For real (Fiver #33.2017)


Considerando le mie limitate ambizioni e i miei pochi interessi – musica, gioco del calcio, qualche buon film e ogni tanto una lettura appropriata – il fatto di essere nato e vissuto in una città come Bologna è stato, a conti fatti, un evidente vantaggio. Lo riconosco da sempre, derubricando a semplice perseveranza quelli che qualche amico di manica larga considera meriti acquisiti sul campo. Obiettivamente faccio fatica a considerare virtù il fatto di poter segnare a curriculum la presenza a concerti storici e aver visto all’opera certi calciatori, perché di questo alla fine sostanzialmente si parla. Medaglie di latta se non di cartone.
Abitare in una città che all’altezza dei tuoi quindici anni ti accorda il privilegio di assistere a un concerto gratuito dei Clash in piazza (tour London Calling, mica cazzi) può effettivamente indirizzare la vita in un senso piuttosto che in un altro. Ancor più se nel paio di anni che seguono quel concerto fatale – l’epoca in cui anagraficamente ti iscrivi al club dei maggiorenni – quella stessa città apre le porte del suo palasport per mostrarti cosa è successo ai Joy Division subito dopo la morte del loro cantante (New Order, tour di Movement) e ti fornisce i mezzi per decifrare uno dei più interessanti momenti musicali degli ultimi 40 anni concedendoti la possibilità di vedere all’opera dal vivo nel momento giusto gente tipo Gang of 4, Devo, Killing Joke, Bauhaus, Chrome, DNA.
Il merito principale non va dunque a me quanto ai miei genitori che decisero di traslocare sotto le due torri giusto qualche mese prima della mia nascita. Di mio ho messo la costanza e la fedeltà nel tempo, a me stesso e alla causa del rock and roll. Sono solo stato presente e questa probabilmente è una qualità che posso esibire. Perché in fondo essere presenti è una scelta, una scelta che oggi probabilmente pochi deciderebbero di fare in un mondo in cui il digitale ha sostituito il reale e la partecipazione diventa inevitabilmente fittizia. Niente di male, non c’è un giusto e uno sbagliato e anzi forse è meglio così. Ci si stanca di meno, si dura di più e se è vero che le emozioni smarriscono il loro impeto nel setaccio del virtuale è anche vero che lo sconforto della delusione può essere smorzato con un clic della tastiera.


Hallelujah! “We don’t Play in a U.S.A. Band” dal 10” split con gli Inutili (Aagoo & Welcome In The Shit Records, 2017)

A Bologna c’è una squadra di calcio che negli anni della mia formazione come appassionato di football giocava solamente in serie A. Anzi di più: assieme a Milan, Inter e Juventus era allora una delle quattro compagini che potevano vantare il fatto di non essere mai retrocesse in serie B. Una squadra le cui partite mi hanno consentito di ammirare in campo nel tempo gente come Helmut Haller, Giacomo Bulgarelli, Eraldo Pecci, Beppe Dossena, Roberto Mancini e più avanti Roberto Baggio e Beppe Signori.
La prima volta che entrai in uno stadio fu per vedere quella squadra giocare contro un Cagliari che solo un paio di anni prima scendeva in campo con lo scudetto cucito sulla maglietta e il cui centravanti di nome faceva Gigi Riva. Il Bologna era allenato da Edmondo Fabbri e quell’anno in coppa Uefa era uscito ai sedicesimi con lo Željezničar di Sarajevo dopo aver eliminato l’Anderlecht al primo turno. Col Cagliari finì due a uno. Se ricordo ben uno dei due gol per i rossoblu di casa fu un’autorete del leggendario Comunardo Niccolai. Io dovevo ancora compiere sette anni e frequentavo la prima elementare.


Beaches “Arrow” da Second of Spring LP (Chapter Music, 2017)

Non ho mai tifato per la squadra della mia città perché la tradizione di famiglia mi ha mandato da un’altra parte, ma mi è sempre piaciuto andare alle partite di calcio e pur non tenendo per il Bologna Football Club sono stato abbonato allo stadio per tanti anni. Quel giorno, il giorno della mia prima partita di calcio sulle gradinate del Comunale, ho imparato una cosa che per quanto possa apparire assolutamente retorica è anche totalmente vera: il verde di un campo di calcio ha una luce diversa quando ti si para davanti nel momento in cui sbuchi fuori dalla penombra di uno degli ingressi piazzati sotto le scalinate rispetto al colore che ti propone la pur altissima definizione dell’ultimo modello di televisore piazzato nel salotto di casa tua.


Escape-ism “Almost No One (Can Have My Love)” da Introduction to Escape-ism LP (Merge, 2017)

Ieri guardavo con Giulio una partita, in televisione appunto. A un certo punto lui mi ha fatto una domanda apparentemente stramba: Perché quando andiamo allo stadio una partita sembra durare molto meno rispetto a quando la guardiamo in televisione? Ci ho pensato giusto l’attimo di rendermi conto che aveva ragione, anche per me era così. E allora gli ho risposto con sicurezza: Perché quando andiamo allo stadio siamo più coinvolti, viviamo la partita con un tipo di emozione diversa e questa emozione accelera i battiti del cuore. Quindi ci sembra tutto più veloce e di conseguenza più breve.


The World “Hot Shopper” da First World Record LP (Upset! The Rhythm, 2017)

Musica e calcio sono forse le due faccende che più frequentemente mi capita di affrontare con la gente che conosco. Spesso ascolto giudizi da conoscenti che sia pur molto appassionati ai due argomenti di cui sopra – peraltro classici ritardanti entrambi l’età adulta – non frequenta i luoghi dove si svolgono questi due eventi. Il che, per quanto la modalità sia figlia dei tempi dunque del tutto giustificabile, continua a stupirmi. Un po’ come se un fervente cattolico osservante e credente non andasse poi in chiesa la domenica.
Ogni tanto capita che mi chieda se nascendo in questi tempi avrei fatto le stesse scelte. Non so darmi una risposta, mi dico che sono stato fortunato a vivere anche un’epoca diversa da questa ma subito dopo cancello il pensiero rendendomi conto che quel concetto è probabilmente identico a quello che si trova a formulare qualunque persona quando inizia a diventare vecchia, in ogni epoca, in qualunque paese: ai miei tempi era tutto meglio.


Flesh World “Into the Shroud” da Into the Shroud LP (Dark Entries, 2017)

Non ho imparato molto dalle esperienze fatte sinora, però al di là di tutto quello che ho appena scritto qui sopra una delle poche cose che ho capito è che per apprezzare veramente una situazione bisogna viverla. Andare a vedere un concerto, così come andare allo stadio consente di farsi coinvolgere in quell’avvenimento in una maniera diversa. Di starci in mezzo e farsi trascinare. Permette letteralmente di respirarlo. Farselo raccontare da chi c’è stato, da una televisione o dallo schermo di un computer non è la stessa cosa. Per niente. Chi non lo capisce si sta perdendo qualcosa e forse dovrebbe fare uno sforzo per provare. Sconfiggere i tempi e sovvertire il nuovo ordine.
Ma francamente sono affari suoi, a me tutto sommato importa una sega.

Arturo Compagnoni

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