I dischi che piacciono solo a me, credo #45

Head!Tales Of Ordinary Madness (Virgin, 1988)

Il guado è di nessuno, non ha padroni. Ci puoi insozzare i piedi prima di oltrepassarne il perimetro per recarti oltre e altrove, prendendoti in prestito il tempo per attraversarlo. Non ha patria il guado, né radici. Terra apolide, arida e incolta, brulla, con pochi segni di vita e spazzata da solitarie folate di vento. Non vi è lussureggiante follia o madida vegetazione e nemmeno una rassicurante quotidianità; un po’ come nel video di Club Tropicana, ecco. Solo immaginato sul finir di stagione, con le acque putride invase dalle alghe e la piscina deturpata da piastrelle scheggiate e rese scivolose dal muschio e dalla muffa. Così ci si sentiva, nel 1987. Così mi sentivo, come un Overlook Hotel in riva al mare. Non c’era quasi nulla dentro il pop d’oltremanica, in quel guazzo pacioso cotonato d’elio. Ci stavamo passando in mezzo diafani e spettrali come nel video di Atmosphere, arrancando a vista mentre sbracciavamo in ogni direzione, consapevoli che ‘qualcosa’ avrebbe dovuto esplodere, per azzerare tutto e rinascere a nuova vita. Gli S’Express erano lì ad un passo, ma non ancora ammessi a corte e forse sono proprio loro più che l’urlo (chiamarlo Primal Scream creerebbe confusione) dei M/A/R/R/S l’estatico big bang al sapor di fragola e vapori acquei. Shooooooom. Paludi malmostose, di quelle nelle quali incespichi senza manco chiederti il perchè. Non è affogare, non è nuotare e non è nemmeno qualcosa che oscilla tra le due condizioni.
Un guado, appunto. Un purgatorio sonoro.
Sono andato a spulciarmi un po’ di liste nelle agende d’epoca, giusto per constatare se la mia memoria difettasse. Regge. E mi coglie un coccolone scorrere col dito le classifiche indipendenti britanniche per riscoprire un primo posto degli All About Eve (è successo, giuro: 18 luglio 1987), i due (DUE!!!) degli Erasure (28 febbraio e 6 giugno) o  – aaaargh – dei Fields Of The Nephilim (24 ottobre) tanto per confermare il mio assioma. Non sventolavamo più la bandiera rosa, nel 1987, e i piaceri inesplorati li avevamo annegati nella pornografia. Era, anzi ‘pareva’ la fine. Un bacio (di commiato) nella casa del sogno. Quasi meglio quelle ufficiali, ostia. Ho detto ‘quasi’. Imbellettate di Pepsi & Shirlie, Never Gonna Give You Up e Terence Trent d’Arby. Che almeno qualche squinzia riuscivi ad approcciarla fischiettando Sign Your Name o Why Can’t I Be You? dei Cure, la cosa più allegra mai vergata da Sua Opulenza Bistrata. Appro e posito: vi ho mai detto di quella volta che mi inginocchiai davanti ad una danese tutta efelidi e 90-60-90 in mezzo alla pista del Papaya (discoteca fighetta in quel di Jesulum) con una colica renale e tre Fior di Loto in corpo declamandole in volto proprio la canzoncina del ciccione? Sì, vero? Che io non c’avevo proprio vergogna e la memoria regge solo con le liste. Accidenti, pareva una TDK al cromo con quelle misure.

Come che sia continuo a setacciar classifiche scoprendo con orrore come sia stato La Bamba dei Los Lobos il 45 giri più venduto in Italia durante quell’anno scorretto. Che delusione, chissà cosa ci mettevano negli acquedotti per evitare di farci innalzare sul podio Nick Kamen e La Isla Bonita. Uff. Mi ripeto: periodo schizofrenico dove eravamo costretti a farci piacere le Fuzzbox. Sì, lo so cosa pensate: il 1987 è stato l’anno – anche – di Sign ‘O’ The Times, Yo! Bum Rush The Show, Sister, Licensed To Ill e Document. Tutti yankee, guarda un po’. L’anno di  – vacca boia! – Fairytale Of New York e True Faith. E trovamelo tu, oggi, un periodo così. E’ che eravamo confusi ergo giustificati (ma non giustificabili) ergo con la fregola di Indiana Jones, ergo setacciavamo con un parossismo mai visto e udito tramite i pochi dindi a disposizione. Pensare che il terzo singolo più venduto in Albione durante quei 12 mesi fu China In Your Hand dei T’Pau ti fa capire che le cose dovevano cambiare per forza. Ecco perchè, in quella terra arida e brulla, ogni pozza d’acqua diventava rinfrescante Evian. Anche le Fuzzbox, sì.

Gli Head! invece erano acqua torbida. Pozza venefica in uno stagno, rugginosa e piena di batteri. Banda debosciata di cui tanto (poco) si parlò al tempo prima di accantonarla per – presunta – manifesta incapacità come fossero stati dei Filipinos qualsiasi. Stolto l’uomo che non pondera il suo tempo, e altrettanto stolto colui che non tiene conto dello stesso. Insomma: che gran banda di cagacazzi, gli Head! Folli, caciaroni, disturbanti, irritanti, volutamente sopra le righe. Dei Butthole Surfers che si inginocchiano sul vaudeville, dei freak vittoriani al Mandrax, dei sparpaglia spartiti con la bocca piena di marshmallow al bourbon. Beasts Of Bourbon. Irritanti, certo, che ad ascoltare A Snog On The Rocks Mark E. Smith risulterebbe opaco come Chris Martin. Eppure il mio disco ‘pop’ del 1987 fu Drop degli Shamen, ellepi che ancor oggi qualche brividino riesce ad instillarlo. Mi ero attorcigliato lì, sulle chitarre di Something About You, e ricordo benissimo come lo sfoggiassi orgogliosamente dal sellino di una bici scassata mentre in paese si stavano attrezzando le giostre e quello con la carovana accampata sotto casa mia scopava come un forsennato tutta la notte, ululando alla luna. Lunghi turni da operaio trotzkista mi stavano permettendo l’acquisto di un gran numero di vinili che reputavo imprescindibili ma che oggi mi strappano e stappano solo un sorriso e una lacrimuccia. Mighty Lemon Drops, Primitives e arpeggetti assortiti erano il mio pane quotidiano. L’arrivo degli Head! tentò di scardinare tutto.

Non furono granché coccolati dalla stampa, sebbene avessero in formazione un ex Pop Group (Gareth Sager, reduce dai loschi tentativi con Rip Rig & Panic e Float Up CP), un ex Cortinas e Clash (Nick Sheppard) e un mucchio di pseudonimi per confondere le acque: Hank Sinclair, Candy Horsebreath, Clevedon Pier. Forse era proprio per quello. Cambiavano nome più velocemente di quanto si cambiassero mutande. Un guazzabuglio confusionario che andava di pari passo con la loro musica, sorta di rock and roll abrasivo e circense dai tentacoli blues. Li trovavo intriganti ma non abbastanza per spenderci 14.000 lire. Così, mentre – appunto – ondulavo e sussultavo sugli Shamen, leggevo rare e tiepide recensioni su questo gruppo a prima vista incomprensibile. Come dar torto agli scriba del tempo? Questi erano una scheggia piantata dentro i salatini del party, una lametta attaccata alla maniglia della porta del bagno, della cicuta occultata nel sidro. Un Gin Tonic con l’acquaragia. Fastidiosi financo nelle loro esternazioni, con quel look tra lo sbruffone, lo street metal e il vittoriano che – ne sono certo – i Manic Street Preachers e Nick Cave avrebbero preso a modello di lì a poco. Bel casino, vero?

Ancora oggi le notizie sono reperibili con il contagocce e in maniera frammentaria (Wikipedia li riporta quali alfieri del trip hop, per dire; e molti li ascrivono al carrozzone Baggy/Madchester) a dimostrazione di come fossero inclassificabili e di difficile catalogazione. E quindi come spiegarveli? Magari senza tirare in ballo i soliti luoghi comuni (cosa che farò senz’altro, comunque). A Snog On The Rocks fu uno stupro, né più né meno, per i miei padiglioni auricolari cosi poppettamente implumi; dovetti dunque attenere l’anno seguente e la venuta di Tales Of Ordinary Madness (Bukowski docet) per avere il mio vero e proprio battesimo nella chiesa pentecostale di queste anime candide. Più variegato, meno sordido, aperto a mille influenze e con uno spettro sonoro bulimico. Produceva prezzemolino Howard Gray, uno che andrà ad accasarsi negli Apollo 440 ma che – altresì – aveva messo mani e cursori un po’ ovunque, dagli Armoury Show a Yazz, dagli U2 a P.I.L., da Phil Collins ai Cure a Kate Bush e Van Morrison. Ma ancor di più andrebbe segnalato il certosino lavoro di Rafe McKenna in guisa di ingegnere del suono, altro bardo che di schizofrenie sonore se ne intendeva assai avendo transumato un po’ ovunque, da Steve Hackett alle Bush Tetras; da Paola & Chiara (Zingales, questa è per te) a… guarda un po’… gli All About Eve. Tout se tiens in ‘sto porco mondo, ma qualcosa un po’ di più.

Tales Of Ordinary Madness perdeva qualcosa anzi molto del debutto: dal dirompente effetto sorpresa al virgolettato che accompagnava la sigla (sostituito dal punto esclamativo) passando per l’etichetta discografica. Il tragitto dalla Demon Records ad un colosso come la Virgin spiazza un po’ tutti. Band in primis. L’etichetta di Branson spara nel mucchio, incapace di gestire un gruppo che, per sua natura, è destinato al fallimento per essere annoverato tra i trionfi. Storie di ordinaria follia, già. Una meticolosa follia. Ma è come se la febbre malarica che aveva infettato l’esordio fosse stata sedata con del chinino e una bella camicia di forza per approntare un disco scalciante su 10 tracce sovente narcotiche, apparentemente senza alcun capo né coda, sempre disperatamente alla ricerca di una struttura o di qualcosa che conducesse ad una forma embrionale di canzone. Sin Bin, singolo estratto messo in apertura d’album, cammina in una terra di nessuno, incapace di decidere la direzione da intraprendere. Un guado, appunto. Un guado dove i Virgin Prunes vogliono fare i Simple Minds (o viceversa) ma con dell’acido ad infettare le chitarre, dove certo rock sciamanico e paludoso è ambiguo, subdolo e sornione senza dar mai l’impressione di prendersi sul serio; ballatona ubriaca da chiusura del pub sotto casa, dopo un derby. Gli Head! le provano tutte per dimostrarsi maestri indiscussi di voluttuosa incapacità: cacofonie astruse, picchiate metalliche, operette da quattro soldi, intermezzi da luna park, brandelli di corrotto blues impreziositi dai vocalizzi rozzi e pacchiani opera di quel Rich Beale che è, era e rimarrà sì assoluto carneade ma anche responsabile delle copertine di Y e We Are All Prostitutes del Pop Group. Tout se tiens l’ho già detto, nevvero?

Bastano queste tracce perché la Virgin si renda conto di avere tra le mani una congrega tutt’altro che ecumenica sulla quale sarà impossibile monetizzare. E pare una bestemmia in chiesa, a questo punto, cercare di decrittare delle tracce che sono un corpo unico nello sfigurato Golem approntato da Sager e sodali. Ma sia detto con francescana imperizia che Get Fishy puzza di rock and roll ubriacone o di qualcosa che inventa i Beastie Boys di Check Your Head; Machete Vendetta è una canzone da stamberga di porto, barile di rum e una serie televisiva come The Frankenstein Chronicles. Sia ripetuto per le strade che vaghe reminiscenze indiepop affiorano in Cheeky Little Monkey tra uno shottino e l’altro; che uno stupendo frappè al gusto Nick Cave tenta di infiltrarsi tra le armonie di 1000 Hangovers Later, claudicante gospel che soffia dal Mare del Nord; o che poltiglie pop marciano compatte in Time And Time, Adult Oriented Rock da college radio americana. E ancora si declami l’hard rock cotonato che si palesa in Car’s Outside mentre Jesus Ain’t Got No Daddy piscia tutti i lieviti delle birre ingurgitate dai Red Hot Chili Peppers, sublime porcata con un trombone da Aristogatti. E, al fin della licenza, che 32a e Tiger Tiger non perdonano e toccano come patè de foie gras sonoro atto a far minutaggio, tra un pop punk da Sunset Strip o da Hanoi Rocks (la prima) e un miserabile viaggio di hard blues jazzato (la seconda). Vi pare un disco questo, a voi?

Una astrusa combriccola di suoni alcolemici da anatomia patologica, ecco cosa fu Tales Of Ordinary Madness. Un disco da sguscianti ubriaconi che necessitò di ripetuti ascolti (miei) per essere assimilato al suo meglio. Avrà vendite irrisorie e sghignazzi assortiti, con la Virgin costretta a cambiare strategia a campionato in corso, incapace di trovare un senso a quella matassa ingarbugliata di corpi, uomini, nomi e tracce. Ci sarà ancora il tempo per riprovarci tutti (io no, grazie) l’anno dopo – in una sorta di accanimento terapeutico – con Intoxicator, mero commiato e ulteriore incubo (ma per davvero) nel quale i nostri decisero di immolarsi per sempre su dei Warrior Soul patinati (o su uno Zodiac Mindwarp vestito a festa, ad essere buoni).

Gli Head si fermarono lì, sull’uscio del nuovo decennio, pasci e sazi; il loro inconsapevole compito si era esaurito con maestria, come un sassolino nello stagno, anzi: nel guado. Invisibile ad occhio nudo e sepolto sotto la torba. Perché per fare del rock senza capo né coda ci vuole testa. Sarebbe d’accordo anche roll.

Michele Benetello

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