So much style that it’s wasted

Pavement

Nei giorni in cui esce la ristampa di Terror Twilight, atto finale dell’avventura della band di Stockton,
Sniffin’ Glucose dedica alla formazione di Stephen Malkmus e compagni una trasmissione monografica e
va a ripescare nei propri archivi, e non solo, pagine a loro dedicate come un articolo del 2015 di Cesare
uscito su questo blog e un pezzo di Arturo uscito sul numero celebrativo dei 30 anni di Rumore.
Perchè i Pavement sono stati una questione di cuore per noi tre.
Una faccenda maledettamente personale.
Li abbiamo seguiti dai primi passi e in alcuni momenti, specchiandoci nelle loro canzoni e
nell’immaginario evocato, l’immagine che ci veniva restituita di giovani scazzati in bilico tra
impareggiabile unicità e fallimentare inadeguatezza al mondo circostante era dannatamente aderente al
nostro sentire.

Massimiliano Bucchieri

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo né data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non l’ avevo mai più ascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchiere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

Cesare Lorenzi

(articolo uscito originariamente il 27 aprile 2015 su questo sito)


Le traiettorie che incrociano il mio tragitto personale e quello della band di Stephen Malkmus e Scott Kannberg sono al tempo stesso bislacche e lineari, più o meno quanto lo è stata la parabola artistica degli ex ragazzi di Stockton. Giusto tre decenni or sono finirono a referto, pressoché in contemporanea, la prima uscita a 33 giri della band e l’approdo in edicola di Rumore, rivista per la quale di lì a poco ebbi l’onore di esordire su carta stampata. Da allora dei Pavement, e in particolare di quel loro debutto, mi sono occupato ad ogni festa comandata: recensione del tributo con cui Homesleep ne celebrò i 10 anni, scelta personale di quello stesso album per festeggiare il quindicesimo compleanno di Rumore e infine elegia della sua ristampa deluxe vergata in occasione del ventennale. Non avendone abbastanza dopo trent’anni, mi trovo ancora qui a scriverne, con una passione che somiglia tanto a un’ossessione. Nel mentre i Pavement, seguendo quei percorsi bizzarri e imprevedibili di cui si parlava poc’anzi, non hanno mai conquistato gli onori di una copertina del nostro giornale, pur essendo senza ombra di dubbio una delle band che meglio hanno rappresentato la loro epoca, gli anni 90. Ne delinearono i tratti, definendo una generazione che, pur dotata di mezzi e strumenti vincenti, scelse per sé con consapevolezza e cinismo, il ruolo di perdente. Loser, come stampato su quella vecchia t-shirt della Sub Pop e declinato in musica da Beck, altro maestro di pensiero di quei giorni di inizio decennio in cui i nostri iniziarono a farsi conoscere. Ragazzi della white middle class californiana che affrontavano la vita di taglio con un carico di ironia smodato, avendo in dotazione così tanto stile da concedersi il lusso di buttarne via un po’.[1]

Ciò che piacque subito di loro fu quell’aria distratta di gente capitata lì per caso, quasi infastidita nel trovarsi tra le mani gli strumenti ed avere i riflettori puntati addosso. Come dire: noi siamo qui e possiamo farcela, ma non ci interessa, abbiamo cose più importanti cui pensare, come finire le due dita di vodka sul fondo del bicchiere o riavvolgere il nastro di qualche vecchio videotape. Una successione di piccoli passi la loro, obliqua sia al mondo del pop che a quello del rock, capace di tracciare una diagonale che transitando in mezzo al quadrato risultava lontano da molti e accidentalmente vicino a pochi. C’erano i testi, un flusso di parole a tratti incomprensibili, la cui chiave di lettura ti arrivava poi all’improvviso con lampi geniali. E c’era la musica: accordature di chitarra apparecchiate in modo da conferire ai suoni un tono apparentemente stonato, a tratti insinuante e armonico, subito dopo freddo ed aspro; ritmi serrati a doppia batteria che si trasformavano in ballate squarciacuore; ganci pronti per MTV, annegati tra rumori e grida isteriche; video improponibili e un approccio ai concerti basato a volte su atteggiamenti narcolettici e disastrosamente noncuranti. Quella stessa trascuratezza, chissà quanto reale e quanto posa, che ha accompagnato lo svolgersi del loro percorso discografico: le dissonanze primitive dei singoli iniziali, pronte a tramutarsi in piccole meraviglie pop (Box Elder e l’eterna Summer Babe), un primo album capace di definire un mondo intero, spostando in un altrove imprecisato e incerto la linea di confine tra kraut rock, kiwi pop e new wave; un secondo disco che dispiegò possibilità commerciali tendenti all’infinito e un terzo destinato a smontare ogni ipotesi, mescolando le carte e seminando il dubbio con la sua pressoché totale assenza di potenziali singoli. Salvo poi recuperare certezze col successivo Brighten the Corners il cui memorabile incipit mette in sequenza Stereo e Shady Lane, due tra le loro migliori canzoni di sempre. Poi Terror Twilight, la cui problematica gestazione seguita da un infinito tour promozionale allentò i bulloni che tenevano assieme i pezzi, facendo ripiegare su sé stessa una band che pur avendo ancora la possibilità di raggiungere qualunque destinazione decise invece di fermarsi e non andare più da nessuna parte.

Arturo Compagnoni

[1] cit. Frontwards.

(articolo uscito originariamente sul numero 361 di Rumore di febbraio 2022)


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