I dischi che piacciono solo a me, credo #20

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Nina Hagen – Angstlos (CBS, 1983)

“Der neueste Nightclub macht auf heut’ Nacht”

Mi ripeto spesso che Nina Hagen è responsabile della mia salvezza. Non per convincermene, solo per ricordarmi come alcune volte i bivi della vita affrontino inaspettate curve. Senza derapare. No, nessun miracolo, nessuna auto prossima ad investirmi, nessun meteorite o Torre di Guardia. Nessuna tentazione di tifare Juventus, soprattutto. No, niente di tutto questo; mi impedì solamente di cedere, ritornando sui giusti binari – a scartamento ridotto, bene sottolinearlo – nei quali la mia vita si era instradata. Cose di nullo conto, che credete, ai massimi sistemi non ho mai dato gran credito dacchè sono le piccole cose a renderti davvero pregna l’esistenza, per quanto piccola e miserevole possa essere, e se nasci tondo al massimo puoi morire ovale.

Nel 1983 avevo un flirt – uno dei rari: piccolo ma significativo – uno di quei soliti flirt senza infamia né lode che ti colpiscono durante i quadrimestri. Un po’ come il raffreddore o la classica insufficienza, inaspettata o meno. Sai che arrivano ma non sai quando. Un piccolo affetto adolescenziale: stesso istituto e stessa sezione. Una misera classe di distanza. Una brava ragazza, incidentalmente agli antipodi rispetto ad un autistico e sciatto appassionato di musica piuttosto borderline quale ero solito essere. Una brava ragazza, ripeto: bravissima, quasi perfetta. Il mio contraltare esatto, l’altra faccia della medaglia fuori corso. Laddove ero insofferente e menefreghista lei era puntuale e presente; dove mi inalberavo in voli pindarici di nullo conto lei aveva la testa sulle spalle ed una maturità fuori dal comune. Pure troppo. Ci frequentammo per un po’, con molto spirito e poco corpo (la precisione carnale di alcune donne è davvero fuori dal comune sebbene debba ammettere che nemmeno io ero ‘sto fulmine di guerra). Fu tutto precipitoso, troppo precipitoso. Precipitoso e inquietante, tanto che – in men che non si dica – mi ritrovai ammesso a corte e ai pranzi di famiglia, senza rendermene conto. Io volevo acquistare i dischi delle X Mal Deutschland e invece mi scoprivo a conversare amabilmente con la nonna; vecchierella simpatica che – forse – aveva già capito tutto. Ero spacciato e non lo sapevo.

Una domenica d’inverno fui costretto ad accompagnare lei e la sua cricca di amiche Fruit Of The Loom nella discoteca più in auge della città. Una discoteca con tutti i crismi, di quelle totalmente anni ottanta, con tutta la loro Italo Disco in rassegna, i Ciao parcheggiati nelle vicinanze e il Bosford in bella vista sul bancone. Un agglomerato di divanetti damascati, giacche a doppio petto, ballerine (le scarpe), cocktail del cazzo e chiacchiere inutili. Non vi ero mai stato per alcune mie scrupolose paturnie relative a nebulosi vincoli morali. La lotta di classe, mi dicevo. Lotta di classe (scolastica e non) uber alles, la stessa che mi rendeva extraparlamentare in quell’istituto dove non è che fossi propriamente un maître á penser. Ero riuscito a non mettervi mai piede, strenuamente bellicoso verso quella riccanza stronza. Ma per amore (o un suo surrogato) i sacrifici sono all’ordine del giorno. Vi andai con la morte nel cuore, devastato dalla consapevolezza che mi stava attanagliando sterno e gonadi.

Un vecchio palazzo in centro città, un novembre triste come Desertshore di Nico, un ingresso costosissimo, decine di coetanei vestiti di tutto punto, una coda immensa. Un gelo – dentro e fuori di me – insostituibile. Ci accomodammo su alcune poltroncine Luigi XVI color porpora ad ascoltare musica di immane bruttezza (Gazebo, Valerie Dore, Irene Cara… avete capito). Vidi biondissimi esemplari diciottenni con le loro cravatte e la dizione blasè, capelluti come Jerry Calais (il contraltare francese, visto l’accento); vidi gnocche imperiali vuote come il frigo che orna la mia cucina; ascoltai conversazioni a sfondo scolastico annuendo svogliato; mi guardai attorno terrorizzato, conscio di ciò che mi sarebbe toccato in sorte, un domani. Sudavo freddo. Guardai anche me stesso, i miei jeans di seconda scelta, la frusta camicia, il giubbotto con le spillette, le mie scarpe dozzinali prese in saldo. Un cretino fuori luogo, che stava prendendo consapevolezza della cosa. Poi, in mezzo ad ore di musica completamente inutile, tra un Sunshine Reggae e un Ryan Paris, il dj mise New York / N.Y. di Nina Hagen, una boccata di ossigeno in quel rarefatto Rotary di ricconi. Parevamo – io per primo – tutti usciti dalla scena finale di Pretty In Pink. Mi esposi, dopo tre ore di monosillabi mi esposi:
Accidenti, bella questa! È il nuovo singolo di Nina Hagen! Balliamo?

Oh no, figurati. Non si viene in discoteca per ballare.
No, certo, che domande. Non. Si. Viene. Per. Ballare. Figurati. Sentii del piombo fuso intrufolarsi all’altezza dello stomaco e nelle mutande. Non in quest’ordine. La tapina si avvicinò per darmi un bacio ma ero già altrove. Capii di essere – lì dentro – proprio come il disco di Nina era rispetto ad una selezione musicale immonda: il rutto sguaiato, la tappezzeria inutile, il volto dispari in una marea di facce pari. Il riempitivo in un 12”.

“What the hell am I doing here?” per dirla col vecchio guercio.

Mi alzai con calma, come se dovessi andare in bagno; recuperai il mio giubbotto liso controllando avesse ancora tutte le spillette al proprio posto. Poi, con serafico autocontrollo e in un silenzio ovattato mi diressi verso l’uscita, allontanandomi da quella tortura coatta senza dire una sola parola o dare una spiegazione. Uno stronzo? Forse, ma ci penserei settanta volte sette – fossi in voi – prima di emettere giudizi. Non misi mai più piede in quel covo di diversamente poveri, ma ringrazio ancor oggi Nina Hagen per avermi aperto gli occhi e salvato da un futuro probabilmente forgiato su appartamentino al mare, segretaria sulle ginocchia, Lezioni di Piano (il film, che non era ancora uscito ma sicuramente mi sarebbe toccato in sorte almeno una volta al mese), pantaloni arancione, pizza & cinema, il calcetto il giovedì sera e una-macchina-grande-per-i-bambini.

Non comprai subito Angstlos di Nina Hagen, anche se avrei dovuto farlo. Non avevo i soldi. L’entrata in quella coglionissima Versailles mi era costata 10.000 lire (diecimila!!) e per un po’ di tempo non avrei potuto recarmi dal mio spacciatore di fiducia, nemmeno per un 45 giri. Ma presi nota nell’agenda mnemonica, quella che non sbaglia mai e ha mille Tera di memoria Ram. Sapevo comunque che, un domani, sarebbe stato mio. Mi capitò infatti tra le mani qualche anno più tardi, dopo aver assolto al compito del diligente accumulatore; Nina Hagen Band, Unbehagen e Nunsexmonkrock erano già in mio possesso quindi avrei potuto tranquillamente rivivermi la madeleine di quella domenica bestiale senza troppi sensi di colpa. Lp e 12”, praticamente intonsi in un banchetto senza infamia né lode; e mentre ne tastavo la consistenza e la gradazione discografica (Near Mint, per i più pignoli) ritornai a quel pomeriggio uggioso con un bel groppo sullo stomaco. Ormai ero diventato ‘adulto o giù di lì’, potevo tranquillamente soprassedere ad uno sciocco incidente di percorso, c’avevo la scorza e bla bla bla. E invece, una volta a casa, misi in ripetizione coatta quell’eccentrico maxi single, accompagnandolo con un sorriso amaro ai nove brani dell’album. Come suonava datato, e come sono strane le nostre pietre miliari, quelle che ci accompagnano gli snodi della vita anche se sono forgiate con roccia di scarto. Lo ascoltai. Lo ascoltai. Lo riascoltai. Più e più volte, e sempre con lo stesso ghigno sbigottito dipinto sul volto. Che cazzo era quella cosa? Se dell’ode alla Grande Mela (si dice così, no?) in salsa operistica sapevo già tutto avendola ampiamente metabolizzata quella domenica pomeriggio, l’album mi lasciò basito. Che roba era? Funk al calor bianco da matrone impazzite? Hip Hop per centri commerciali? Disco sibillina? High Energy immersa nella pece?

C’era Moroder a sovrintendere – a dimostrazione di come la CBS volesse fare dell’eccentrica diva una Madonna dei rifiuti – c’era prezzemolino Keith Forsey a dare una mano, c’erano Kiedis e Balzary (Flea) degli – allora – misconosciuti Red Hot Chili Pampers (non è un refuso) a dar manforte in Was Es Ist?… C’era un sacco di roba, ed era un sacco di roba che non funzionava. Eppure non riuscivo a staccarmi o solo dimenticare quel pomeriggio ignobile. Avevo delle Sliding Doors alle spalle ed ero convinto (lo sono tuttora) che Nina m’avesse fatto salire sul vagone giusto. Nulla in quel disco aveva attrattiva, né la strana rilettura di “Ich Weiss, Es Wird Einmal Ein Wunder Geschehen” dal repertorio di Zarah Leander (e qui, appunto, ribattezzata Zarah) stratificata di liriche, lirica, frattaglie, campionatur, hip hop e nemmeno la marziale camminata DDR di Lorelei. Un disco che si titolava ‘senza paura’ invocava invece angoscia ad ogni solco. Non vi era più la scanzonata eccentricità da museo delle pulci dei precedenti lavori, qui si era circondati da un’inquietudine camuffata da dance music aguzza. Un museo di orrori sonici suonati col gessetto sulle lavagne, come Fruhling In Paris dimostrava con i suoi squittìi senza senso, una Maniac di Michael Sembello per eroinomani. E I Love Paul, allora? Se ci fosse un solo brano colpevole d’aver distribuito l’HIV sul globo indicherei senza indugio proprio quei quattro fetidi e scarsi minuti. O ancora Newsflash che cerca di fare il verso ai Devo di Freedom Of Choice innestandoli su Amanda Lear. O The Change, Righeira sotto metadone o – se preferite – Eartha Kitt sorpresa in un bukkake. Rabbrividivo.

Insomma, ci sarà un motivo se – negli anni – la critica seria ha sempre rigettato in toto questo pasticcio pseudo danzereccio, rinnegandolo e relegandolo ai margini di una discografia che, per sua natura (tolti appunto i primi due album) non è mai stata campione di senno o solo di santità. Ne presi scrupolosa nota, ‘che le cose non accadono mai per caso, e quella diva scomoda – ne sono certo – si rivolse proprio a me in quel pomeriggio novembrino. Mi ripromisi da allora e per sempre di non tradirla e tenni fede al giuramento. Quando massacrò Ziggy Stardust io ero lì, quando copulò con mezzo mondo per espellere Cosma Shiva io ero lì (beh, non proprio lì ‘lì’), quando si fece attrarre dalle paturnie buddiste… esatto.
Resta il fatto che sono passati 35 anni e io, a New York, non sono mai andato. Ma c’è un motivo: Aspetto Nina.

Michele Benetello

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