indie pop ain’t noise pollution (parte 1) 50-41

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Siamo sommersi da classifiche di tutti i tipi, in qualsiasi periodo dell’anno. Una volta ci si limitava al mese di dicembre, alle playlist che andavano a riassumere l’andamento dell’intera annata discografica: era un appuntamento atteso e vissuto con una partecipazione nerd quasi commovente. Nick Hornby con Alta Fedeltà lo ha raccontato in maniera esemplare: e le sue Top Five sono rimaste indelebili nella nostra memoria.

Poi si è trasceso, non esiste più moderazione ed ogni scusa è diventata buona per classificare qualsiasi cosa in qualunque momento. Compilare oggi una classifica, qualunque essa sia, è un mero esercizio tendente ad affermare la propria personalità di fronte a un pubblico cui nella maggior parte dei casi nulla importa della personalità altrui. Niente di male, per carità. Solo una cosa inutile.

A meno che non si scelga un tema in grado di stimolare interesse o meglio ancora un argomento che vada a soffiare sul fuoco della passione di chi legge e a meno che chi decida di trattare tale argomento abbia una autorità e un bagaglio di conoscenza tali da risultare credibile. Qualcuno che riesca ad effettuare un operazione di sintesi con una visione alle spalle a sorreggere il tutto. È capitato recentemente al mensile Mojo, che quanto a lavoro di archiviazione, analisi e catalogazione del passato non ha eguali, almeno tra le testate che siamo abituati a sfogliare da queste parti. La rivista inglese ha messo in fila i “50 Greatest UK Indie Records Of All Time“. La data di partenza è il 28 dicembre 1976, quando i Buzzcocks registrarono le prime quattro canzoni che pubblicarono sull’ep Spiral Scratch, prima uscita della loro etichetta, la New Hormones, a fine gennaio dell’anno successivo, data ufficialmente e unanimemente riconosciuta come nascita dell’indie rock.

Scorrendo l’elenco ci siamo accorti immediatamente che questi 50 titoli, per un motivo o per l’altro, hanno fatto da colonna sonora alle nostre vite. Alcune canzoni in maniera così rilevante da influenzare quello che poi siamo diventati in seguito. Più che semplici dischi una vera e propria mappatura genetica, dunque. Un pò come trovare il proprio DNA stampato tra le pagine di una rivista. Non potevamo esimerci dall’approfondire, anche in maniera scanzonata, come conviene a questa estate bizzarra.
Una considerazione: su 50 titoli scelti solo 5 appartengono agli anni zero e l’ultimo in ordine di uscita (Camera Obscura) è datato 2006, vale a dire 8 anni fa.

50 – 41

50) HUGGY BEAR “Herjazz” (1993)

La risposta inglese alle Bikini Kill, ovvero il punk declinato in versione riot. Una grande manciata di singoli che riascoltati ora suonano ancora attuali. Energia priva di data di scadenza, a quanto pare. Questo singolo é del 1993, l’anno prima le intervistai per Rumore, uno dei miei primi articoli in assoluto per la rivista. Sono andato a rileggerlo e certe dichiarazioni sono ancora oggi da stamparsi a memoria: quando parlano di rock indipendente che non si era ancora trasformato in indie, per esempio. Invecchiati/e benissimo, alla faccia di quelli che all’epoca li liquidarono con la solita provinciale sufficenza. (C.L.)
Da pronunciare in unico respiro con la parola Bikini Kill. Da recuperare l’esibizione a The Word. Una carica impressionante prima di mettere a soqquadro lo studio televisivo di “quei fottuti sessisti di Channel 4”. Riscoprirla mi ha fatto sentire bene. (M.B.)
Erano i tempi in cui – per dirla con i Sonic Youth – la musica alternativa entrava in classifica o parafrasando più appropriatamente le Bikini Kill, il punk rock faceva si che il sogno si avverasse. Entrambe le affermazioni avrebbero avuto vita breve eppure a più di vent’anni di distanza possiamo dire senza timore di smentita che quell’epoca (prima metà dei ’90) oltre ad essere stata fantastica è stata anche l’ultima a portare agitazione ed eccitazione tra le acque stagnanti del rock. In questo contesto le Huggy Bear erano senz’altro la più importante sponda brit ad un fenomeno che per quanto transnazionale fu in effetti faccenda prettamente americana. (A.C.)

49) THE DELGADOS “The Great Eastern” (2000)

Un gruppo che poteva diventare enorme. Un brano come questo, per esempio, vale come un’intera discografia dei National. Ma se il successo non è arrivato, quantomeno non nei termini che era lecito attendersi, sono stati comunque una band che ha segnato in maniera fondamentale le vicende del rock indipendente inglese. Non solo con la loro musica ma anche con quella della loro etichetta, la Chemikal Underground, che ci ha regalato gruppi come Mogwai Arab Strap tra gli altri. (C.L.)
Sottovalutati protagonisti della scena scozzese di fine 90 inzio 00. Riascoltati i loro album in sequenza cocludo che Mojo non gli rende un gran servizio scegliendo The Great Eastern, album dignitoso ma tutto sommato episodio insipido rispetto alla scintillante doppietta d’esordio Domestiques/Peloton. (M.B.)
Se i Mogwai puntavano allo stomaco e gli Arab Strap miravano all’anima, i Delgados andavano invece dritti al cuore. Avessi scelto io avrei senz’altro indirizzato l’attenzione su – Domestiques – il disco di debutto, ma ogni cosa i Delgados abbiano scritto, cantato e suonato merita attenzione. A testimonianza del fatto che se l’Inghilterra può essere considerata la patria del pop la Scozia invece non è un luogo ma una condizione: della mente come dell’anima. (A.C.)

48) JAMES “Village Fire” EP (1985)

No, i James no. Non sono mai stati nelle mie corde. Né le prime cose, contenute in questo EP, né quelle di maggior successo che seguirono. Mi ritrovai comunque anch’io a cantare Oh sit down, sit down next to me, in quello che fu un inno per una stagione. (C.L.)
Reading 91 non fu solo Nirvana. La giornata del sabato fu, al netto di alcune apparizioni indimenticabili (Teenage Fanclub/Mercury Rev/Fall), l’ideale punto di passaggio di consegne tra l’incompiutezza di alcuni protagonisti di madchester e dintorni (Flowered Up/Kingmaker/Carter Usm) e la gettata delle fondamenta del movimento Britpop prossimo venturo (Blur). A officiare tale passaggio i James non sfigurarono affatto e Sit Down, cantata in coro dai 60.000 intervenuti, sembrò il momento di sublimazione di tale passaggio. (M.B.)
Fenomeno strano i James. Anch’io non sono mai riuscito ad entrarci dentro fino in fondo perdendo il filo tra la partenza in chiave (quasi) post punk, la vertiginosa impennata brit pop e un ritorno in scena sin troppo maturo. Questo ep raccoglie i loro primi due singoli e fu pubblicato niente meno che dalla Factory nel 1986: a conti fatti forse la loro cosa migliore. (A.C.)

47) SWELL MAPS “Read about Seymor” (1977)

Una delle mie band inglesi preferite di tutti i tempi. Precursori assoluti di una miriade di gruppi che pagheranno tributo: dai Sonic Youth, ai Pavement, fino ai Blur, che ascoltata questa canzone hanno forse capito come accellerare il proprio repertorio. Band grandiosa. Fine prematura. Pura leggenda. (C.L.)
Seminali, sconosciuti ai più, un triste destino. La recente pubblicazione di “Note parallele”, testo che unisce le parole di Epic Soundtracks sul suo mito Brian Wilson ad una riscoperta della figura dello sfortunato fratello di Nikki Sudden, appare lettura assai appetibile e raccomandabile. (M.B.)
La band dei fratelli Godfrey è una di quelle la cui popolarità è inversamente proporzionale all’influenza esercitata sui posteri. Questo fu il loro primo singolo, da recuperare assieme ai soli due album pubblicati: senza questa roba nessuna discografia può dirsi completa. (A.C.)

46) Camera Obscura – Lloyd I’m Ready To Be Heartbroken (2006)

Non sono sicuro che questo gruppo meriti davvero di finire in una classifica del genere. La canzone è deliziosa peró, anche se non riesco proprio a non pensare a Lloyd Cole ascoltandola. E non ho ancora deciso se sia una cosa positiva o meno. (C.L.)
Concordo sulla perplessitá riguardo l’opportunitá di includere questo pezzo in classifica, carino ma dimenticabile. Un omaggio ad un autore (Lloyd Cole) e ad un pezzo fondamentale (Are you ready to be heartbroken?), visto che d’Inghilterra si parla, un po’ “cheesy”. Più in generale, visti dal vivo ed esaminati i loro dischi non hanno mai saputo dissipare i miei dubbi. (M.B.)
C’è un aneddoto riguardo questa canzone che difficilmente dimenticherò. Il giorno in cui nacque Giulio avevo con me l’i-pod su cui come al solito erano caricati un grappolo di nuovi dischi. Quella sera a un certo punto venni abbandonato sull’unica sedia disponibile in un lungo, buio e deserto corridoio del Sant’Orsola. Si ricordarono di me giusto un pelo prima dell’evento, quando una trafelatissima infermiera venne a prelevarmi per accompagnarmi in sala parto. In quel momento i Camera Obscura stavano suonando questa canzone. (A.C.)

45) Half Man Half Biscuit –  Trumpton Riots (1986)

Mai ascoltati davvero. Con quel nome non ci ho mai pensato veramente. Questo brano, sinceramente, mi scivola addosso senza lasciare traccia. (C.L.)
Mai considerati veramente però il loro nome è grandioso. (M.B.)
Dovendo stare su un nome strano e smezzato mi chiedo non fosse meglio mettere in classifica gli Half Japanese. (A.C.)

44) The Wild Swans – Revolutionary Spirit (1982)


Una band che poteva diventare grande. Si limitó invece ad attraversare i cieli del post-punk inglese come una meteora. Un solo singolo, questo. Un pezzo che ascoltato oggi non ha nulla da invidiare ai vari New Order e Echo and the Bunnymen. L’album di debutto arriverá dopo 6 anni ma ormai la magia era scomparsa definitivamente, tra un cambio di formazione e l’altro. Rimane una delle più grandi occasioni buttate della wave britannica, anche se questa canzone alla fine basta e avanza. Talvolta bastano poco piú di 4 minuti per entrare nella storia. (C.L.)
Teardrop Explodes, Echo and the Bunnymen e anche Care, Lotus Eaters. Liverpool primi ottanta. Non avevano molto di meno ma al termine del suo giro la ruota del successo non li ha indicati. (M.B.)
Mi è capitato più volte di incrociare il nome dei Wild Swans ma sinceramente non avevo mai ascoltato questo loro unico singolo. Le classifiche fatte dagli altri servono anche a questo: invitarti a scoprire cose e innamorartene all’istante. (A.C.)

43) The Pooh Sticks – On tape (1988)

Qui non riesco ad essere obiettivo. Manco ci provo. Questa é la canzone che celebra la scena di Glasgow e lo fa citando nel testo gli Orange Juice, la Postcard e i Pastels. Due minuti o poco più di perfetto jangle pop praticamente irresistibile. (C.L.)
Cosa aggiungere? Un testo fantastico che riproponeva il dilemma dell’epoca. Comprarsi l’album o recuperarlo “on tape” tramite amici o conoscenti? A ribadire la superiore poetica di quei tempi oggi suonerebbe malissimo intonare “I’ve got it on hard disk”…(M.B.)
Questa canzone mi porta a casa di Steve, la persona con la migliore collezione di dischi epoca C86 che io abbia mai conosciuto. Giravamo con una Uno bianca prima dei tempi della Uno bianca, andavamo al Candilejas il giovedì sera, allo Slego il sabato, e per il resto della settimana ascoltavamo questa roba qui: indie pop suonato veloce come fosse punk, ancora oggi uno dei miei piatti di minestra preferiti. (A.C.)

42) Fire Engines – Candyskin (1981)

Nessuno mi toglie dalla testa che la Scozia, in quel periodo ad inizio anni ottanta, fosse un groviglio di fermento creativo sorprendente. Capitava di svegliarsi una mattina, aprire il NME, e scoprire band come questa in primo piano. Durarono poco e la loro discografia rimane limitata, ma non è mai stata una questione di quantitá del resto. (C.L.)
Concerti di venti minuti che erano, per usare le loro parole: “Pure aggression, attitude and hate was what it was.” Gente come Franz Ferdinand o Rapture dovrebbero versargli royalties su base regolare. (M.B.)
Punk funk in un momento in cui il genere era morto dove nacque (NY) e ben lungi dall’essere recuperato dll’hipsteria anni zero. I Fire Engines (assieme ai Josef K che incontreremo poco oltre) erano apparentemente fuori sincrono, discretamente epilettici, decisamente spigolosi e assai scorbutici. Naturalmente scozzesi e assolutamente irresistibili. (A.C.)

41) McCarthy – Keep an open mind or else (1989)

Riascoltando questo brano, e non mi capitava da tempo, ho pensato che avrei dovuto smettere di ascoltare musica nel 1989. Sarei rimasto con centinaia di dischi in meno in casa ma probabilmente questa canzone avrei avuto occasione di ascoltarla ancor piú spesso di quanto ho in realtá fatto. Pezzo stratosferico. Riscoprirla ora é stato come accorgersi che in fondo la ragazza che avevi a 20 anni era la migliore di tutte. (C.L.)
Riallacciandosi all’etica dell'”on tape”. Quando abitavo a Roma avevamo messo su con Arturo, viste le esigue finanze, un proficuo scambio di cassette via posta. Sembra preistoria. Una di quelle, letteralmente divorate dalla mia autoradio Goldsound (!), era quella che sulla costa portava scritto McCarthy/The Chesterfields. Levo alta nel cielo una lamentela per l’esclusione di quest’ultimi dalla classifica di Mojo mentre Tim Gane, chiusa l’avventura McCarthy, era destinato alle braccia di Laetitia Sadier e all’abbraccio di noi tutti sotto la sigla Stereolab(M.B.)
Musica fortemente politica, spensierata e a tratti molto molto ballabile: tre album che sono pietre d’angolo e che ai primi tempi di Specchi d’acqua (Radio Città 103, ore 14.30 del mercoledì pomeriggio, seconda metà degli anni ’80) furono epicentro delle nostre programmazioni radiofoniche. (A.C.)

4 pensieri su “indie pop ain’t noise pollution (parte 1) 50-41

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