6 febbraio 2018 (Fiver # 07.2018)

I treni di notte. I treni al buio. I treni quando non è ancora notte ma nel grande vetro di fianco al sedile vedi solo il tuo riflesso, solo su quelle quattro poltrone di un blu così brutto che non possono essere che in un treno vuoto. Freddo e triste e non è nemmeno notte.
Torno a casa.
Lascio casa.
Torno a casa mia: i miei muri, i miei colori, i libri, i dischi, il divano che ho scelto, la vista bellissima che ho deciso di avere dal terrazzo.
Lascio casa mia: dove sono nato, dove un pezzo di cuore è sempre rimasto, anche nei giorni di rabbia in cui non volevo tornare.
Ma quell’odore di aria pulita e legna bruciata mi chiama ogni anno di più.
Dove sono nato. Dove siamo cresciuti.

Quante corse assieme nel parco della Villa, affascinante e spaventosa. Quante avventure attorno a quel laghetto, quanti racconti dell’orrore in quella soffitta. A cercar fantasmi o a filare tra i rami con le biciclette.
Tuo fratello che sopportava i nostri giochi e i tuoi dispetti, lui che doveva andarsene, come tutti noi, per ritrovarsi.
Quanti pomeriggi assieme. Tanto, tantissimo tempo fa.
Poi, siamo cresciuti. E tu eri il mio amico bello e inquieto, con quel sorriso sbruffone e sincero che faceva girar la testa alle ragazzine.
Eri quello che ci sapeva fare, che giocava bene a pallacanestro, che a scuola se la cavava ma ci andava coi jeans giusti e la camicia a scacchi giusta e quella faccia giusta.
Eri quello del paese, col cugino più grande che ti presentava i bulletti con le vespe, con le prime sigarette.
I pomeriggi a far correre il motorino nel cortile di casa tua che fuori non avevamo l’età per andare.
Tu, che alle ansie urlavi in faccia e non avevi paura di niente. Io, che le mie le tacevo perché non trovavo le parole. Perché non ero davvero di lì, il dialetto l’avevo imparato – male – a scuola. La famiglia arrivata da fuori e solo i vecchi ricordavano che i nonni erano lì da sempre. Che la Bruna Modesta, e la sua famiglia, non si era mai mossa dalla grande casa, una volta un mulino, in quel pezzo di terra dove comincia la curva per andare ad Aune. Da dove veniva il nonno.
Il sangue che mi scorreva dentro era figlio di quelle Vette ma non la lingua, né quel piglio borghese e lombardo in cui vivevo.

Tutto è tornato alla memoria con uno schiaffo l’altro pomeriggio, quando la Manu – la nostra Manu, di quando eravamo bambini: l’Emanuela di cui io ero innamorato, ma che non aveva occhi che per te – mi ha scritto quello che stava succedendo.
Che non c’era più tempo. Nemmeno per salutarti vedendoti ricambiare un sorriso.
Troppo tardi. Non potevo saperlo.
Avrei potuto?
La vita prende le sue strade e in un lampo ci siamo perduti. Le biciclette con le bandiere della tua Inter e del mio Milan nel cortile della casa dei nonni mentre facevamo merenda e poi, all’improvviso, eravamo giovani uomini in fuga. Tu verso un posto che sembrava lontano, per poi tornare. Io solo poche centinaia di chilometri a sud, via da quei monti che mi soffocavano e che ora mi mancano tanto da pensare al ritorno.
Poi, gli anni. La vita che va, vola come e dove vuole.
Ci siamo persi.
Per quanti anni non un incontro, nemmeno casuale?
Non doveva bastare quel “e Manuel, come sta?” domandato al bar ogni volta che tornavo e ci incontravo una faccia conosciuta.
Non doveva bastarmi, ma è stato così.
Siamo sempre così impegnati a rincorrere il nostro piccolo mondo, che non troviamo il tempo per fermarci un attimo e cercare chi in un altro, lunghissimo, momento è stato così tanto. Così importante.
Non doveva bastare, ma è bastato. E quando ci siamo visti è stato bello salutarci, ma ognuno aveva in testa le proprie cose, i propri tempi, i propri luoghi.
Distanti non di cuore ma di parole, di pudore. E così non ho saputo.
Sarebbe cambiato qualcosa? Forse un messaggio ogni tanto per sapere come stavi. Forse una serata a bere birre assieme. Forse. Ma non è successo.
E adesso torno verso casa allontanandomi da casa, guardando il mio riflesso invecchiato nello specchio improvvisato dal buio attorno a questi binari solitari.

Adesso mi vesto bene. Almeno, come piace a me, non come trent’anni e poco meno fa, sai? Le ragazze, poi, hanno cominciato a guardare anche me. Succedeva tempo fa, ma io e te non scoprivamo più assieme le cose della vita già da qualche tempo.
Il basket, quello no: sono rimasto una schiappa e tu mi avresti battuto ogni volta, anno dopo anno, se avessimo giocato uno contro uno.
Sono rimasto un mezzo secchione: mi sono laureato, anche se poi sono finito a fare un lavoro simile al tuo. Io facevo da bere, tu da mangiare. Lo vedi? Eravamo una bella squadra e lo saremmo stati anche trent’anni dopo.
Troppi condizionali. Troppe cose mai successe.
Mi sono addormentato e ho sognato. Non ho sognato te, ma ho sognato di svegliarmi cieco. Di tornare a Pedavena dicendo addio a tutte le persone che amo perché non vedevo più e volevo almeno sentire, col naso e col cuore, qualcosa per cui alzarmi la mattina.
Ho sognato di svegliarmi cieco perché non ho visto. Non ho guardato e ti ho perso così, in chissà quale pomeriggio d’estate di foto ingiallite dai colori sempre un po’ sbiaditi, in cui chissà da che parte hai voltato tu. Da che parte io.

Io torno sulle mie gambe in questo treno e non riesco a non vedere gli occhi stravolti di tua madre, oggi pomeriggio, il sorriso di tuo fratello, lo sguardo perso di tuo padre.
Io torno e tu ora sei cenere scura, come quella dei camini che scaldano il nostro paese per dieci mesi l’anno. Che riempiono l’aria di quell’odore che per me rimarrà sempre “casa”.
Le corse in bici, tu sempre davanti.
Le case abbandonate da esplorare per spaventare Laura ed Emanuela.
Non ti rivedrò mai più.
Non ti ho visto per anni. Quasi per decine di anni e, quindi, che cosa cambia? Nei fatti, cosa cambia?
Forse, nulla. Le nostre vite sarebbero continuate lontane e forse non si sarebbero mai incrociate lo stesso.
Forse.
Ma, fino a ieri, potevo fantasticare di capitare in quel ristorante e, a fine cena, farti un’improvvisata in cucina solo per un abbraccio e una pacca sulla spalla senza dirci niente, che dopo più di vent’anni c’è troppo da dire e non si trovano le parole, ma le pacche sulle spalle sono le stesse e gli abbracci pure.
E, a volte, dicono più di mille parole.
Oggi, invece, questo pensiero si spegne in una cassa coperta di fiori bianchi. Nella voce di tua zia che leggeva le tue parole, strazianti, scritte poche settimane fa.

Un mio caro amico – un tipo che ti sarebbe piaciuto, ne sono sicuro – una volta mi ha detto che ci sono tre cose che un uomo non dovrebbe fare nella vita: scrivere un libro, piantare un albero, fare un figlio. Tutte e tre queste cose sono destinate a superarti.
Io e te ci siamo fatti superare.
Io da pagine inchiostrate, tu da una Principessa e un Principino, che mai sapranno – forse – delle nostre corse in bicicletta.
In questo buio freddo mi manchi, amico mio.
E voglio che tu sappia che ti penso. Che non ho mai smesso di farlo.
Che per me sarai sempre quello che ammiravo perché Maura nelle ore di artistica, alle medie, mi aveva fatto palpitare il cuore dicendomi che a ricreazione doveva parlarmi. Ma nella pausa quel parlare era chiedermi di dare a te, il bello e giusto Manuel, un bigliettino: un numero di telefono e l’invito a uscire dopo scuola e io ne soffrivo, quasi t’invidiavo ma poi non potevo, perché tu eri sempre Manuel, il mio amico, quello delle corse attorno al laghetto della Villa.
Che per me sarai sempre quello che arriva davanti ad una pizzeria adesso chiusa per una cena di classe delle medie, ed io, felpa griffata e i soliti vestiti da sfigato, ti guardavo a bocca aperta camminare sfacciato, le mani in tasca nei tuoi jeans strappati, la camicia a scacchi come i ragazzi grandi, seduti in piazza sui motorini a fumare. E gli occhi di Maura che si illuminavano.
E così i miei. Perché la visione sognata di tutto quello che io non ero, era il mio amico, quello che avrei voluto essere io. Quello che ho lasciato andar via perché ero diventato cieco. Quello che adesso non c’è più. E io a chi mai li racconterò tutti questi ricordi che mi appesantiscono il cuore?

Fabio Rodda

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