spento delle ultime settimane.
A volte, certo, si rabbuiava. Gli occhi si facevano grigi e guardavano qualcosa che potevano vedere solo loro. Solo lui. Forse qualcosa che sapeva non avrebbe visto più e allora strappavo la linguetta della lattina e gliela passavo e lui sorrideva di nuovo e diceva grazie mordendosi il labbro.

La strada era filata svelta sotto le gomme lisce che se frenavi andavi avanti un chilometro, ma chi ce li ha i soldi per cambiarle? Ed era il nostro viaggio, come se stessimo andando noi a suonare all’Alcatraz, come se il concerto fosse il nostro ed eravamo noi, tutta la band, i fratelli di sempre che non avevano fidanzate rompipalle e lavori di merda per pagare l’affitto e cuori spezzati o brutte storie con troppe birre la sera o troppo sballo nei weekend.
La strada andava e faceva caldo e noi eravamo quei bambini di sei anni che suonavano strumenti immaginari nel fienile di Eugo e chi lo sapeva che sarebbe diventata la nostra sala prove e quel posto che ci aveva salvati, a turno, tutti quanti dai nostri mostri.
Il pubblico era bollente. Scott sul palco che si muove come un serpente abbottonato nel suo completo elegante e tutti gli altri a dimenticarsi di essere fuori moda, fuori tempo e con qualche anno di troppo tra le dita, ma per quella sera noi e loro era solo everything’s gone everything goes, siamo nel ’95 per un momento e la cassa che adesso ti sfonda il torace è ancora quella che ti faceva saltare e pogare come un disperato, come se nessuno potesse mai avere più di vent’anni.

E poi, fuori nel parcheggio le camicie a scacchi spalancate e fradice, le maglie tarocche con la stella di N. 4 di tutti i colori.
Seduti per terra a riprendere fiato, in cerchio davanti al furgone con le birre rimaste, calde come piscio ma mai state così buone. Ultime lattine da passare, sorrisi con gli occhi che brillano e pacche sulle spalle. E, sentito che scaletta? Ma Scott, che bomba è stato? É di nuovo in forma, il bastardo. E, che figata, ragazzi, dobbiamo rifarlo.
Forse era un cerchio magico: un rito di cui non sapevamo di essere i cerimonieri.
Capivamo, senza sapere perché, che era un momento unico, qualcosa da tenere stretto.
L’ultimo viaggio al completo della band, ma non potevamo immaginarlo seduti su quel marciapiede.
L’inizio di una vita nuova per F. Quello sì, lo si vedeva dal suo sguardo che era tornato quello di un lupo. Quello che avevo conosciuto fin dalle elementari e con cui ero cresciuto: occhi affamati di ritmo e note e vita e fuoco. Occhi accesi, che ti fissano e ti scrutano e poi si perdono nei loro sogni.
Quella sera, sotto a quel palco si era scrollato di dosso un demone e aveva rimesso la prima e, con calma, sarebbe ripartito per tornare ai cento all’ora. Lo sentivo, mentre cantavamo stonati in inglese storpiato breathing is the hardest thing to do-with all i’ve said and alla that’s dead for you-you lied, good bye e F aveva gli occhi più umidi e rossi ma cantava con tutta la voce che aveva e mi stringeva la spalla come se fosse stata l’ultima cosa a cui si sarebbe mai aggrappato.

in memoria di
Scott Weiland
27/10/1967 – 03/12/2015

Fabio Rodda

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...