I dischi che piacciono solo a me, credo #41

Wayne County & The Electric ChairsStorm The Gates Of Heaven (Safari, 1978)

Ero già vecchio quando sono diventato giovane; credo sia stato presumibilmente suppergiù nel 1989. La profonda provincia ottusa e campagnola alla riscossa, quella che oggi manco morto cambierei per i vostri apericazzi in centro, a farvi i risvoltini ai pantaloni slim fit o con quel vostro maglioncino color senape defunta aggrappato sulle spalle. Avevo un salario, tempo libero, una relazione, alcune passioni. Dopo eoni di tempi bui l’Illuminismo poteva avere inizio. Alla prima vera vacanza ci recammo a Berlino, 18 ore di treno. In piedi, che ‘tanto chi vuoi che vada a Berlino in settembre’? A Berlino che giorno è, se poi la nebbia entra anche dai vetri. Maledizioni assortite (altrui) e la consapevolezza che non ero mica ‘sto fulmine di guerra come pensavo, impantanato nelle mie paludi che presupponevano un bar, il centro, l’ufficio postale, il campo da basket di cemento armato che faceva tanto Harlem, dei coetanei con la faccia da killer prezzolati (un paio dei quali erano davvero killer prezzolati) e svariate centinaia di ettari di campi incolti. Semola (quello di ‘La Spada Nella Roccia’) in confronto era Vattimo. Non presi nemmeno mai la metropolitana quell’anno, a Berlino. Il sottosuolo non fa per me, che cazzo ci facciamo lì sotto che non si possa fare anche alla luce del sole? Mica siamo gotici, grazie a Ossian. Una bella vacanza, uno strano hotel sopra uno strip club (alla terza notte consecutiva di Barry White, Boney M e gridolini rosè capii che lì sotto si consumavano leggende), un bel po’ di scazzi con i tedeschi (anche pesanti, non siamo disonesti solo noi peninsulari) e un ritorno a casa pieno di sospiri di sollievo. Seduti, stavolta. Con un corregionale logorroico immolatosi sei mesi a far gelati da qualche parte nella Foresta Nera. Un vero stolto, la perfetta macchietta per un qualsiasi remake di Signore&Signori. Salì a Monaco e non gli parve vero, dopo mesi di prigionia tedesca, udire italico idioma, incidentalmente persino con inflessioni corregionali. Non sapeva e non aveva imparato nulla a parte ‘zitrone’, parola che diceva a caso ogni tre per due, manco fosse una bestemmia o un intercalare; estrasse persino le Palline Zigulì per convincerci che limone in tedesco si diceva ‘proppio cussì’. La sua prima volta fuori dal paesello e l’avevano sbattuto in mezzo ai panzer a fare il mulo da soma. Si sarebbe bevuto lo Zyklon B se gliel’avessero chiesto, tanto era sciocco. Se ci ripenso, dopo tutti questi anni, mi assale ancora una tenerezza infinita verso quel povero ragazzo, riprova vivente del motto ‘viajar descanta, ma se te parti mona te torni mona’ (google translate, grazie). Insomma, dopo 3 ore di ciance sulla fabbrica di autoscontri di un lontano parente e sulla famosissima squadra di tamburello del suo paese (sic) lo sventurato decise che eravamo tanto intimi da farci vedere la cosa più preziosa che possedesse. Io e la foemina ci guardammo sgomenti mentre lo stolto ravanava nella zip dei pantaloni per estrarre dalle tasche il malloppo di sei mesi di lavoro. 12 stramaledette ore al giorno.

Guardate qua, valuta forte, saranno un sacco di soldi, no? Il mio titolare ha detto che in Italia con questi posso comprarci un auto usata.

Mi domandai come avesse potuto capirlo, a meno che zitrone non si potesse declinare in mille modi diversi, un po’ come le rune. Ma preferii soffermarmi sul cambio Marco/Lira.

Amico, io non so con esattezza la quotazione odierna del marco tedesco, ma ho come l’impressione che 600 marchi per sei mesi di lavoro sia… come dire… una fregatura.

600 marchi, cristosanto. Questo aveva fatto lo schiavo 12 ore al giorno per 180 giorni senza riuscire a farsi un minimo calcolo. Slave to the Wage. Io, in confronto, ero Vattimo.

Cercai di non infierire, fingendo un’improvviso colpo di sonno. Non mi andava di brutalizzarlo con una verità che avrebbe potuto stenderlo. Storpiai un sorriso e cercai d’appisolarmi guardandolo di sguincio a intervalli regolari. M’aveva messo tristezza quello stolto, carne da macello pronta ad essere sodomizzata ad ogni giravolta della vita. Non so che fine abbia fatto ma ricordo perfettamente che quel finto dormiveglia mi portò dalle parti di Jayne County. Il bottino più eroico di quella trasferta teutonica. Ogni viaggio, mercatino o trasferta ha il podio degli acquisti, consuetudine che mi porto appresso dalla notte dei tempi, da quando Giuseppe Verdi e la Montessori avevano il volto impresso su sgualciti fogli di carta. E, quella volta, Wayne County aveva senza alcun dubbio strappato il podio più netto di tutta la trasferta berlinese.

Jayne County nata Wayne Rogers. Ovvero hai poco da dire ‘il rock and roll’, quell’entità spesso dogmatica della quale in tanti ci riempiamo la bocca soltanto per sciacquarla o occupare giga in rete. Qualcosa che le tue conoscenze (le mie, ok. Non tutte però) in genere assimilano a nomi letti su Cioè negli anni 80 o a qualche cover udita a X Factor tra uno zapping e l’altro. Quel campo magnetico instabile dove per la morale comune orbitano ectoplasmi alla Lenny Kravitz, Roxette e via pedalando. L’elogio dei quasi adatti. Questione di attitudine – spesso – più che di suono e pensate cosa doveva essere in quegli anni se entrambi i fattori andavano a collimare su eruzioni discografiche. Wayne (poi Jayne) County potrebbe far da solo l’intera serie di Babylon Berlin tanto è stato avventuroso, blasfemo, paradossale e rock and roll durante questi quasi 50 anni di onorata e fangosa carriera. Uno che non ha mai realmente assaggiato le glorie dell’industria discografica. Mai osannato come i Television, mai avuto hit come Blondie, mai riverito come i Ramones, mai elogiato come i Suicide, mai preso a modello come le New York Dolls. Eppure è riuscito nella titanica impresa di far convergere tutte queste influenze in un glam punk che – almeno sul finir dei settanta – potè dir la sua. Avrebbe potuto altresì guadagnarci qualcosa, anche economicamente, invece di rimanere nei bassifondi a fare l’Holly Came To LA. Ma il linguacciuto transgender era nato per epater le bourgeois più che pensare ad una vera e propria carriera. Non voleste credere a quest’elegia da seconda media e tutt’altro che natalizia, due cosine due sul Signor Wayne Rogers andrebbero dette. Tipo che a 20 anni si trasferisce a New York dalla nativa Dallas, che è ancora Wayne ma la transizione (umana e sonora) ha inizio tramite dei travestimenti così sopra le righe da far sembrare Renato Zero algido come i Kraftwerk. Partecipa agli scontri di Stonewall, fonda uno dei primissimi gruppi proto punk (i Queen Elizabeth) e recita in Femme Fatale di Warhol assieme ad un’altra deliziosa fuori di testa come Cherry Vanilla. E chissà chi ha copiato chi in quello scontro di malridotte e linguacciute principesse della spazzatura. Cherry frequenta Bowie (ne diverrà pubblicitaria) e anche qualcosa di più visto il flirt che da più parti viene emesso in guisa di gossip; fa addirittura da tramite tra il Rogers e la mega star britannica, tanto da portare i Queen Elizabeth alla Mainman con un contratto di 200.000 dollari. Si risolve in un nulla di fatto ma il David prende scrupolosa nota dell’ambiguità del Wayne, soprattutto dopo che Pork di Andy Warhol viene messo in cartellone alla Roundhouse di Londra. Wayne è la star più licenziosa di quel cataclisma sonoro (ma anche enteroclisma, vista la blasfema sceneggiatura fatta di coprofagia, sesso promiscuo, aspersione di svariati liquidi e ipnotici giochi di luce). David e Angela Bowie sono tra il pubblico e ne restano così rapiti da rasarsi le sopracciglia il mattino dopo e porre le basi per Ziggy Stardust. L’eccentricità del folle Rogers è un’eccentricità fatta di costumi sgarcianti, volgarità spicce, sessualità esplicità, teatrali manifestazioni d’esibizionismo. Come Bowie molti – negli anni – ne prenderanno le movenze a modello. Fa di più l’isterico Wayne, pronto ad accusare di plagio il Duca tramite quella Queenage Baby che – a suo giudizio – è null’altro che il prototipo di Rebel Rebel. Nel 1974 è la volta di Wayne County And The Backstreet Boys, registrano tre brani per la raccolta Max’s Kansas City e si esibiscono regolarmente al CBGB, Partenone Punk dove Wayne diviene il dj residente (sua la deflorazione in America di Anarchy In The UK) e trova il tempo per spaccare una clavicola con l’asta del microfono a Dick Manitoba dei Dictators in una leggendaria rissa omofobica da palco. E ancora: compare nel leggendario (stavolta davvero) Blank Generation, film di Amos Poe. Poi vola a Londra. E’ il 1977, incontra Derek Jarman e recita in Jubilee prima di venire immortalato anche in The Punk Rock Movie di Don Letts. Se mi permetteste di usare l’abusato termine ‘seminale’ lo spargerei un po’ ovunque come Cream In My Jeans, tanto per parafrasare uno dei cavalli di battaglia del nostro. Poi – finalmente – forma Wayne County & The Electric Chairs rubando Henry Padovani all’ex amichetta Cherry. Il chitarrista è appena stato silurato da un terzetto che consta di tal Gordon Sumner al basso (Sting per gli amici e – di lì a poco – per il mondo) e il batterista Stewart Copeland. Sono già i Police comumemente intesi ma non lo sanno, perlomeno fino a quando appunto Padovani viene estromesso in favore di Andy Summer. Ma questi sono incesti rock goduriosi da leggere sebbene poco funzionali alla storia.

Degli Electric Chairs ne lessi con somma avidità e altrettanta ignoranza su un vecchio numero di Popster, dove il solerte Gabriele Ansaloni (in arte Red Ronnie) ne tesseva le lodi, magnificando un mondo rumoroso, promiscuo, caciarone ma pieno di libertà creativa che mi provocava intensa fibrillazione. Un gruppo punk trainato da un travestito sopra le righe. Mica erano i Tubes e il loro innocuo Circo Barnum, vacca boia. Questo titolava i brani Fuck Off o – appunto – Cream In My Jeans e chiudeva i concerti esortando – erm, come dire – gli astanti a sodomizzarlo (If You Don’t Want to Fuck Me, Baby, Fuck Off). Cose dell’altro mondo, per un implume tredicenne. Mi sembrava un marziano, un immaginario abitante delle Pleiadi, Il Jobriath immerso nei Ramones, il Sun Ra del CBGB. Ci vollero 10 anni e quel fantomatico viaggio a Berlino per farlo mio seppure con un artifizio matematico dacché al Wom ne avevano categoricamente negato l’esistenza in negozio. ‘Non è in catalogo‘ disse il solito commesso annoiato, categoria merceologica verso la quale – oltre a provare istintiva avversione – credo di avere calamita emotiva. Ma mica lo freghi un candido provinciale incazzoso provvisto di un pregno e ben più sincero amore verso il rock and roll rispetto ad un coglioncello teutonico. Voi vi vestivate di pelli esprimendovi a grugniti mentre nosotros costruivamo ponti, acquedotti ed eravamo provvisti della più nobile arte oratoria. Quindi fanculo, rastakrautpasta. Io l’avevo visto Storm The Gates Of Heaven. Vinile color lavanda. Originale Safari Records. Era rinchiuso dentro una porticina situata sotto le vasche da dove si palesava ogni ben di Dio. Non ero venuto a Berlino per portarmi a casa un qualsiasi manufatto che avrei potuto agevolmente scovare anche nel capoluogo d’origine. Era lì, intonso, e nessuno mi vedeva. Come rubare il Topkapi in pieno centro città. Lo afferrai, inserendolo nella pila degli acquisti (da dove svettava un Dee Dee King) prima di appropinquarmi alla cassa con la mia miglior faccia di cazzo. La cassiera non fece una piega inserendolo nel computo totale. Era catalogato, dunque. Stronzo tedesco dell’ovest, che l’armata Rossa possa avere il tuo scalpo. Lo avevo cercato per così tanto tempo che necessitava doverosi festeggiamenti, una volta tornato a casa.

A tutto questo pensavo nel finto dormiveglia mentre la macchietta continuava il suo monologo. Zitrone, zitrone! Pareva Ezra Pound, ostia. E mi stava rovinando l’eccitazione di quel pezzo di vinile, lo stesso che sto riascoltando ora e che non ha perso un grammo della sua malefica e sboccata attitudine rock and roll. Lo ritrovo intonso e con l’attenta produzione di Martin Birch (Black Sabbath, Deep Purple). Storm The Gates Of Heaven mantiene tutte le promesse della sarcastica (e meravigliosa) copertina, santino blasfemo tra un fumetto Marvel, un frammento di qualche categoria di X Hamster e una solenne presa per il culo. Comincia in eccellente e godurosa maniera proprio con la title track, ovvero i Damned (Phantasmagoria è giusto dietro l’angolo) che si fanno cabaret; un tenebroso boogie sopra le righe con un incedere men che formidabile. Non è punk, non è glam, non è new wave, non è rock and roll, ma è tutto questo, legato da un filo di sperma. Ergo singolo perfetto, qualcosa che sta tra gli Alternative Tv di Action Time Vision e un Lou Reed stranamente allegro. Una Alabama Song piena di cazzi e con un cambio armonico che – oltre a farsi storia – se non vi fa muovere il piedino significa che siete morti. Cry Of Angels è un altro bel pezzo da novanta: ha le stimmate del glam, porta in sé l’embrione delle Runaways e dei Blondie, ma in sovrappiù sa inventare parte dello street rock losangelino che di lì a qualche luna andrà a dipanarsi. Speed Demon è una meraviglia contagiosa come il miglior rock and roll anni settanta, il punk lo intravede con il lumicino ma qualsiasi (ripeto: qualsiasi) banda con l’acne che si sia fregiata del suffisso indie negli ultimi 20 anni si è inconsapevolmente rivolta a questi tre accordi, si chiamino Libertines, Jet o Strokes. Speed come il titolo e wikipedia sonora dello scibile rock. Mr. Normal oscilla su un filo teso a venti metri da terra, tra liturgie Alice Cooper, svisate Black Sabbath e un’inconsapevole rivolo bianco di punk; la band sferraglia come se non vi fosse un domani e la Principessa canta come se battesse il tacco sui capezzoli di Julia Roberts. Poi arriva l’altro monolite di carriera, ovvero quella Man Enough To Be A Woman che, oltre ad essere il titolo dell’autobiografia del nostro (Serpent’s Tail, 1996) diviene leggendaria da subito con quell’aria malefica da Velvet Underground, svicola lenta tra chitarre adatte a Clapton accordate su una tensione maligna. Manifesto programmatico di un’artista (e una band) che meriterebbero ben altri consensi. Trying To Get On The Radio pare presa di peso da Berlin tanto si genuflette sulla letteratura Reediana. We’re gonna try to be commercial, just like we did it at rehearsal. Inutile dire che – come la We Want The Airwaves dei Ramones – non ce la faranno mai. Grazie a Dio. Gli Electric Chairs sono patrimonio solo nostro, mio e di voi quattro che sfidate i centri commerciali e i White Christmas, ma in tutto questo gli archi di Trying To Get On The Radio – come Baby, I Love You dei fratellini – è la cosa che più si avvicina al Natale dell’intera discografia. Siamo quasi alla fine e i merletti di Wayne/Jayne riescono a schiaffare ancora luciferine zampate: I Had Too Much To Dream Last Night è la più bella cover di sempre degli Electric Prunes, il nostro la canta come se fosse Kylie Minogue o Lana del Rey e la dicotomia è da lacrimuccia facile e sacrosanta. Tomorrow Is Another Day chiude con un venticello da West Coast per una ballatona – erm… – strappamutande che sa da Perfect Day, rendendo Storm The Gates Of Heaven un disco meraviglioso, senza un solo calo di tensione, corroborato di tracce men che splendide ma ancora troppo sottovalutato. Seguiranno l’interlocutorio Things You Mother Never Told You (Safari, 1979) dove spicca una ramonesiana Wonder Woman e l’incendiario e imprescindibile – ma per davvero – Rock And Roll Resurrection (In Concert) (Safari/Attic, 1980) dove Wayne muore, sostituito da ora e per sempre da Jayne. Registrato a Toronto la notte del 31 dicembre 1979 è un parossistico concentrato di glam e furiose cavalcate hard, cattura la banda in eccellente stato di grazia ma ne rappresenta pure la pietra tombale.

Oggi Jayne ha 71 anni, sembra la vecchia zia pazzerella ed eccentrica, una Maga Magò del punk, un Quentin Crisp in gonnella, passa le giornate a dipingere ed inveire su Facebook contro Trump e gli omofobi. Non riesce nemmeno a vivere di rendita di un tempo che fu. Fa tenerezza e l’impressione è che non se la passi granchè bene. Del resto manco io sono più quel virgulto sbruffone di Berlino. E non ho mai recitato in Jubilee, per dire. Ma ho imparato a dire zitrone.

Michele Benetello

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