Sasso (Fiver #24.2018)

Quello che non calcoli mai.
Quello che sai benissimo, ma non vuoi ricordartene.
Quello che succede quando voli: il cuore in gola, tutti i sensi a mille, niente può rallentare la corsa, niente può spegnere quel fuoco.
Quello che succede quando voli e prima o poi arriva l’asfalto a ricordarti che se avessero voluto vederci volare, ci avrebbero regalato fin dalla nascita un bel paio d’ali.
Perché, quando ti lanci senza paracadute, il problema non è il salto, ma l’atterraggio.

E non è neanche il tonfo: dopo qualche caduta sai già quello che succederà. Sai che non morirai, sai che ci saranno altri tramonti e altre giornate di merda.
Sai già tutto, come dopo la prima sbucciata di ginocchia in skate: smetti di avere terrore dell’asfalto. Ma sai quanto fa male alla pelle.
È quando succede quel qualcosa. Quella frase. Quell’inflessione nella voce, quello sguardo triste mentre vi parlate sorridendo di un sorriso che sembra un taglio sulla faccia.
È quel momento in cui capisci che è successo: hai visto l’asfalto. Ora sai che arriverà velocissimo contro la tua faccia.
Lo sapevi anche prima, è vero. Lo sapevi col cervello. Lo sapevi perché ve lo eravate detto che stavate giocando un gioco pericoloso, una partita di quelle che si sa già che il banco vincerà: giochi solo per sentire il brivido, per godere di quei momenti.
Ma, quello che hai appena vissuto è quel momento speciale in cui tutto il corpo apprende ciò che sta per succedere. L’asfalto che si avvicina ora l’hanno visto gli occhi, le braccia, i tendini e i muscoli che si sono irrigiditi all’improvviso. Il sangue che ribolle nelle tempie e vorrebbe schizzare fuori dagli occhi per mettersi in salvo. Almeno lui. Torneremo a scorrere.

Stai elaborando il tonfo che arriverà.

Lo sapevi. È giusto. Te lo ripeti mentalmente: lo sapevo, è giusto così, è meglio così. E sorridi, le gambe incrociate nel letto disfatto – lo stesso che poche ore prima vi vedeva vibrare impazziti uno sull’altro, arrotolati come i serpenti del logo di una casata dal nome scemo di qualche fantasy del cazzo – mentre parlate e vi tenete le mani. Ora vi toccate solo le mani. Ve le carezzate come se voleste curare così il male che le parole stanno facendo mentre escono dalla sua bocca, che sa di caffè e tabacco, e arrivano alle tue orecchie, che suonano ancora di sogni pieni solo di mare calmo e spiaggia inondata dal sole.
Sorridi sincera per tutto lo splendore che vi siete dati e per quello che vi rimane. Forse per quello che riuscirete ancora a darvi – non è finita, lo sappiamo tutti e due, vero? – sorridi e vi guardate e sorridete ma speri che lui si alzi e porti via il suo profumo in fretta perché non sai per quanto riuscirai a tenere giù quella lacrima che spinge. Che vuole uscire.

Una. Due al massimo. Solo quando nessuno vede. E un sasso che scivola lungo l’esofago e si va ad appoggiare lì, dove di sassi ce n’è già stati, ce ne saranno ancora, ma era tanto bello quando lì ci sbatacchiavano farfalle e ‘stamattina proprio non era cosa di un peso nuovo in fondo allo stomaco.
Se avrò forza sufficiente mi vedrete invecchiare/e scoprire un po’ alla volta che non basta il tempo e non basta il fiato/se non per imparare a lasciarsi galleggiare con un sasso nella pancia e un pensiero bello in testa/e dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.
Giusto una o due. Tre al massimo, a rigare il viso e cadere sulle piastrelle sbeccate. Poi, ti sciacqui la faccia, lavi le tazze nel lavello che se no le coinquiline te la menano che sei una punkabbestia e ti vesti perché devi uscire, che il mondo è sempre lì a pretendere e non gliene frega un cazzo del tuo sasso che sbatacchia proprio male. Proprio male.

Bisogna difendersi. È giusto farlo. A volte, proprio perché vuoi bene a qualcuno o finalmente hai imparato a volertene almeno un po’, devi tirare il freno a mano. È giusto farlo. Forse non mi capirai mai, tu distrai le mie parole. Lo sapete entrambi.
Eppure non c’è scampo al primo principio della dinamica e come diceva già Galileo più di quattro secoli fa, se freni, il corpo che viaggiava nel suo moto felice, rettilineo e uniforme, tenderà a continuare quel movimento e l’effetto del freno a mano sarà un sasso sparato nello stomaco e la visione, chiarissima, dell’asfalto che porrà definitivamente termine a quella discesa. A quel movimento. A quel volo, per un momento almeno, felice e leggero.
In natura le cose tendono a non rimanere ferme, immutate. Nemmeno quelle belle.
Tutto cambia e nulla si crea o si distrugge. Così ti butti giù quel groppo mentre ti aggiusti i capelli allo specchio e cerchi di coprire gli occhi spenti. Che per loro non c’è rimedio: sono tristi come quel sasso e non gl’importa di mascherarlo. Sono tristi perché in volo tutto era luminoso e, anche se lo sapevi, lui lo sapeva, lo sapevate, tutti lo sapevano, quando una luce smette di brillare non si può rimanere felici.

Ma il mondo continua a viaggiare e non gliene frega niente. E allora un po’ di correttore sotto quegli occhi scemi da bambina triste e ti metti la maglietta che ami tanto, quella che hai comprato a quel concerto che nessuno ti ci voleva accompagnare e allora hai preso, incazzata, la bici e ci sei andata da sola. La infili nei jeans neri coi buchi sulle ginocchia. Allo specchio, una sfigata con la faccia sbattuta e le Vans nere. Come tutto il resto. Almeno, in tono pure con l’umore.
Provi a rimettere gli ammortizzatori al cuore che è andato fuori giri. Stupido. Che anche se glielo ripeti mille volte di andar piano, lui aveva già ricominciato a correre. Perché è un maledetto muscolo e ha voglia di andare, pompare, galoppare senza senso come quando ti lanci con la bici di notte un po’ alticcia sullo stradone deserto e senti il vento così forte che non capisci più niente di quello che stai ascoltando in cuffia e gli occhi lacrimano senza gioa o dolore, solo per la velocità.

Metti in cuffia qualcosa di urlato e sali in bici che c’è lezione e l’esame lo devi dare anche se lui se n’è andato. Lo devi dare anche col sasso. Che il sasso non lo accettano come giustificazione, neanche se dimostri quanto pesa e quanta fatica fa fare a continuare a camminare. Non si accettano giustificazioni. Neanche quelle firmate da un genitore.
Niente mascara che poi cola. Un bel rossetto rosso che col chiodo spacca sempre e oggi c’è bisogno di qualche sguardo incendiato e via. È ora di uscire.
Di dimenticare l’asfalto. Le promesse non fatte ma sperate, gli altri sguardi ignorati per mesi. Quel sorriso e la barba che ogni tanto pungeva un po’. Il suo modo di guardarsi perplesso nello specchio davanti al letto quando cominciava a vestirsi e ti veniva da ridere perché si metteva i calzini a righe prima di tutto. Il sesso da impazzirci. La felpa che aveva dimenticato a fine estate e per tutto l’autunno era diventata la tua divisa da studio in casa. Niente mascara. I suoi occhi grigi che sembravano il riflesso del mare in inverno e quella giornata così bella che non poteva che essere sospesa proprio lì, a un centimetro dall’asfalto.

Fabio Rodda

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