indie pop ain’t noise pollution (parte 2) 40-31

Saint Etienne

Saint Etienne

40 – 31

40) Jane and Barton – It’s a fine day (1983)

Non solo non conoscevo la canzone ma confesso che questi Jane and Barton non li avevo mai sentiti nemmeno lontanamente nominare. Tanto esile da far apparire i Belle and Sebastian un gruppo death metal, non ho idea di come questa canzone sia finita in un elenco del genere. (A.C.)
Mai sentiti prima di oggi. Non penso che finirò per riascoltarli ancora (C.L.)

39) Josef K – The missionary (1982)

Mi piacerebbe incontrarli oggi i Josef K, prototipi art rock sin dal nome (so che lo sapete già, comunque Josef K era il protagonista del Processo Kafkiano), per chieder loro di cosa avessero in mente quando decisero di mettere su un gruppo come quello. Nel piccolo ma basilare catalogo Postcard il lato oscuro degli (altrettanto meravigliosi) Orange Juice. (A.C.)
Funkettone che vira sul punk, gran pezzo, gran gruppo. Da riscoprire. (C.L.)
Riferimenti letterari come piovesse. Musica avanti di decadi. Un gioco troppo bello per durare, infatti. (M.B.)

38) Ride – Ride EP (1990)

Sui Ride non c’è molto da dire. Ogni loro disco ha un significato particolare e segna una evoluzione che all’epoca, confesso, in parte mi sfuggì. Siccome i dischi d’esordio sono una mia fissa, questo ep che porta il loro nome rimane la cosa cui ancora oggi sono più affezionato.  (A.C.)
Poi uno si domanda perchè gli Slowdive sì e i Ride no. Va a finire che anche in sede di ristampe, riscoperte, revival si scelgono i gruppi sbagliati. Comunque i primi due EP della band sono tra le cose migliori mai prodotte dal giro di quelle bands che amavano guardarsi le scarpe mentre suonavano. (C.L.)
Confesso di non essere imparziale. Li amo da sempre. Da questo primo ep fino a Going Blank Again un centro dietro l’altro. Melodia a braccetto con un muro di chitarre al calor bianco. Shoegaze band n.1 (M.B.)

37) The Bodines – Therese (1986)

Potremmo discutere ore su come e quanto certi gruppi presenti nel catalogo di inizio attività Creation abbiano influito sulla formazione musicale della coppia Morrissey/Marr. Ma non lo faremo. (A.C.)
Questa canzone faceva parte della famigerata compilation C86 e ci stava alla grande. I Bodines funzionavano bene così, presi a canzoni singole. L’unico album invece fu un fiasco, pubblicato da una major con troppe aspettative. (C.L.)
Pop is vital, at the end of the day. The Bodines. Melody Maker 22/08/1987. Parole sante. (M.B.)

36) Shop Assistants – Safety Net (1986)

Le Shop Assistants sono il prototipo dei gruppi per cui ho sempre perso la testa: formazione femminile, natali scozzesi, un suono che prende il catalogo della Motown, lo ficca dentro un boiler e lascia che chitarra, basso e batteria rimbalzino contro le pareti. (A.C.)
Come il cane di Pavlov alle prime note di questo pezzo comincio a sbattere contro le pareti di casa. Passata in radio fino allo sfinimento (che non è mai arrivato). (M.B.)

35) The Primitives – Really Stupid (1986)

Copio e incollo le parole appena spese per le Shop Assistants. Solo che qui di femminile c’è solamente la voce e il (delizioso) volto della cantante. L’industria discografica li puntò di brutto e questa fu la loro rovina. Se ci fossero fermati dopo i primi quattro singoli (Really Stupid fu il primo della fila), ché l’album Crash per quanto carino era già troppo lisciato, i Primitives sarebbero diventati mito totale. (A.C.)
Difficile che una canzone che duri meno di due minuti, che alterni rumore e melodie al sapore di zucchero possa veramente non piacermi. I primi Primitives erano esattamente così: una piccola certezza che durò troppo poco, rovinati dall’ambizione e da una produzione troppo patinata. (C.L.)
Mai veramente apprezzati. Se comparati alle Shop Assistants qui è tutto un po’ troppo “a posto”. (M.B.)

34) Saint Etienne – So Tough (1993)

Bob Stanley e Pete Wiggs sono personaggi di quelli che non si limitano a comporre musica ma creano mondi. A partire dal nome che si scelsero, tributo alla città con la cui maglia Le Roy Platini avviò la sua meravigliosa carriera di calciatore (su quella di dirigente calcistico stendiamo invece pietosamente un velo). Sofisticatissimi ed eleganti, dovessi scegliere un loro disco punterei dritto sul primo, Foxbase Alpha, se non altro perché dentro ci sta una cover di Neil Young che squaglierebbe il ghiaccio depositato sopra qualunque cuore. (A.C.)
Etichettati come indie dance, in realtà progetto dalle connotazioni concettuali come pochi, spandevano stile con le movenze vellutate di Sarah Cracknell. Una sfilza di singoli spaventosamente irresistibili. (M.B.)

33) The Sea Urchines – Pristine Christine (1987)

Il mio singolo Sarah Records è senz’altro Emma’s House dei Field Mice, ma questo dei Sea Urchins è il numero uno del catalogo e può starci in rappresentanza di una etichetta troppo importante per essere riassunta in poche righe. Un giorno apriremo i nostri archivi personali e ci scriveremo su una enciclopedia. (A.C.)
Riascoltati oggi reggono la prova del tempo alla grande. Tra i primi a mettere la parola twee sul vocabolario. (M.B.)

32) Elastica – Line Up (1994)

Dunque: in Line Up scippavano il coro a I Am the Fly degli Wire, in Connection ricalcavano le chitarre di Three Girl Rhumba (ancora Wire) e in Waking Up mostravano di essersi studiati No More Heroes degli Stranglers talmente bene da decidere di fermarsi giusto un mezzo passo prima del plagio. E queste sono le loro tre migliori canzoni. Cosa ci fanno qui? (A.C.)
Perfettamente d’accordo. Una volta che la stampa inglese realizzò che Justine Frischmann e Damon Albarn avevano rotto se ne disfò abbastanza rapidamente. (M.B.)
Quando ti innamori della ragazza sbagliata devi solo sperare che duri poco. Elastica è stato il mio colpo di fulmine. Durò lo spazio di qualche singolo ma ancora oggi, nonostante l’evidenza dica che non eravamo fatti per stare insieme, sono pronto a difenderle/li. E questa canzone spacca!! (C.L.)

31) Stereolab – Peng (1992)

Tim Gane che suonava la chitarra nei McCarthy, la voce deliziosamente francese di Laetitia Sadier, la Duophonic che proiettava il passato nel futuro (il post rock nacque anche da qui), il pop marxista e la space age bachelor pad music, i leggendari 45 giri in edizione limitata venduti ai loro concerti.
Davvero tanta roba, in certi momenti pure troppa, gli Stereolab hanno sempre viaggiato per conto loro, in un universo parallelo e supremo, unici e irraggiungibili. (A.C.)
Qui il n. 31 suona come una bestemmia. Gruppo di importanza incalcolabile. Labirinti sonori nei quali si incontrano indie rock, krautrock, pop, elettronica e mille altre cose mentre Laetitia Sadier ci guida imbronciata. (M.B.)
Quando scoprimmo che Tim Gane aveva messo in piedi una nuova band dopo l’esaltante esperienza nei McCarthy fu un piccolo evento. Uscirono due 10 pollici con 4 canzoni ciascuno. Non esisteva internet, non esisteva Amazon, non esisteva distribuzione italiana. Prendevi carta e penna mettendoci qualche sterlina ben nascosta e ci provavi spiegando che trasmettevi in un piccola radio indipendente bolognese. Capitava che ti arrivava il disco con una lettera scritta a mano che vi allego qui sotto. Giusto per farvi capire i tempi, giusto per chiarire cosa significava il termine “indie” per me all’epoca. (C.L.)
stereolab1
stereolab2

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

3 pensieri su “indie pop ain’t noise pollution (parte 2) 40-31

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