𝐒𝐧𝐢𝐟𝐟𝐢𝐧’ 𝐆𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐞 cambia sigla, ma non abitudini. Da questa stagione apriamo con gli 𝐀𝐥𝐥𝐚𝐡-𝐋𝐚𝐬, dal loro primo album interamente strumentale. Loro parlano di libertà creativa e spazi sospesi.
Noi, più modestamente, avevamo bisogno di una sigla nuova.
La puntata #2 si apre con quattro novità.
Gli 𝐘𝐮𝐩𝐩𝐢𝐞 𝐅𝐥𝐮 tornano con Kings Without a Crown, diciotto anni dopo l’ultimo disco. È l’album a cui Matteo Agostinelli aveva lavorato prima della sua scomparsa: non una raccolta di frammenti o provini, ma nove canzoni finite, che continuano a muoversi tra chitarre, elettronica, psichedelia, funk e qualche deviazione inattesa.
Poi 𝐮𝐧𝐭𝐢𝐭𝐥𝐞𝐝 (𝐡𝐚𝐥𝐨), 𝐋𝐮𝐬𝐭𝐞𝐫 e 𝐒𝐰𝐚𝐧𝐬𝐞𝐚 𝐒𝐨𝐮𝐧𝐝, giusto per non rischiare che le chitarre si sentano trascurate.
Da lì ci spostiamo verso sud.
Se la storia del rock premiasse la purezza della scrittura, l’Australia siederebbe stabilmente in cima al mondo, a braccetto con la vicina Nuova Zelanda. Da Brisbane a Melbourne, passando per Sydney, quella terra è stata un’incubatrice formidabile di suoni obliqui, crepuscolari e senza tempo: la culla che ha trapiantato la lezione di Velvet Underground e Television dai vicoli scuri di New York al sole dell’emisfero australe, regalando al mondo l’anarchia punk dei Birthday Party, il pantano degli Scientists e dei Radio Birdman, fino alla malinconia radiosa dei 𝐆𝐨-𝐁𝐞𝐭𝐰𝐞𝐞𝐧𝐬 che oggi riscopriamo grazie alla ristampa della loro trilogia d’oro: 𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑦 𝐵𝑒𝑙𝑙𝑒 𝐴𝑛𝑑 𝑇ℎ𝑒 𝐵𝑙𝑎𝑐𝑘 𝐷𝑖𝑎𝑚𝑜𝑛𝑑 𝐸𝑥𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠 (1986), 𝑇𝑎𝑙𝑙𝑢𝑙𝑎ℎ (1987) e quel monumento di perfezione acustica che risponde al nome di 16 𝐿𝑜𝑣𝑒𝑟𝑠 𝐿𝑎𝑛𝑒 (1988). Il racconto di un dualismo perfetto mai più replicato — tra il cinismo dandy di Robert Forster e il romanticismo di Grant McLennan — sorretto dal motore ritmico, politico e sincopato della batterista e attivista Lindie Morrison, capace di rompere ogni cliché di genere dell’epoca.
Poi i 𝐋𝐚𝐮𝐠𝐡𝐢𝐧𝐠 𝐂𝐥𝐨𝐰𝐧𝐬 e infine i 𝐁𝐚𝐭𝐬, da Christchurch, dentro quell’universo Flying Nun in cui per fare una band non servivano grandi studi. Bastavano canzoni, strumenti, amici e abbastanza convinzione per andare avanti. A volte anche una grancassa improvvisata contro una porta.
Il disco della settimana è Ultimate Love Forever di 𝐋𝐞𝐱 𝐖𝐚𝐥𝐭𝐨𝐧.
Racconta di aver cominciato a fare musica a diciassette anni dopo aver ascoltato “Frankie Teardrop” dei Suicide al buio, in cuffia. Educazione musicale subito in discesa libera: niente fase Weezer o Ramones, direttamente Death Grips e Velvet Underground. Il risultato è un disco che sembra una rissa ma, a guardarlo bene, non è nient’altro che un classico garage, post-punk, fuzz-pop, power pop. Melodie che restano in testa e sette canzoni che in meno di venti minuti riescono a prendersela con fascisti, algoritmi, proprietari di casa, short-form video, colleghi troppo silenziosi e parecchie altre cose.
Il trucco è che sotto tutta quella roba brutta c’è una gran voglia di scrivere canzoni pop.
