In the aeroplane over the sea

Qualcuno mi ha chiesto perché in quel famoso lungo week end di fine maggio non fossi a Barcellona quest’anno.
Probabilmente è perché sono sempre stato un indie snob che appena qualcosa o qualcuno finisce sotto i riflettori si rompe i maroni e decide che è il momento di andare a cercare qualcos’altro e qualcun’altro da qualche altra parte. Mettiamola così, me lo dico da solo e non ci pensiamo più. Aggiungo anche che nei giorni immediatamente successivi al famoso festival di Barcellona contro il quale, sia chiaro, non ho da dire proprio nulla, sono andato a vedere altre due cose (e mezzo) che mi hanno impegnato un bel po’ sia fisicamente che mentalmente.

Domenica primo giugno ero all’Handmade a Guastalla (RE), martedì, mercoledì e giovedì di quella stessa settimana mi sono fatto il Beaches Brew all’Hana Bi di Marina di Ravenna, in mezzo un giorno di passaggio al Rock in Idro di Bologna.

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Io che sono da sempre un indie snob (si si, il termine indie lo uso ancora perché mi fa comodo e non ho bisogno di nessuno che venga a ricordarmi il senso della parola – questa la spiego a parte se a qualcuno mai interessasse) anziché andare a vedere i National e gli Arcade Fire e tutte quelle altre belle cose che passavano in Catalogna sono stato a raccogliere margherite in un parco fuori Reggio Emilia, ricreandomi in testa una situazione che secondo il mio immaginario senz’altro limitato e indubbiamente un po’ deviato è la cosa plausibilmente più vicina ad un contesto come che so, l’International Pop Underground di Olympia.

In una giornata del genere ho recuperato alcune conferme, materiale di cui c’è sempre un gran bisogno per tenere dritta la barra di navigazione, illudendosi che le proprie convinzioni siano oggettivamente sensate.

A cominciare dal primo concerto incrociato all’Handmade, quello degli Own Boo, potenzialmente il miglior gruppo italiano uscito negli ultimi dodici mesi. I tre ragazzi sono dei giovanissimi freak spuntati fuori dalla San Francisco del ’67, delle due ragazze non dico nulla perché ogni volta che parlo di donne metto il piede in fallo e qualche mia amica o conoscente non perde occasione per farmelo notare. La cantante comunque ha una voce che porta da un’altra parte. Dico un nome solo: Mazzy Star, fatevelo bastare. Se continueranno su questa strada potranno arrivare dove vogliono e a un certo punto mi toccherà abbandonarli (vedi alla voce indie snob di cui sopra).

Own Boo

Own Boo

Seconda conferma: il malsano fascino che il garage rock esercita su di me. Vorrei disperatamente essere un garage rocker: possedere tutti i dischi della Crypt, padroneggiare il catalogo completo della Goner ed allineare a decine nella mia libreria le cassette della Burger. Ma in realtà il garage rock alla fine ascoltarlo di lungo (intendo per più di tre canzoni di fila) mi annoia. Come il reggae e lo ska anche se infinitamente più figo del reggae (sono un indie snob bianco della middle class in fin dei conti) e un po’ più interessante dello ska (che ai tempi miei, quelli di Beat, Specials, Madness e Selecter era niente male).
A meno che il garage rock non vada a vederlo dal vivo: allora è tutta un’altra storia. Soprattutto se il gruppo che suona dichiara anche una passione poco celata per wave e post punk inserendo tastiere storte e moog. Allora la frittata personale è fatta e servita. Prendetemi e portatemi con voi, non cerco altro. E’ quello che hanno fatto i Pow! sul microscopico palco B dell’Handmade lunedì, quando la sera stava per rimpiazzare il giorno. Bellissimi, oltre che bravi e coinvolgenti: lui una specie di eroe perduto del glam anni ’70 traslocato armi e bagagli sulla Bowery; lei un side project dei B52’S in età post adolescenziale; l’altro un capellone occhialuto timidissimo e infine il batterista. Ecco il batterista, che tra l’altro ha spezzato i cuori di un paio di mie amiche, sembrava capitato lì per caso, annoiato tra una canzone e l’altra, per poi partire improvvisamente senza sbagliare un colpo. Preciso come un metronomo in quel suo misto tra scazzo completo e professionalità eccelsa che inevitabilmente raccoglie il mio incondizionato consenso.

Potrei star qui ad andare di lungo scrivendo del non palco allestito da Tizio e dei magnifici e (per me) sconosciutissimi gruppi che si è scelto, indeciso se decorare con l’ambito titolo di Calvin Johnson della bassa lui, Tiziano Sgarbi aka Bob Corn o l’altro, Jonathan Clancy, aka il cantante degli His Clancyness. Potrei scrivere del vino e del cibo, di quel divano piazzato in mezzo ai campi tra le balle di fieno, o potrei anche parlare di quanto bella fosse la voce del cantante dei Green Like July che per più di un momento mi sono parsi la reincarnazione degli Orange Juice ipnotizzati dal catalogo dei Kings of Convenience o citare i Chow che passano carta vetro sulla tradizione americana anni ’70 con in mente tutti i dischi degli Screaming Trees.
Potrei scrivere un libro sull’Handmade perché ne varrebbe la pena, mo non qui e non ora, magari un giorno dei prossimi.

Tirata giù la serranda a sigillare il festival fatto in casa giusto il tempo di un passaggio tra la polvere del Parco Nord dietro casa mia a verificare che i Brian Jonestown Massacre sono sempre i Brian Jonestown Massacre anche alle tre del pomeriggio, su un palco troppo grande e troppo alto e con un sole feroce che gli sbatte in faccia, poi sono andato al mare infilandomi sulla A14 in direzione di Marina di Ravenna. Dove ho raccolto qualche altra conferma.
L’Hana Bi è uno dei migliori club del mondo. Ok, non è un club, ma è come se lo fosse. E’ un luogo che quando lo racconto a qualcuno che ancora non lo conosce questo non ci crede. Ed è un luogo che quando qualcuno viene da fuori e non lo ha mai visto poi mi viene a dire che non avevo raccontato tutto e il posto è ancora meglio di quello che avevo descritto. Ed è un posto che invece la gente che ci vive di fianco riesce a volte a criticare. Ma a ognuno il suo. Non mi interessa. Comunque io se fossi in Chris, che l’Hana Bi lo gestisce da 10 anni, farei come fece Poneman della Sub Pop venti e passa anni fa. Pagherei un viaggio e un soggiorno da queste parti a un paio di giornalisti di quelli che contano, uno americano e uno inglese. Poneman lo fece tramite la Sub Pop con Everett True. Seattle manco era segnata sulle mappe del rock che conta (o almeno era stata accantonata dai tempi di Hendrix e Sonics) e il grunge era solo una vaga idea nelle teste di tipi poco raccomandabili come Tad Doyle e Mark Lanegan. Da quel viaggio di una settimana Everett True tornò con un reportage che, pubblicato sulle pagine del Melody Maker, cambiò la vita a molti dei personaggi che abitavano nel sud ovest degli Stati Uniti trastullandosi con la musica ad inizio anni ’90. A molti la cambiò in meglio, a qualcuno in peggio.
Ecco, immagino cosa potrebbe scrivere un giornalista passando da questa spiaggia la settimana in cui si svolge il Beaches Brew e cosa ne potrebbe conseguire.

Parlando di quello che si è visto nella tre giorni la prima conferma arriva dai Cloud Nothings . Sono tre nerd sfigati che suonano come fossero gli Hüsker Dü (ah ah ah, lesa maestà!) e il batterista è la migliore macchina da guerra mi sia capitato di vedere da un imprecisato numero di anni a questa parte. Certo sono solo uno che pensa che per avere ancora vent’anni basta trovarsi una volta all’anno a sbattere la testa sotto a un palco e ammaccarsi le ginocchia e le costole e i gomiti contro una cazzo di transenna che manco mi aspettavo di trovare sotto al palco dell’Hana Bi che poi non è un palco e si, capisco che l’avete messa perché altrimenti il cambio palco per quattro volte di fila sarebbe stato impossibile e che si, se non la metterete anche per il concerto dei Black Lips alla terza canzone lo chiudiamo per impraticabilità del campo, però l’Hana Bi con una transenna attorno al palco non è la stessa cosa.
A parte questo i Cloud Nothings hanno comunque spaccato il culo, fatevene una ragione voi che ancora li trattate con la sufficienza che si dedica ai ragazzini: ad ascoltare i ragazzini (sorpresa!) a volte ci si diverte di più che non ad andar dietro ai vecchi maestri.
A proposito dei quali, tra quelli passati per Marina di Ravenna in questi tre giorni, potrei scrivere di Lee Ranaldo e magari anche di Damien Jurado, oppure potrei proseguire descrivendo il tipo degli Swearing at Motorists che meriterebbe una pagina solo per lui, o Dj Fitz che chiudeva le serate a botte di afro e funky, potrei dire che gli Speedy Ortiz, per quanto acerbi mi piacciono assai e ricordare che i Suuns dal vivo sono sempre micidiali.

Ma se fossi uno che sa scrivere bene e che ha pure un briciolo di fantasia, uno di quelli bravi a fabbricare romanzi o sceneggiature di film, a questo punto mi inventerei un finale ad effetto. Una roba di quelle che ad esserci dentro ed avere 20 anni ti cambia la vita per sempre.
Tipo un ultimo concerto per chiudere tutto, questi tre giorni e quelli immediatamente precedenti. Un concerto unico, sulla spiaggia tra il mare e le dune, i piedi sotterrati dalla sabbia fresca, migliaia di persone sotto una luna tagliata perfettamente a metà.
Un tipo con barba lunga e un cappello che canta: what a beautiful face I have found in this place, that is circling all around the sun , tu che sei lì in mezzo e anche se a quelli la’ sopra al palco non è che ai tuoi tempi gli avessi dato poi tutta quest’importanza ora non puoi far altro che guardarli fuori fuoco con lo vista appannata dalle lacrime and when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud I’ll be laughing with everyone I see can’t believe how strange it is to be anything at all con la gola che si attorciglia mentre pensi ai dieci anni che hai vissuto lì su quella spiaggia, tutti dall’inizio della storia e sai che quello che sta succendo ora sta succedendo anche per te. Non c’è nulla di casuale e in questo finale immaginario oggi è il giorno perfetto, questa è la notte perfetta e nient’altro conta. Niente.
Tutto potrebbe finire lì e e le cose avrebbero un senso compiuto, definitivo: and one day we will die and our ashes will fly from the aeroplane over the sea.

ARTURO COMPAGNONI

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