I dischi che piacciono solo a me, credo #23

Genesis… And Then There Were Three… (Charisma, 1978)

Ci vuole una discreta dose di coraggio per parlare di certe cose. Coraggio che va trovato dentro di noi, racchiuso da qualche parte, in scrigni inaccessibili protetti da una spessa coltre di pudore. Merce rara e pregiata che – mi è stato insegnato – non andrebbe mai esposta a facili consensi.
Cavatela con quello che hai, ragazzo, senza cercare facili scorciatoie” era un mantra inculcato dalla più tenera età, ‘che i paracaduti sono imprescindibili certo (non so se mi spiego), ma se riesci ad atterrare privo di quelle mutande di tela allora puoi andare ovunque. Senza mascherarmi per una imbarazzante versione di Karl Ove Knausgård però almeno una volta nella vita un atto di profonda catarsi è cosa buona e giusta, fosse solo per ‘vedere e dire a tutti l’effetto che fa’. Che poi – incidentalmente – questo disco dei Genesis sia (almeno per me) merda purissima, privata delle uniche due sagome a me simpatiche (Hackett e – ovviamente – Gabriel) non ha importanza e vi pregherei di non prendermi troppo sul serio, che il dolore è la cosa più comica che esista, una volta che l’hai superato. È un disco che mi cozzò contro proprio all’uscita e che funestò uno dei periodi più duri della vita. Oh, ma… Niente storie dickensiane, sia chiaro, ognuno di noi è lastricato di sofferenza, l’unica cosa davvero democratica di queste sporche vite a cottimo. Dolori, lutti, crucci, scelte difficili, inciampi. Spesso inestricabili e che cercano continuamente di venire a galla, liberandosi da quello scrigno che – ad ogni passar di luna – diventa simile a un macigno.

Follow You Follow Me la udii da una radiolina scassata in una vetusta trasmissione radiofonica della zona, condotta da un improbabile seguace delle Heart. Le Heart! Una delle band più inutili dell’intera storia dell’umano ingegno, roba che i Texas potrebbero tranquillamente assurgere al rango di novelli Kinks, al confronto. Eppure quel compassato speaker non mancava mai di magnificare l’operato delle sorelle Wilson, proponendo intere facciate, memorabilia, curiosità, continui aggiornamenti sui tour e tutta la letteratura a loro ascrivibile. Due coglioni immensi. Ma io ero lì, abbarbicato a quella radiolina minuscola in precario equilibrio sul tavolo, mentre tentavo di studiare geografia o la nascita della lingua Occitana. Ostinato e caparbio nel cercare di trovarlo simpatico e farselo – per necessità – amico. Il giorno che trasmise il nuovo singolo dei Genesis pioveva a dirotto, un giorno qualsiasi di un autunno davvero duro da superare; mi alzavo continuamente dalla seggiola, incapace di concentrarmi e innervosito da quegli spifferi che entravano da una finestra che aveva visto secoli migliori. Ero a casa da solo, come ormai succedeva da mesi, stritolato da subdole febbriciattole – oggi posso raccontarne con cognizione di causa – probabilmente di origine psicosomatica. Mio padre stava morendo. Accanimento terapeutico lo si chiama con una punta di civetteria oggi, per non appellare le cose col proprio nome. Accanimento terapeutico. Terapeutico, già. Come no. Evito i dettagli più intimi della malattia (vissuta quasi interamente in casa dopo alcuni soggiorni ospedalieri) ma ricordo benissimo il momento in cui venne condannato a morte: mi aveva accompagnato a fare degli esami per tentare di scoprire la natura di quelle maledette febbri, cogliendo l’occasione per sottoporsi ad un check up perché ‘mi sento un po’ fiacco da qualche tempo e ho continui dolori intercostali’. Un uomo forte e robusto di oltre un metro e novanta non poteva essere fiacco, ne andava del proprio ruolo sociale al bar, che diamine! Ricordo benissimo tutto come fosse stamani. Ricordo che uscii dall’ambulatorio e la dottoressa fece un segno a mio padre: “entri, dobbiamo parlarle”. Follow You Follow Me, proprio.

Da quel momento partì una tregenda ingestibile dacchè il verdetto non lasciava scampo: tre mesi. Una stagione, come le foglie. Un metro e novanta d’uomo barattato con una stagione. Non ci fu bisogno di grandi parole tra noi. Eravamo adulti no? Ero un ometto e avevo capito tutto. Ci guardammo in silenzio. Lo vidi cupo fumare l’ultima sigaretta prima di gettare il pacchetto; il desiderio finale di un condannato a morte, probabilmente. Non disse una sola parola. Dopo qualche giorno era già in ospedale a far da cavia, captai da mezze parole come fosse stata una scelta personale; non vi era speranza ma almeno che quegli esami – invasivi, certo. E dolorosissimi per l’epoca – e quell’operazione effettuata per studiare l’aggressività del male, potessero servire a qualcosa, in futuro. Magari proprio a me. Ripeto, lungi da farne uno spaccato dickensiano, la vita continua e spesso è edificata proprio sulle scomparse altrui, che ti sedimentano dentro e fan da fondamenta per quei domani che corrono sempre troppo veloci. Ne erano passati quattordici di mesi il giorno in cui Follow You Follow Me interruppe la dittatura delle Heart. Quattordici mesi e ancora resisteva, strenuamente e caparbiamente. Ne aveva da erodere quel nemico, prima di far cadere in ginocchio un uomo di quella stazza che non voleva darsi per vinto. Gliene rimanevano ancora nove davanti, ma nessuno poteva saperlo. Il pomeriggio del nuovo singolo dei Genesis avevo compreso tutto da tempo, senza farmene una ragione ma – almeno – il quadro clinico e un futuro incerto mi erano ben chiari. Paradosso vero? Aver chiaro un futuro incerto. Sarebbe stato pianto (poco, avevo fatto la scorza) e stridor di denti. L’incipit di quella canzone ebbe il merito di sigillare quel momento per sempre; che poi incidentalmente fosse anche una signora canzone per me – allora – non aveva importanza. Ne assimilai ogni goccia, simile a quella pioggia che non voleva cessare di battere sui tremuli vetri. Eppure odiavo Phil Collins, odiavo la faccia da Cocker Spaniel di Rutherford, odiavo la mediocre mancanza di carattere di Banks. Odiavo la prosopopea dei vestiti da fiorellino di Peter Gabriel. Parliamoci chiaro: non potevo prendere sul serio uno che si vestiva da margherita. Now I Wanna Sniff Some Glue, mica ballare il Foxtrot.

Odiavo tutto, mi sa. Ma ne avevo ben donde. Su Follow You Follow Me quel pomeriggio crollai. No, nessuna tragedia o sceneggiata, pure se sarebbe stata giustificata eccome per un imberbe pischelletto costretto a relazionarsi da subito con la solitudine, ma crollai. Venni a patti con il senso della perdita e mi entrò dentro, radicandosi. Lo fece proprio su un singolo tratto da un disco di merda. Ma non siamo noi a sceglierci le canzoni, spesso avviene il contrario. Grazie a Dio. E mi sento, ora, di chiedere scusa a tutti quei seguaci dell’agnello sdraiato su Broadway. Non me ne vogliate, ero figlio di quella terra di mezzo di elfica memoria. Troppo giovane per averli apprezzati nel loro momento di massimo fulgore, troppo vecchio per – un domani – poter approcciare la rivalutazione postuma di quei progster mielosi. I Genesis sono stati l’esatto volto del nemico, la truppa avversaria da spazzare via a colpi di maglio e di Mosrite. Il marciume che aveva reso puzzolente un intero pianeta sonoro. Eppure ero lì, aggrappato alle terzine di quelle tastiere e alla voce del già canuto Collins: stay with me, my love I hope you’ll always be right here by my side if ever I need you. Vacca boia ce lo aggiungo io.

Me lo feci prestare dopo qualche tempo quel long playing, molto dopo. Ben oltre i nove cruciali mesi, per essere preciso. Non credo di essere mai riuscito ad ascoltarlo per intero una sola volta, fermandomi quasi sempre alla sega primaria dell’iniziale Down And Out, che – riascoltata – oggi mi farebbe rivalutare gli Asia. Una fatica immensa quel disco, un marshmallow nauseante, una pomposa masturbazione tastieristica, una fatica spezzata da vaghi ricordi di Undertow (graziosa la penna di Tony Banks) e dal profumo postumo di Ballad Of Big, che scopro già prova tecnica di Invisible Touch (e così Scenes From A Night’s Dream). Saltavo sicuramente Snowbound e la sua solita pomposità piena di glutine per arrivare al tormentone strappamutande. Ecco, mi fermerei anche qui visto che … And Then There Were Three… è il più bel disco che odio e si tiene in vita solo grazie al singolo di poco sopra. Tenne in vita anche me, sono sincero, dandomi un momento esatto a cui poter attraccare ogni volta che la vita mi avesse messo davanti un ostacolo. Hai superato Follow You Follow Me e tutto quello che a lei era collegato; adesso puoi superare tutto senza menartela tanto, coglione.

L’incipit di La Mia Lotta di Karl Ove Knausgård è chiaro, conciso, talmente banale da rasentare una geniale stupidità: per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi si ferma. Cuore. Heart. Le Heart, chissà se battono ancora i palchi, se tormentano degli imberbi adolescenti, se hanno ancora seguaci così caparbi nel proporle alla radio. Ma anche i Genesis non furono degli sciocchi titolando il disco …E Così Rimasero In Tre…, quasi fosse un monito e un epitaffio del loro epocale cambiamento. Noi rimanemmo in due invece; il cuore di mio padre si fermò l’undici agosto del 1979. L’album non l’ho mai comprato.

Michele Benetello

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