La prima parte di Sniffin’ Glucose è, come sempre, dedicata alle novità: gli 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐆𝐨 da Cincinnati se ne escono con una canzone che profuma di garage sixties e indie rock allo stesso tempo; i 𝐊𝐢𝐰𝐢 𝐉𝐫. comprimono dentro tre minuti perfetti tutto quello che dovrebbe stare in un singolo che preannuncia un nuovo album.

Poi 𝐀𝐭𝐭𝐢𝐜 𝐀𝐛𝐚𝐬𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭, tornati dopo quasi dieci anni di silenzio con una canzone che sembra arrivare direttamente dai primi anni Duemila. E infine 𝐓𝐡𝐞𝐲 𝐀𝐫𝐞 𝐆𝐮𝐭𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐚 𝐁𝐨𝐝𝐲 𝐨𝐟 𝐖𝐚𝐭𝐞𝐫 insieme agli 𝐇𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐉𝐮𝐦𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐟 𝐋𝐨𝐯𝐞: probabilmente il meglio dello shoegaze americano post-tutto-quello-che-vi-viene-in-mente.

Nel panorama di fine anni Novanta, poche etichette hanno avuto un ruolo peculiare quanto quello della 𝐀𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨𝐧. Nata in California come collettivo di rapper e producer legati alla scena underground, l’etichetta si trasformò rapidamente in qualcosa di più di una semplice realtà hip hop: un vero e proprio laboratorio sonoro capace di mettere in dialogo rap sperimentale, elettronica, folk e indie rock. In un periodo in cui l’hip hop tendeva a irrigidirsi in formule sempre più codificate, Anticon scelse la direzione opposta, con nomi come 𝐃𝐨𝐬𝐞𝐨𝐧𝐞, 𝐀𝐥𝐢𝐚𝐬 e 𝐓𝐡𝐞𝐦𝐬𝐞𝐥𝐯𝐞𝐬 a portare avanti un’idea di rap introspettiva, astratta e contaminata dall’elettronica e dal rock: la voce come strumento ritmico e poetico più che narrativo, e le produzioni a frantumare gli schemi tradizionali del genere. Tra gli artisti del collettivo quello che preferivamo era senz’altro 𝐖𝐡𝐲?, progetto nato come esperienza solista di 𝐘𝐨𝐧𝐢 𝐖𝐨𝐥𝐟, trasformatosi poi in band con un progressivo avvicinamento a una forma canzone a tratti indolente, quasi slacker, che però non abbandonava del tutto la sensibilità ritmica e lirica del rap underground. Con Why? più che con qualunque altro artista, Anticon riuscì a costruire un ponte tra due mondi che fino ad allora si erano incrociati raramente: l’hip hop indipendente e l’indie rock americano. Non fu solo una questione sonora, ma anche culturale, anticipatrice di quella fluidità tra generi che caratterizza gran parte della scena alternativa contemporanea. Anche i 𝐓𝐚𝐩𝐞𝐬 ’𝐧 𝐓𝐚𝐩𝐞𝐬 fotografano perfettamente quell’indie americano nato tra blog musicali, hype ingestibile e band che sembravano sempre sul punto di esplodere davvero. 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐃𝐞 𝐀𝐮𝐠𝐮𝐬𝐭𝐢𝐧𝐞, invece, da una crisi fisica e personale costruisce un disco ridotto quasi all’essenziale: chitarre acustiche, silenzi, pianoforte e quella sensazione di trattenere il tempo per qualche secondo in più. Con gli altri due c’entra poco, ma siamo sicuri che nessuno se ne farà un problema.

Gran finale con i 𝐂𝐥𝐨𝐚𝐤𝐫𝐨𝐨𝐦 e 𝐉𝐚𝐬𝐨𝐧 𝐁𝐚𝐥𝐥𝐚 dei 𝐃𝐞𝐡𝐝, con il progetto 𝐀𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐲, il nostro disco della settimana. Qui il tono cambia: droni, pianoforti ovattati, alienazione digitale e canzoni contro la guerra che però non rinunciano del tutto a cercare un contatto umano.

Un lavoro nato quasi come progetto da cameretta, laterale, privato — e che invece finisce per diventare qualcosa di più grande, più a fuoco, forse persino più riuscito di quanto fatto finora con la band principale. Una traiettoria che, in modi diversi, ricorda parecchio quella di 𝐓𝐡𝐢𝐬 𝐈𝐬 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐥𝐞𝐢.


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