Loser. (Fiver # 19.2017)

Quel che segue è lo scheletro di una lunga mail che un vecchio amico mi ha inviato qualche settimana fa.
Mi ha colpito perché è un’analisi piuttosto spietata di situazioni che conosco bene.
Pubblico con il suo permesso mantenendo inalterato il senso e dopo averne rielaborato la forma.
Le canzoni le ho scelte io, ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Scott Kannberg / Gary Young / Stephen Malkmus

Raramente mi è successo di riconoscermi in una band rock come mi è capitato di identificarmi con i Pavement ai tempi in cui questi erano in vita, praticamente lungo tutto il corso degli anni ’90. Tanto che se affermassi che i Pavement sono stati i miei anni ’90 probabilmente non andrei molto lontano dalla realtà. Il processo di immedesimazione con loro fu istantaneo e non solo dal punta di vista dell’affinità musicale. Certo, una canzone come Summer Babe contribuì a indirizzare immediatamente tutta la faccenda sul binario giusto, ma poi la questione con loro acquistò in breve profondità e specificità del tutto peculiari.

Stephen Malkmus & the Jicks “Summer Babe

In pochissimo tempo i Pavement diventarono me e io divenni loro. E come me una piccola ma significativa parte dei miei amici. Eravamo la generazione x con la modalità slacker sempre attiva, i libri di Douglas Coupland citati a memoria come le battute dei film di Kevin Smith e la costante sensazione che pur avendo a disposizione molto saremmo comunque riusciti a sprecare tutto. Il nostro bagaglio di cultura superiore alla media, quel determinato livello di intelligenza in grado di decifrare più o meno qualunque situazione, il portafoglio (nostro o dei genitori, poco importa) sufficiente a spesare sfizi e vizi, non molti a dire il vero. E una quantità di stile che immodestamente – ne eravamo certi – sovrastava quello della maggior parte delle persone che conoscevamo: I’ve got style, miles and miles / so much style that it’s wasted.

Pavement “Frontwards

Ci trovammo ad essere la prima generazione nella storia recente che pur essendo dotata di tutti i mezzi e gli strumenti di base necessari per essere vincente scelse per sé con consapevolezza, cinismo e una certa dose di sconsideratezza, il ruolo di perdente. Loser. con tanto di punto finale, proprio come la scritta stampata su quella maglietta della Sub Pop che non a caso divenne un simbolo di quegli anni e che qualcun altro trasformò in inno, per l’appunto generazionale: I’m a loser baby, so why don’t you kill me?

Beck “Loser

Non a caso però la frase che meglio di tutte descriveva la situazione, quella che più citavo e più sentivo citare in quegli anni e che ancora oggi mi perseguita, stava all’inizio di una delle più belle canzoni dei Pavement, una delle più belle canzoni tra le più belle canzoni che ingombrano un angolo del mio cuore: I was dressed for success / But success it never comes / And I’m the only one who laughs / At your jokes when they are so bad / And your jokes are always bad.

Pavement “Here

Ripudiavamo l’idea di avere successo, o anche solo di riuscire a combinare qualcosa, non per un qualche stoico e saldo principio morale, quanto piuttosto motivati dal timore che tanto a un certo punto saremmo stati comunque respinti. Ci convincevamo che le cose in cui eravamo bravi, ma bravi sul serio, non avevano alcuna applicazione pratica, convinzione invero piuttosto aderente alla realtà dei fatti, e così ci impegnavamo a fabbricare sconfitte fasulle per evitare un domani di trovarsi fallimenti reali sulla porta di casa.
Non degli eroi romantici quindi, quanto persone scientemente decise a farsi da parte senza lottare, a lasciarsi vivere anziché vivere, facendo si che tutto potesse scivolare via senza scalfire la superficie nella convinzione che non esiste alcuna ragione perché le cose avvengano: accadono e basta, senza vi sia il bisogno che venga presa una qualunque decisione. Perché tanto se devono accadere vedrai che accadranno comunque e altrimenti pazienza, vuol dire che non era destino.
Assistevamo così allo spettacolo della nostra vita come fossimo spettatori esterni e neutrali, senza intervenire. Un fatalismo che qualche volta ci ha facilitato l’esistenza ma molto più spesso ce l’ha peggiorata, agendo come si trattasse di un limitatore di velocità atto a scongiurare sbandate ma anche idoneo a non consentire il pieno sfruttamento del potenziale. Il nostro potenziale.
Ci siamo lasciati scorrere addosso cose e persone invece di afferrarle o respingerle con decisione in cambio di poter godere di quella manciata di occasioni in cui tutto avviene naturalmente e senza alcuno sforzo, fallendo così per inerzia e inazione una serie infinita di opportunità interessanti.
L’atteggiamento di fair play emotivo che abbiamo sempre mantenuto è stato senza alcun dubbio fallimentare: in fondo sapevamo bene che le cose vanno a chi le vuole sul serio e lotta per averle, con ogni mezzo necessario.
Salvo poi lamentarci per non averle ottenute quelle cose, anziché starcene tranquilli nella consapevolezza che eravamo malati. Malati di inerzia.

Spiral Stairs “Emoshuns

Nei Pavement Scott Kannberg era l’alter ego di Stephen Malkmus. La prima volta che lo vidi suonare da solo dopo lo scioglimento della band se ne stava seduto su una sedia al centro della piccola sala di un bar di San Francisco. Era l’inizio del 2003 e allora stavamo tutti meglio, sia io che i miei amici le cui vite sono state così simili ai Pavement e alle loro canzoni. A un certo punto partì con una cover, senza annunciare di cosa si trattasse. La riconobbi immediatamente e mi emozionai fin quasi alle lacrime perché era una di quelle canzoni che hanno segnato indelebilmente un certo periodo della mia vita e pensavo a distanza di tanto tempo dalla sua uscita che in qualche modo fosse una canzone solo mia. Si trattava di Golden Brown degli Stranglers e stava in un disco che ho amato moltissimo: La Folie. Tanto per dire delle affinità, vere o presunte.
Da poco è uscito il nuovo album di Kannberg e dentro c’è un pezzo che ha tutte le caratteristiche per diventare una delle mie canzoni del cuore. E infatti lo è già diventata.
Prima di sfumare in un finale disarmante ripete più volte una frase molto semplice: I’m going forward / I’m moving backward. Parole che dicono niente e dicono tutto, dipende da chi è la persona che le pronuncia e dallo stato d’animo di chi la ascolta.

Scott Kannberg aka Spiral Stairs suonerà al Freakout di Bologna il 26 settembre e all’Ohibo’ di Milano il 27.

Arturo Compagnoni

Old man whispers (Fiver #16.2015)

Pavement

Pavement

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo ne data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non lo avevo mai più riascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

PAVEMENT “AT&T”

JIMMY WHISPERS “Vacation”

Immaginatevi Daniel Johnston alle prese con qualche tastiera analogica scassata, una vecchia drum-machine e un’estate passata in un luogo troppo caldo, senza rifugio. Jimmy Whipsers canta canzoni senza protezione, alla ricerca di amore e di salvezza. Si mette completamente a nudo facendo della propria arte la propria vita. Regala un album di canzoncine fragili, stonate e spaccate. Ma quelle piccole melodie appena accenate rischiano comunque di rimanere indimenticate. Quantomeno a me fanno quell’effetto.

PROTOMARTYR “Blues Festival”

Grande band, i Protomartyr. Che ritorna con un singolino split pubblicato in occasione del Record Store Day. Si picchia duro nei territori di un blues stravolto, degno erede di Birthday Party e compagnia. Kelly Deal, delle Breeders, fa presenza discreta non modificando di una virgola il tiro di una grande canzone.

TAPE RUNS OUT “Friends”

140 secondi di perfezione pop, si sarebbe detto un tempo. Roba che potrà piacere a chi ha apprezzato in passato i primissimi Interpol, per esempio. Una canzone che finisce inaspettata nel momento in cui ci si aspetterebbero riverberi di chitarre e feedback leggero. Non so, se avete qualche disco degli Slowdive in casa, farete meglio a dargli un ascolto.

INSTITUTE “Perpetual Ebb”

Mi fa impazzire il tono con cui il cantante affronta la canzone: scazzato, non preoccupandosi per nulla di rendersi intellegibile. Sarà la fascinazione slacker, sarà che sembra un brano del primo album degli Stooges ma questa canzone basta e avanza a farmi diventare il prossimo debutto sulla lunga distanza di questi giovani texani uno dei dischi più attesi della stagione.

Cesare Lorenzi

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A love like oxygen

95743537Malkmus é come un fratello, a dispetto del fatto che di persona ci avró parlato al massimo un paio di volte e non mi ricordo neppure bene. Abbiamo la stessa etá, del resto (qualche mese in piú lui, ad essere precisi). Siamo cresciuti con gli stessi dischi nonostante i 10.000 km che ci separavano. Forse non abbiamo fatto lo stesso percorso ma alla fine ci siamo ritrovati nello stesso luogo.

Malkmus é partito dal punk californiano dei primi anni ‘80, dai dischi della SST e si é ritrovato ad ascoltare i Can, i Fall, gli Swell Maps ma anche i classici del rock (da Bob Dylan ai Grateful Dead) e la prima new-wave inglese.
Io dalla new wave inglese della mia adolescenza ho fatto un salto mortale carpiato nell’underground a stelle e strisce, aggiungendoci gli immancabili classici di contorno, a piccole dosi.
Lui da musicista, io da appassionato.
Con i Pavement ha semplicemente coniugato tutto questo tragitto in canzoni. L’anno era il 1992 e quel disco (Slanted and Enchanted) ha fatto da colonna sonora alla nostra generazione.
A pensarci ora, ad oltre 20 anni di distanza, i Pavement sono stati una delle prime band che hanno abbattuto gli steccati sonori ai quali eravamo tutti inconsapevolmente legati. Era un’epoca nella quale i dischi si riconoscevano da lontano: inglesi e americani, non ci si poteva confondere e non era solo una questione di accento. Erano proprio mondi che non convergevano e toccava schierarsi da una parte o dall’altra.

La nostra generazione ha vissuto in un altro modo, globalizzata in maniera inconsapevole. Un luogo dove si poteva avere contemporaneamente i Wedding Present ed i Sonic Youth tra le band preferite, per dire. “We grew up listening to music from the best decade ever” canta nel nuovo album (Stephen Malkmus & The Jicks “ Wig Out at Jagbags”) e viene quasi da credergli.

Sette anni e cinque album dopo i Pavement si disintegrano per autocombustione. Ritornano nel 2010 per un tour sostanzialmente inutile.

Malkmus ha nel frattempo iniziato una nuova vita e dato il via ad una nuova band (The Jicks) lasciandosi alle spalle con un certo fastidio tutto quello che era venuto prima. Come spesso capita quando si sente l’esigenza di liberarsi di un passato che per qualche ragione era diventato troppo ingombrante non rimane che prenderne le distanze. I 5 album che pubblica con la nuova band (dal 2001 al 2011) suonano differenti, in maniera in qualche modo inevitabile. I critici di professione scrivono di riffs anni ‘70, di sperimentazioni elettroniche, di introspezione e incongruenza.
Si rimane costantemente a metá strada tra disillusione ed entusiasmo. Ma la veritá é che Malkmus ha mimetizzato il proprio talento, in maniera quasi snobistica. Come se si divertisse a regalarci frammenti di magia vera per poi prenderne volontariamente le distanze.
Si arriva ad un certo punto peró che bisogna fare i conti con quello che si é stati, il passato bussa e ci si accorge che é arrivato il momento di aprire la porta. Non si sa quali saranno le conseguenze ma va fatto.
Wig Out at Jagbags é il titolo del nuovo album, quello che chiude il ciclo del malcontento.url
Improvvisamente é di nuovo tutto a fuoco: l’album suona diretto e consapevole, non ci sono misteri e scorciatoie ma solo canzoni, nessun artificio ma la semplice complessitá di Malkmus autore. Che non sará mai uno qualsiasi, che banale non riesce a diventare neanche se ci provasse.
Sembra essere venuto a patti con il proprio passato ma sopratutto con quello che puó ancora offrire come musicista. Ha compreso che é arrivato il tempo di assecondare la propria natura. Accendere l’amplificatore, avvicinarsi al microfono, partire con un assolo fuorviante e dare ossigeno al nostro personale sogno pop.

Perché come canta nel nuovo album: “You’re not what you aren’t, You aren’t what you’re not” che sembra una cosa semplice ma a pensarci bene non lo é affatto.
Cesare Lorenzi

Nel 1998 “Rumore” pubblicó un mio articolo a proposito dei testi di Stephen Malkmus (e quelli di David Berman dei Silver Jews, a dire il vero). Penso che sia un buon articolo. Ve lo metto qui sotto in allegato, casomai qualcuno avesse voglia di leggere….

Stephen Malkmus & The Jicks saranno in Italia il 23 gennaio al Tunnel di Milano, il giorno dopo a Bologna al Covo!!

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