La tempesta perfetta

My blood brother is an immigrant
A beautiful immigrant
My blood brother’s Freddie Mercury
A Nigerian mother of three
He’s made of bones, he’s made of blood
He’s made of flesh, he’s made of love
He’s made of you, he’s made of me
Unity
Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate

La tempesta del secolo. La tempesta perfetta. Qualcosa che non potevamo prevedere né immaginare o, meglio, che tanto avevamo immaginato in libri e film scadenti, da non pensare mai potesse divenire realtà. Di poterne avere veramente paura.
Settimane fa, anche io la presi sottogamba, non lo nego e non mi biasimo per questo: non sapevamo, non potevamo capire la portata di quello che stava succedendo. Una brutta influenza, niente di più e forse tanto rumore per nulla.
E invece. E invece vediamo camion mimetici dell’esercito portare via corpi da cimiteri troppo pieni per poter seppellire o cremare altra gente. E invece guardiamo telegiornali che fanno elenchi di morti a centinaia per giorno, di ammalati a migliaia per giorno. E invece quello che stiamo vivendo somiglia abbastanza da vicino a uno di quei castighi da Antico Testamento che forse il mondo del XXI secolo si è meritato.
E io sono chiuso in casa ormai da settimane, da settimane vedo la mia ragazza attraverso lo schermo di un portatile, unica mia finestra su lei e sul mondo. E benedetto sia Skype e la rete veloce che ci permette di fare colazione, pranzo e cena assieme, di guardare lo stesso film io a Bologna e lei in Francia. Ma non posso toccarla, carezzarla e baciarla perché ha fatto la scelta responsabile di rimanere lì, di non affrontare un viaggio a rischio contagio, che avrebbe messo in pericolo molto più gli altri di lei, giovane e praticamente immune a questo virus che non uccide i trentenni in buona salute. E io per questa scelta, che maledico ogni mattina e applaudo in silenzio ogni pomeriggio, la rispetto e amo ancora di più.
A volte occorre fare la cosa giusta, non la più comoda, né la più desiderata.

Us and them
And after all we’re only ordinary men
Me And you

Sono fortunato: non ho parenti o amici malati, nessuna perdita. Sono fortunato: ho una casa calda e asciutta. Io sto bene. Esco una volta la settimana per fare la spesa osservando gli sguardi furtivi degli altri, di chi ancora pensa agli “altri” come se esistesse la categoria degli “altri”. Altri da cosa? Altri da chi? Osservo in quella mezz’ora obbligata di non solitudine i comportamenti mai visti: le persone che si allontanano, si evitano fino a camminare radente i muri, si guardano il meno possibile. Qualcuno ha gli occhi compassionevoli di chi compatisce, di chi ha capito che gli altri non esistono perché siamo noi, perché siamo sulla stessa barca che si chiama pianeta terra, che un virus può mettere in ginocchio in poche settimane. Sono gli occhi stanchi di chi si è isolato, di chi ha rinunciato a tante cose, alla propria comfort zone sia essa l’aperitivo con gli amici, la corsetta, o tornare a casa in un treno affollato per contagiare zie e nonne dove ancora il virus non era arrivato. Poi vedo gli occhi spaventati e ansiosi di chi vorrebbe essere solo, forse l’unico avente diritto a entrare alla Coop per rifornirsi di viveri. Quello che odia tutti e tutto: il virus, il governo che lo obbliga a stare a casa, chi ci sta perché si sente moralmente superiore e chi trasgredisce perché non rispetta le regole. Odia indistintamente. Indossa le mascherine più fantasiose: da quelle da cantiere alle autoprodotte con fazzoletti arrotolati dentro una sciarpa. Poi vedo gli occhi vigili e ansiosi di punire dei tanti piccoli sbirri e ducetti che questa crisi sta risvegliando, di chi dal balcone non vorrebbe affacciarsi per cantare ma per proclamare l’entrata in guerra, l’Impero. Gli occhi che vorrebbero fotografare e denunciare ogni comportamento non allineato, sia esso pericoloso o no non importa: la voglia di esser delatore poco ha veramente a che fare con l’oggetto della delazione. Trattengo il colpetto di tosse nervosa che sento salire dallo stomaco temendo di venir immediatamente fotografato e postato su qualche social con la scritta “untore” sotto la mia faccia.

I’m in the waiting room,
I don’t want the news
I cannot use it
I don’t want the news
I won’t live by it
Sitting outside of town
Everybody’s always down
Tell me why?

Aspettiamo e abbiamo paura, non possiamo fare altro.
La tempesta del secolo, la tempesta perfetta. E nessun modo di ripararsi se non nascondersi nelle proprie tane come animali spaventati dal tuono. Come scriveva Emil Cioran nel suo Sommario di Decomposizione: “il troglodita che tremava di spavento nelle caverne continua a tremare nei grattacieli” e oggi tremiamo a ogni telefonata di un parente che tossisce, a ogni telegiornale che guardiamo aspettando soltanto che un’istituzione, qualcosa di più grande di noi, ci dica che tutto sta finendo, che stiamo volgendo verso l’alba.
Sembra una guerra.
Ma non lo è. La guerra è un’altra cosa. La guerra è quella da cui scappano persone come me, con i miei stessi desideri e sogni e oggi sono in un campo al confine tra Grecia e Turchia, tenuti lì per giochi geopolitici che niente hanno a che fare con buon senso e giustizia. La guerra non è dover rinunciare ad allenarsi al parco. La guerra non è uscire alle diciotto sul balcone a cantare l’inno o battere le mani al vento. La guerra è tutta un’altra cosa e forse mi spaventa ancora di più che le anime di questo tempo siano così annerite da non capirlo da sé, da aver la faccia tosta di pensare che siamo in guerra.
No, non siamo in guerra. La guerra è quella da cui scappano quelli che ci stanno sul cazzo perché “profughi ma tutti con lo smartphone”. Oggi forse qualcuno avrà capito quanto conta quel coso quando è l’unico modo per sentire e vedere che esiste ancora tutto ciò che ami e non puoi più toccare. Qualcuno ci penserà, ma temo troppo pochi.
La guerra non è stare soli in casa e avere le giornate in cui l’ansia per il futuro vuole soffocarti da annegare in una bottiglia di vino fresco, la guerra non è dire “buonanotte” al proprio amore attraverso un monitor. La guerra è veder addormentarsi tua figlia e la mattina dopo trovarne il corpo morto per il freddo. Questo non succedeva solo in Russia durante la Grande Guerra, da cui ci separa poi solo un secolo, accadeva un paio di settimane fa a Iblid, a Lesbo, nel campo profughi di Moria che per migliaia di persone è l’inferno e non è un nome da Signore degli Anelli.
Non siamo in guerra.

This is why events unnerve me
They find it all, a different story
Notice whom for wheels are turning
Turn again and turn towards this time
All she asks is the strength to hold me
Then again the same old story
World will travel, oh so quickly
Travel first and lean towards this time

Ma stiamo vivendo una crisi mai vista, un tempo mai vissuto. Stiamo provando cose che le democrazie occidentali non avevano ancora sperimentato: limitazioni delle libertà individuali inaccettabili per il normale vivere comune, misure economiche mai pensate da quando esiste l’Europa unita, il mondo globale a cui ci siamo abituati. Una crisi che sta mettendo a dura prova il tessuto nervoso della società civile e che modificherà drasticamente il nostro stile di vita una volta passata. Non sono un catastrofista, non credo sia la fine del mondo, ma sarebbe folle immaginarci il prossimo settembre nella ripetizione esatta del pianeta che abitavamo a gennaio scorso: ci aspetta la crisi economica probabilmente più violenta che possiamo ricordare, né il 2008, né il 2001, nemmeno il 1987 furono così. Si bruciarono tanti soldi in borsa, ma non si fermarono le attività che sì, riapriranno, ma quando e come non lo sappiamo. Con che forza non lo sappiamo. Salvando quanti dipendenti non lo sappiamo. Me lo chiedo ogni sera, quando mi assale quel po’ di ansia che mi concedo, non sono un samurai, nel pensare alle oltre settanta persone che vivono di quello di cui vivo io, il cui destino mi è oggi ignoto quanto il mio. Forse fra pochi mesi brinderemo a un mondo nuovo che somiglia molto al vecchio, forse ci vorrà più tempo e ci sarà meno a cui brindare. Non lo so, non lo posso sapere. Posso solo sperare e pensare che faremo tutto il possibile. Tutto ciò che spetta a noi. Tutto quello che rimane a margine di ciò che di noi è enormemente più grande.

And Now I Got An Engine,
A Big Perverted Engine,
It Runs On Strength of Will…
Who Could Deny Me the Right to Fly?

E mi manca il respiro, ogni sera, per un po’. Mi faccio domande a cui non posso rispondere, cerco di pianificare un futuro che rimane ignoto. Domande che oggi sembrano sceme: esisteranno ancora i voli low cost e potrò viaggiare tanto come negli ultimi dieci anni? Torneranno i turisti e gli studenti in città ad affollare le tavolate delle osterie? Ci saranno i concerti e i festival da migliaia di persone quest’estate? E la prossima? Potrò vivere come ho vissuto negli ultimi anni? Esisterà ancora l’Europa o torneranno le frontiere fra paesi che eravamo abituati ad attraversare come fossero quartieri della stessa città?
Tutte domande a cui non posso rispondere. Nessuno può. Lo scenario futuro è più che mai ignoto, di sicuro c’è solo che siamo in crisi, in crisi come non siamo mai stati. Tutto l’occidente lo è, tutto il mondo, probabilmente, lo sarà. E dalla crisi nascono sempre due cose: lo shock e l’occasione.
Lo shock rende obsoleto tutto ciò che era normale prima del punto di svolta, della rottura: è un meccanismo psicologico involontario e inevitabile, non possiamo farci niente. I politici che prima avevano spazio nel loro sbraitare come da decenni non troveranno più una platea attenta, saranno improvvisamente vecchi. Le abitudini consolidate saranno discutibili, il modus vivendi intero sarà all’improvviso rivedibile; sta già avvenendo: accettiamo di stare chiusi in casa, accettiamo di stare lontani dalle persone a cui vogliamo bene, accettiamo ciò che fino a un mese fa era inaccettabile. L’uomo è un animale che si adatta a tutto. È la sua salvezza ed è la sua condanna allo stesso tempo. Ci adattiamo e accettiamo il nuovo e rimodelliamo le nostre vite su questo: è il meccanismo che ci ha portato da branchi di cacciatori-raccoglitori, in alcune migliaia di anni, a costruire New York e lanciare satelliti nello spazio. Ci adattiamo, e qui entra in gioco la seconda conseguenza della crisi: l’occasione. Abbiamo l’occasione di cambiare il futuro presente: possiamo modellarlo. Potrà essere, la nostra, una vita più attenta, più aperta, più intelligente e comprensiva; questa crisi può essere un’occasione per chiudere relazioni infelici, per lasciare un lavoro soffocante, per chiederci quanto tempo abbiamo perso e quanto non ne vogliamo più perdere. Per cercare di somigliare a ciò che vorremmo vedere nello specchio, quando ci svegliamo la mattina. Per ripartire a domandarci “cosa ci fa veramente bene?”, a cosa vogliamo dedicare la manciata di anni che abbiamo a disposizione su questa pallina rotante che chiamiamo mondo. Oppure possiamo diventare bravi soldati, ancora più sordi e ciechi e irregimentati in un esercito che non esiste ma che è il tessuto delle nuove dittature timocratiche, occhi e orecchie di un potere che si autogenera, che esiste perché noi ne siamo inconsapevoli costruttori. Possiamo rimanere stupidi, anzi: possiamo peggiorare, odiare ancora di più, cercare l’untore, cercare il nemico, volerlo punire, volerlo bruciare in nome del pensiero unico che così è e così deve essere. Possiamo riprendere la nostra storia e scriverla verso quello che crediamo giusto e bello, oppure lasciarci andare al ventre molle e diventare il peggio che questa società può produrre.
Ma, possiamo. Possiamo cedere o credere. Possiamo volere. Who Could Deny Me the Right to Fly?

Fabio Rodda

Never give up

Era la fine di un inverno tiepido e malsano, secco e arido come sono secche e aride le giornate in quei momenti in cui la vita pare arrotolarsi su se stessa fra riflessioni impossibili da mal di testa e strade senza uscita.
Era un febbraio finalmente alla fine fra ansie da fine del mondo, virus e gente impazzita pronta a vivere in un medioevo postatomico; crisi climatica ormai conclamata con la pioggia assente da Natale, i video dei ghiacci che si scioglievano e franavano nel mare ogni giorno sui giornali online; crisi umanitarie in mezzo mondo; crisi di profughi su barchini al largo di coste che non volevano o non sapevano più come accogliere; crisi economiche; crisi.
Crisi di mal di testa da due telefonate di quelle che non vuoi sentire mai, di voci rotte dall’altra parte a dirti cose a cui rispondi “stai scherzando, vero?” ma sai che nessuno ti chiamerebbe mai per farti uno scherzo del genere.
Due in poco più di due settimane, entrambe in febbraio.
Anno domini 2020. Anno bisesto, anno funesto, dicevano i veci su dalle mie parti. Febbraio duemilaventi, 02 20 20, forse numerologi astrologi frikkettoni terrapiattisti cinquestelle complottisti pensavano che fosse la data a esser funesta, ma di fatto sta che sia perché bisesto, sia perché il numero, sia per il secco che secca le gole, le fauci, le menti e i cuori; sia per tutte queste cose assieme, era la fine di un brutto inverno e di un mese terribile marchiato da due telefonate che mai avrei voluto ricevere da gente che mai le avrebbe volute fare.

Marzo alle porte sembrava ancora lontanissimo. La primavera, che con marzo arriva a ravvivare la luce spenta di un anno appena iniziato che sa ancora di anno vecchio, non era nemmeno intuibile nell’aria mai fredda e mai pulita e mai fresca e mai nuova.
Tutto sembrava stantio e faticoso: accartocciato in un momento di silenzio, di pausa che sapeva di resa.
Di fronte a certe cose le parole mancano, i cuori si fermano e tutto, all’improvviso, tace.
Il silenzio un po’ malaticcio e fragoroso riempiva quel mese detestabile che si era perso il carnevale e la festa in una quaresima dei sentimenti e delle menti e il mondo appariva color seppia, un po’ triste e rassegnato al non poter essere altro che una cartolina sbiadita dei “tempi migliori” cui non sarebbe seguito altro che un mesto ripensare e sognare senza mai veramente ambire.
Tutto diceva che queste erano le parole e questa la possibilità e questa la necessità.

Ero in cesso, Instagram in mano, da tempo sostituto – meno interessante – delle letture musicali da cesso. Concentrato su tutt’altro che sullo schermo, lasciavo correre foto e frame di video di cui non mi fregava nulla cercando di riordinare nella mente le cose da fare quella mattina e di lasciar fuori dalla testa pensieri che, tanto, non avrebbero mai avuto spazio sufficiente perché ci sono gesti che non possono essere pensati né accettati da chi rimane, li subisce e non può più farci nulla.
Gesti ultimi e senza vie di ritorno che chi li compie non potrà più correggere. E chi se li sente raccontare non potrà mai farci pace.
Avevo avuto la fortuna di partire per un viaggio fra le due telefonate perché per una volta la fortuna aveva deciso di fare proprio la fortuna con me e quindi quel funesto mese di quell’anno bisesto per me era anche e soprattutto il mese di un bellissimo viaggio che mi aveva fatto respirare di nuovo ad un nuovo ritmo: altra lingua, altro sole, altro clima, una luce diversa, diversi colori, profumi, odori e sapori. Strade confusionarie e incerte che avevano alzato il ritmo del battito e fatto venire un po’ di pelle d’oca, quella che arriva quando sei pieno di curiosità e l’adrenalina non ha ancora deciso se accenderti nel cuore la felicità o nello stomaco la paura, e quanto era stato bello non sapere dove andavamo tenendoci per mano e camminare fingendo di essere tranquilli e di avere la situazione in pugno senza capire cosa stava succedendo; quanto era stato bello scoprire una strada mai vista, ascoltare voci mai sentite, ritrovare quell’insegna che ci diceva che eravamo vicini a dove volevamo andare. Quanto era stato bello essere alla scoperta, all’avventura, cercare, immaginare, stupirci. Soprattutto, stupirci.
Ma tutto, si sa, finisce e anche e sempre i viaggi e figuriamoci la fortuna e quindi, appena tornato, fra le solite mille piccole fatiche che la vita ti mette davanti ogni giorno, ecco esplodere la seconda telefonata.
E poi, pochi giorni ed ero in cesso, una mattina, il telefono distrattamente in mano a cercar di distrarre la mente.
Due in poche settimane. Pensieri troppo grandi. Ma erano pensieri che dovevano star fuori dalla testa per non farla scoppiare. Le metriche che non possiamo razionalizzare occupano solo spazio intossicando l’hard disk già bombardato dalla quotidianità. Tenerle fuori dal focus, dall’attenzione.
Scorrevano immagini di paesaggi bellissimi, facce bellissime, torte bellissime, moto bellissime, tutto bellissimo sullo schermo alienato che scivolava sotto il mio pollice, unica differenza tra me e un primate sofferente chiuso in una gabbia di uno zoo che guarda la vita vivere oltre quelle maledette sbarre.

Un video, bassa qualità, ripresa a infrarossi. Un tunnel che corre verso il buio e una camera fissa a riprendere quello che gli passa davanti. Arriva un coyote, si affaccia, entra nel cerchio che corre verso chissà e poi si ferma, si volta e fa come un salto di gioia, quello che fa il tuo cane quando ti saluta appena torni a casa da lavoro perché è felice di vederti e vuole giocare con te. Entra in scena un tasso che lo segue e i due si avventurano verso il buio. Vicini.
E così, seduto poco poeticamente sul cesso una mattina di un febbraio che poteva essere, voleva essere, doveva e pretendeva essere una mattina di merda di un mese di merda, sono scoppiato a ridere e veniva anche un po’ da piangerci assieme. Un po’ commosso, un po’ divertito un po’ commosso dal fatto che potessi ancora essere divertito dal vedere un coyote e un tasso avviarsi assieme verso l’ignoto e la mia testa ha cominciato a viaggiare e il cuore a battere un po’ più forte, un po’ più allegro.
Dove stavano andando? Come si erano conosciuti quei due? Soprattuto, quanto era bello vederli mentre si cercavano per fare un pezzo di strada assieme, perché assieme il buio fa meno paura, perché assieme è così bello andare a spolpare il buio che anche un coyote e un tasso lo capiscono e allora mi sono lasciato andare e lasciate perdere che dovrei essere ancora seduto su un cesso intento in ben poco poetiche pratiche, la scrittura può rendere magico ogni momento.
E la magia erano due bestiole selvatiche che camminavano vicini e quel fondo buio che chissà cosa porterà e il dubbio e la paura della curiosità che fa drizzare il pelo, lo fa anche a noi che siamo animali anche noi, mammiferi se non vi ricordate, e abbiamo il pelo anche se ce lo togliamo il più possibile – deo gratias! – e anche a noi si rizzano i peli quando non sappiamo bene cosa stiamo facendo ma quel farlo ci fa battere il cuore un po’ più forte. È la pelle d’oca che avevo provato pochi giorni prima in viaggio e allora mi sono lasciato andare a pensare a quanto tempo perdiamo in inutili pose, inutili critiche, inutile noia. A quanta gente sento, ogni giorno, dire male di qualcosa, quasi fosse un vanto non essersi divertiti a quel concerto o non aver goduto al cinema di quel film che era “già visto” o quella canzone “già sentita” e quella band “come negli anni novanta o duemila” o sticazzi.
Quella posa cinico/intellettuale che tutto sa e se non è nuovo o seminale o difficile o triste non me lo filo proprio. Quella roba da adolescenti che quando sei adolescente è normale che tu ce l’abbia e per fortuna: vuol dire che pensi e che cerchi e, siccome sei pieno di rabbia per il solo fatto di essere adolescente, allora ti incazzi e tutto fa schifo.
Ma poi cresci, poi diventa inutile tutto quell’incazzo e allora è solo posa per dire che non era bello. Chissà perché. Chissà perché a qualcuno piace il rompipalle scopa in culo intelletual lamentoso da rivista online che controlla ogni ora se ha un follower in più su qualche social. Quello che non vede mai la magia.

E invece guardali lì quei due che vanno assieme verso chissà quale avventura, e nessuno cominci a fare l’etologo e dirmi che in natura succede perché e blablabla: non me ne frega un cristo, per me quei due sono due veri amici a caccia di avventure da raccontare ai nipotini davanti al fuoco quando saranno vecchi e ancora amici perché sento la magia, la sento che mi si muove ovunque dentro. E allora i due amici vanno e scoprono, perché è una sola la cosa che può tener sempre svegli e sempre sul tasto ON anche quando tutto va male e hai paura del buio: la curiosità, il cuore aperto alla magia. La certezza che verremo ancora stupiti.
Ma questo non lo fa il mondo, no: ce lo facciamo, o non ce lo facciamo noi.
L’altra notte ho sognato di essere papà di una bimba che mi chiedeva cos’è il mondo. Io le dicevo “è un po’ come uno scatolone pieno di roba. Non è bello, non è brutto, non è giusto, né sbagliato. È solo pieno di roba e noi ci scegliamo cosa guardare, annusare, assaggiare, e non solo: siamo proprio noi a fare le cose che riempiono quello scatolone che a volte fa paura. Siamo noi a dare i colori, a accendere la luce o spegnerla, a fare le cose che poi scegliamo di assaggiare, annusare, provare e amare”. Siamo noi che possiamo decidere se tenere la posa del cinico e annoiato o godere di una canzone anche se sa di già sentito, di un film che ci ha fatto solo sorridere.
Siamo noi che possiamo prendere un altro come noi e dirgli: “sai che mi cago sotto a entrare in quel tunnel di cui non si vede il fondo, ma facciamo come il coyote e il tasso? Andiamo a vedere cosa c’è lì perché mi fa paura ma sono curioso, ne tanta ho voglia!”
Siamo noi a decidere se qualcosa può superare quel muro di faccia da culo che ci siamo messi su per paura, per posa, per noia, per social. Perché il mondo è solo uno scatolone ma è enorme, ci sono migliaia di posti in cui non siamo stati, migliaia di parole che non abbiamo sentito, migliaia di sapori che non abbiamo provato e questo sì che è il punto.
Il punto è che c’è sempre un motivo perché c’è sempre magia, basta lasciarla entrare. Qualcosa, domani, ci stupirà anche in mezzo al grigio, basta avere gli occhi lesti a inseguire la scia che ogni magia lascia in questo scatolone in cui viviamo quando passa. E dovremmo dirlo e dirlo forte ogni volta che ce lo ricordiamo, perché a volte succede che qualcuno lo dimentica e chi lo dimentica perde la strada e poi tutto si fa buio. Per sempre.

Quel febbraio bisesto, funesto e potente, pieno di gioia e di un dolore sordo che non trovava parole stava finalmente correndo verso i suoi ultimi giorni e il tepore secco e malaticcio stava lasciando posto alla pioggia. Si diceva che una bella tempesta avrebbe riportato l’acqua dove doveva stare, un po’ di fresco in quell’aria stantia; che avrebbe lavato via un mese fosco, il virus, la crisi, le brutture della vita. Che poi sarebbero tornate: ci sarebbe stato di nuovo un cielo secco e spento, ma io avevo capito cosa mi faceva così ridere mentre qualche lacrima cadeva sullo schermo del telefono in una mattina che non era più l’inizio di una giornata di merda: tutto quello non mi faceva paura. Non avevo paura del secco che sarebbe tornato perché io avrei sempre inseguito la scia lasciata nello scatolone: sarei stato sempre quel coyote che saltella per chiamare il suo amico per una nuova avventura. Sarei stato sempre quel tasso che caracolla fiducioso dietro perché sa che, prima o poi, in fondo al tunnel, ci sarà di nuovo della pioggia fresca a bagnarci il muso e farci ballare di gioia.
Lunedì dicono che pioverà. Aspetterò l’acqua dal cielo come un dono che lavi via la polvere, il male, la tristezza. L’aspetterò ballando sul terrazzo una canzone triste che mi farà pensare a quelle due telefonate e quei due abbracci che non darò o anche solo quei due “ciao” che non potrò dire mai più; ma la pioggia laverà via anche le lacrime e poi l’aria avrà quell’odore che ti fa venir voglia di uscire.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #50

Laurent Voulzy y Mama Joe’s Connection Rockollection (RCA, 1977)

Non posso vantare battesimi dorati o imprimatur a 18 carati da sfoggiare nelle conversazioni dotte o in singolar tenzone. Parto già sconfitto perché ero, sono e rimarrò sempre il solito incompiuto poppettaro di provincia, nato predisposto su dischi di guano e risalito con fatica e caparbietà verso medie altezze. Quindi non mi è concesso sventolare quale primo imprescindibile acquisto della mia vita nessun pezzo da novanta. Insomma, non ho perso la mia virginale castità vinilica con un Revolver, un Pet Sounds o un Let It Bleed. Macché. No, nemmeno con un Disraeli Gears, un Ziggy Stardust o un volgarissimo e sempiterno Ummagumma. No. Niet. Sebbene tra le prime cassette compratemi dal babbo spiccassero T-Rex e Suzi Quatro nella scelta del 45 giri interamente ascrivibile a me e ai miei risparmi capitolai di brutto. Ma credo di aver già fatto outing più volte a riguardo, espiando il giusto.

Certo, ero stato svezzato da una nutrita collezione di singoli del parentado; 45 giri che mi sollazzavo a far ruotare ogni stramaledetto giorno che Iddio mandava in terra, più e più volte. Ma non erano propriamente ‘miei’ e quindi non so se si possano considerare ufficialmente vidimabili, sulla lunga distanza. Ne ricordo tre – fra i tanti – in particolare: Venus degli Shocking Blue, Uno dei Mods di Ricky Shayne e – soprattutto – Fire di The Crazy World of Arthur Brown. Anzi quattro, perché pure Let’s Dance di Chris Montez era – per me – un bell’ordigno pop da sculettare in camera. E se proprio volessi far tombola anche Minuetto di Mia Martini era in heavy rotation in quei primissimi anni settanta. Ma nulla poteva contrastare Arthur Brown. Quanto rimanevo incollato sulla diabolica copertina di Fire, e per quanti mesi ho tentato di decifrarne lo strano e brividoso copricapo fiammeggiante. Bastava mettessi sul giradischi (si chiamavano giradischi, allora) quel 45 e già l’urlo iniziale mi mandava fuori di testa. Mica sapevo cosa dicesse (per la cronaca: I am the God of hell fire, and I bring you!) però come lo diceva, accidenti! Immaginavo un mondo alieno che – ancora – non sapevo si chiamasse rock and roll. Sarebbe bastato questo 45 giri per tirarmela fino alla fine dei miei giorni. Invece.

Quando – all’atto dell’acquisto del mio primo pezzo di vinile – dovetti fare la scelta magna ruzzolai miseramente, battendo i denti sul selciato. Oh, sono sicuro che gran parte di Voi Eletti abbia ben altri titoli con i quali schiaffeggiare la mia stoltezza, ma io faccio pubblica (e pubica) ammenda: le mie prime 800 lire le buttai per un successone di quelli che riempivano i luna park, inciso pure da un emerito Carneade, sparito dalle classifiche internazionali (ma saldamente assiso a quelle francesi e fiamminghe, come ho scoperto giusto pochi minuti fa) quasi subito dopo aver infamato il pianeta con una sorta di Stars On 45 ante litteram: ovvero il Laurent Voulzy di Rockollection. Death Of A Disco Dancer, già. Uno che aveva la faccia da Chicco Mentana creolo. Ehi, perché chiudete la pagina? Mi piaceva. Molto, Quello che non ricordavo era di averne discusso per una intera estate con la francesina destinataria di un fitto carteggio linguistico extra scolastico; serviva per rinfrancare il mio francese, dicevano. Le avevo già parlato di Renato Zero, ricevendo in risposta – dentro una busta rosa confetto e una calligrafia gallica – un flyer del concerto degli AC/DC in quel di Tolosa. Più bel tacer non fu mai scritto, eh? Provai a ribattere tramite i Chrisma (quelli con la ci acca), ma senza successo.

Abitava a La Union (Lobo Hombre In Paris, qui vi voglio) ed era già sufficientemente sgamata – dall’altoaltissimo dei suoi 16 anni – per seguire Kiss, Peter Frampton e – appunto – AC/DC. Ad ogni missiva proveniente d’oltralpe io scivolavo sempre più giù nel suo ranking musicale, finendo con lo svernare lì, dove languiscono i Ciro Sebastianelli a Sanremo. Si parla del 1976/1977, sia chiaro. Un fitto e minuzioso carteggio in un mio improbabile idioma francese durato alcuni anni, vocabolari, artifizi linguistici e fatiche. Almeno fino al momento in cui non giunse una risposta nella quale la Giovanna d’Arco del rock espresse severe riserve sul mio entusiasmo verso il neonato movimento punk. “Sono sporchi e fingono di suonare“, disse (anzi: scrisse). Ahia.

“No, non è vero”.
“Sì che è vero”.
Les escargots qui vont à l’enterrement
Addio.

A nulla valse sventolarle Ciao 2001, i Sex Pistols e i Tubes (avevo delle idee approssimative, vogliate scusarmi), quella carta porosa edificata su un peu d’amour, d’amitié e beaucoup de musique si bloccò lì, morendo d’inedia.

Insomma, tutta questa noia soltanto perché stamattina ho risentito Rockollection alla radio, innescando una madeleine di ricordi e sensazioni che avevo sepolto chissà dove, così come avevo dimenticato d’aver comprato negli anni – oltre al 7″ e al 12″ – l’aberrazione magna su LP, sempre titolata Rockollection (RCA Victor, 1977), a nome Lourent Voulzy y Mama Joe’s Connection. ‘Na roba brutta forte, credetemi, un vero imbarazzo da nascondere nella credenza della nonna. ‘Na roba dove a far da corollario al successone vi erano stivate altre otto nefandezze pop-disco che mai ho avuto coraggio di approcciare nella loro interezza. Addirittura una resa barbarica di quella Deep Purple datata 1939 a firma Parish/De Rose. Vi esorto a starne alla larga, ho già fatto io da cavia – al tempo – immolandomi. Nove canzoni da festa alcolica dell’ufficio del catasto, tra stempiature sorridenti, Brigittebardòbardò, pugnette e multisala erotici. La fille en papier, L’amour est un oiseau, Peggy (Bye Bye), Le Miroir (una malgiogliata con gli strass), Milady (Polnareff alla crema pasticcera)… Insomma, mi fermo: sono 40 minuti di Torquemada per le orecchie. La morte vera. Un disco da tenere lontano, un virus malevolo che negli anni sono riuscito a sconfiggere e dal quale vi esorto a starne alla larga. Però c’era Rockollection e tanto bastava al mio basico alfabeto.

L’inclusione in un loco amoenus quale Sniffin’ Glucose dove – in questi due anni – sono riuscito ad accatastare un bel po’ di roba trasversale è un autodafè doloroso seppur necessario. Ma la radio andava, la strada era sufficientemente sgombra, il volume era congruo e io continuavo a battere il piedino sui tappetini, seguendo quel giro di basso strafico, canticchiando “On a tous dans le coeur une petite fille oubliée, une jupe plissée, queue de cheval, à la sortie du lycée”. Già, la sapevo a memoria al tempo. Volevo chiudere una volta per tutte il mio più che quarantennale contenzioso con Laurent Voulzy. Ne ho dunque approfittato per soddisfare alcune curiosità sulla carriera post successone internazionale, e – ci credereste? – l’uomo è ancora saldamente assiso alla sommità delle classifiche di lingua francofona come un Vasco Rossi qualsiasi e – addirittura – ha in carnet un singolo dal titolo Les Nuits Sans Kim Wilde (del 1985) che andrò senza indugio a sentirmi dacchè si vuole al sapor di Pet Shop Boys.

Nuits e Kim Wilde sont des mots qui vont très bien ensemble.

Di quel battesimo del fuoco ho conservato vergogna per anni, stimmata impura pronta a marchiarmi un cammino che avrei potuto rendere più agevole con un piccolo sforzo, ci sono voluti anni di terapie  e autoconsapevolezze armoniche per venire a patti e riappacificarmi con quell’unico momento topico. Mi rimetto alla clemenza della corte dunque. Ho un alibi oltre alla carta d’identità, ma non credo sia abbastanza di ferro per salvarmi dal verdetto: lì dentro, in quei pochi minuti di Rockollection, c’erano le riletture casalinghe di parecchi successi del rock and roll (da I Get Around a Gloria, da Mr. Tambourine Man a The Locomotion) e io – con un unico singoletto – avrei potuto averne un assaggio. La prima dose è sempre gratis, no? Non importa se subito dopo con i miei sudati risparmi mi fiondai sui Kraftwerk, su Amanda Lear (ehi, The Model!), sui Knack e sui Ramones. Rockollection non mi salverà dalle fiamme dell’inferno e dal carcere duro destinato agli impuri, ma a mia discolpa posso dire che l’album alla prima occasione l’ho sbolognato per due dindi e poi – negli anni – per espiare ho svolto milioni di ore di pop socialmente utile, Vostro Onore. Perché, come dicono i francesi, tout se tiens.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #49

EggmanFirst Fruits (Creation, 1996)

È bizzarro e anche un po’ anacronistico ritornare col pensiero al tempo in cui, data l’enorme mole di uscite e il livello qualitativo delle stesse, ci si poteva permettere di snobbare o accantonare – se non autentici pezzi da novanta – dei lavori che alla resa del tempo si sarebbero dimostrati ottimi, inserendoli in lunghe liste che mai (o quasi) avrebbero potuto vedere la luce. Che Ratzinger avrà anche abolito il concetto di Limbo ma noi siamo Fra’ Dolcino inside e minimo minimo un Purgatorio ce lo meriteremmo eccome per tutti gli Autodafè che ci siamo imposti negli anni, con una costanza e una caparbietà fuori dal comune. Si faceva l’emigrante giusto per tener fede all’assioma (allora inconsapevole ma sempre stupido) che il pop inglese andasse vissuto assieme agli autoctoni e solo dopo una sanguinosa campagna d’Inghilterra importato con ascolti e manufatti. Una cazzata immane che generò liste (cartacee, chiaro) lunghissime e trasversali. Liste di autori e manufatti che potrebbero agevolmente trovare spazio su queste colonne visto che manco il Terzo Reich generava operazioni Leone Marino con cotanta frenesia e febbrile intensità. Liste che conservo ancora in qualche cassetto, giusto per ricordarmi quando è il caso di separare il grano dal loglio. Volevamo davvero conquistarla, quell’Inghilterra snob, o quantomeno assimilarne i figli più teneri e nascosti alle lusinghe del Virgin Megastore, dove giapponesi con i canini affilati arraffavano compulsivamente tutta la top 40 disponibile. Penso a Booth And The Bad Angel, Butterfly Child, Ed Ball, Care, Doris Days, Ben & Jason (caaaari), Suns Of Arqa, Rub Ultra, Fosca, Jack/Jacques, Colenso Parade, Mo Solid Gold, Polak, Scandals, Rain Band, Medium 21, Pooh Sticks… solo per citare i primi che annaspano nel pavimento, albero a cui sempre tenderò la pargoletta mano. Penso a Eggman, pure. Nome che avevo sepolto nella Fossa delle Marianne dei miei ricordi, accantonato dopo un veloce ascolto al momento dell’uscita e che mi è ricapitato tra le mani per caso qualche giorno fa, mentre cercavo i singoli degli Elcka (altra banda che conservo nella cassa toracica). Ne ho guardato la bucolica copertina cominciando a tirare le fila, tra un sospiro di nostalgia e l’altro. Con i ricordi ci fai poco, un maglione infeltrito di pezze che mai sei riuscito a mettere nella vita, però è anche vero che i ricordi sono degli ipertesti fantastici. Dagli Eggman ai Boo Radleys è stato un attimo, ripensando appunto come First Fruits fosse il disco solista di Simon Rowbottom (per gli amici e i fan: Sice), uno che appunto trainava i Boo Radleys assieme all’altra testa d’uovo Martin Carr. Gente che sapeva scrivere bene per quegli anni scioccherelli, sbarazzini e adidas-osi. Gente seria, fin troppo. Seria e smaliziata musicalmente. Rimembravo frutti succosi e li trovo sorprendentemente migliorati col tempo, sciroppati al punto giusto dalle sempre superbi armonie del Rowbottom, uno lontanissimo dalle toccate e fughe di certi beniamini brit pop coevi. Uno che guardava ai Beatles, agli XTC, a certe paginette zuccherate dei Kinks. Finanche ad una complessa versione britannica dei Love declinati folk. Uno che poteva perdere tutti i treni alla stazione per limare incessantemente un accordo o un arrangiamento. Uno che non avrebbe mai potuto diventare un beniamino della scena, e difatti i Boo Radleys dopo il botto di Wake Up, Boo! (numero 9 in classifica) decisero sdegnosamente di distaccarsi da quel fenomeno isterico nel quale erano stati inseriti di forza. Del resto erano in giro dalla fine degli anni ottanta (l’esordio su ellepi – Ichabod And I – data 1990) e ritrovarsi in compagnia di Cast e carneadi assortiti non era certamente la loro massima aspirazione. C’è gente che ha in uggia le confraternite e ama derapare fuori dalla strada maestra, deturpando il paesaggio. Un po’ – e passatemi il paragone digitale – come i Soft Cell e il synth pop. Il The Art Of Falling Apart dei Boo Radleys si chiamerà C’Mon Kids e andrà a lambire per inerzia il culo della classifica britannica prima di inabissarsi assieme alla band in un buco nero di disinteresse. Qualcuno lo appellerà quale epitaffio vero e proprio del brit pop, qualcun altro andrà semplicemente a liquidarlo come un suicidio commerciale premeditato e annunciato. Per me, che sono bagongo a una dimensione, rimane una perfetta intersezione tra un’idea bizzarra di Sub Pop e un’omelia da primissimi Manic Street Preachers. Un distillato di chitarre da porgere su un piatto d’argento ai Radiohead che – diavoli e satanassi! – ne prenderanno scrupolosa nota eccome. Non così la Creation, stanca di aver onnivori bastian contrari in casa e dunque pronta a nasconderli nello scomparto più inaccessibile di catalogo. Sice si sente soffocare, Martin Carr accusa il colpo e il buio oltre la siepe avanza minaccioso. First Fruits passa inosservato in quella Class Of 96, quasi invisibile quando invece è – vogliate darmi credito almeno stavolta – miracoloso per scrittura, scarno e solerte per arrangiamenti e liturgico per quel suo genuflettersi ai Beatles di mezzo. Vi è (ohibò!) Ed Ball a dare una mano su queste 10 canzoni, assieme a Carr e Cleka dei Boo Radleys, a Kevin McKillop dei Moose e a mezzi 18 Wheeler. E se qualcuno vi dice che allora – forse – erano solo tracce scartate dalla casa madre, rispondetegli con le mot de Cambronne e tirate innanz. Magari soffermandovi su quella Purple Patches messa furbescamente in apertura a sgombrare il campo da qualsiasi equivoco tanto richiama gli Oasis nella loro metà campo prima di spedirli negli spogliatoi. Intro bucolico alla Beatles (anzi: Beadleys) e costruzione armonica alla Gallagher. Ma non si incorra nell’errore di trovare il buon Sice affetto dalla sindrome dell’epigono col fiato corto, che – appunto – quei Boo di poco sopra facevano dischi quando ancora Caino e Abele si rovesciavano le birre addosso l’un l’altro nei pub di Manchester, ruttando. Ve lo spiega con dovizia di particolari anche Tomas, che luccica di spensierata bellezza in un firmamento dove lo spazio ha come coordinate George Harrison, il tempo curva sui Fairport Convention e la luce corre su filamenti Donovan. Oboe, filicorni e una melodia vocale che offusca l’aria di patchouli. La inspiri a pieni polmoni in una serata di nebbia e vino rosso e tutti quei deliziosi fricchettoni vengono a suonarti il campanello, trainandosi appresso un boccale di sidro e Al Stewart. Un’Antologia di Spoon River edificata su arpeggi, altresì dicesi umbratile delicatezza, proprio come la speculare sorellastra, quella That’s That Then (For Now), che c’ho ‘na gioia immensa a riascoltarla e riscoprirmi il magnifico babbione perdente di sempre. E i Beatles ci sono eccome, qui dentro, diosanto. Ci sono e ti prendono per la gola ogni domenica mattina, tra i riverberati rintocchi della chiesa e il profumo di crema pasticcera nel viale principale. Ritornello che sa da curry e Camden Town, le chitarre a schiamazzare felici, i batteristi che muovono i polsi indolenti mentre le vocali si trascinano con uno spleen d’alta quota.

Lo vuoi un tè, caro Sice? Così magari mi spieghi perché ti sei divertito a non essere una star? A svicolare e mettere alla prova i tuoi seguaci alle prime avvisaglie di successo? O mi pizzichi qualche corda, sussurrandomi arie da stazione della metropolitana in zona 6, con il cielo plumbeo che minaccia pioggia su poster sbiaditi e cimiteri e muschio. E. Magari proprio quella di Not Bad Enough, che viaggia da qualche parte in un imprecisato punto degli anni sessanta, e noi dietro col fiato corto in un sussurro da Magical Mystery Tour. E io ne vorrei mille di dischi così, di quelli che sai già cosa aspettarti, giusto per dormire sonni sereni e lasciare le sorprese agli altri, quelli bravi davvero, quelli che dal gomitolo fan sparire il filo. Quelli che ci mettono in soggezione e non sono materia per noi, che in primo banco ci trovavamo spaesati. Che poi alla fine è sempre da queste parti che si torna, ai 45 giri col mangiadischi, alla Tv in bianco e nero, alle classifiche alla radio, al mangiacassette in auto. Perché le canzoni sono come i parenti ed il passato, riappaiono per ricordarti gli incastri della vita ai quali ti hanno sottoposto. Non te li puoi scegliere, te li trovi incastonati nel dna. E questo disco nella sua cristallina bellezza mi ha rivelato la noncuranza sulla quale mi ero immolato, in quella metà di novanta. Con la testa rivolta ad un futuro che ritenevo possibile e il corpo abbarbicato ad un passato necessario. Ma me la recita Sice l’omelia funebre di tanta dabbenaggine, e lo fa con The Funeral Song quattro minuti che spiegano due o tre cosette ai segaioli shoegazer, accordando le chitarre su un mattino di erba e caccia alla volpe. First Fruits è fatto della stessa materia di cui sono fatte le canzoni che si incuneano; un disco che è tutto fuorchè immerso nell’isteria brit che stava strangolando l’Inghilterra in una bulimica corsa alle vendite. Altresì ovvio che la Creation (sufficientemente fornita di Oasis e Primal Scream) non sapesse che farsene di un lavoro simile, relegandolo da subito nelle retrovie di una promozione asfittica. Un solo singolo estratto (il citato Not Bad Enough) e una pacca sulla spalla. Svegliati Boo, sarà anche a beautiful morning ma la fine si avvicina.

Replace All Your Lies With Truth è l’immaginazione al potere, ha polpastrelli da filastrocche e delicati cambi di tempo quintessenzialmente inglesi. Io ci avrei trovato posto dentro Kingsize dei Radleys, disco che si vuole minore quando non mediocre ma che due zampate due riusciva ad infilarle ugualmente. Ma io non sono Sice e lui poteva permettersi di inserire bellezza anche negli inediti o nei lati B, cremando le note per spargerle al vento. First Fruits è il miglior antidoto alla depressione, è il (frutto) candito che spazza via la tristezza a suon di zuccheri, la mela caramellata che si attacca alle labbra e la strega si attacca al cazzo. È l’amico che ti chiama per una birra alle undici di sera e tu ridi piangendo dentro un locale immacolato di stronzi e denti bianchi con una ristampa in economica di Will Self nella tasca della giacca e nessuna occhiata da ricambiare, pregustandoti il ritorno a casa in solitaria. Magari per ascoltare in loop Out Of My Window, ovvero un altro di quei piccoli tesori di giada che i rari artigiani del pop possono permettersi di nascondere dentro i dischi. Un folk di guazza impreziosito da campi magnetici, archi e tardi anni sessanta. L’ho già detto Beatles vero? Che ognuno di noi c’ha dei campi di fragole da annaffiare e un Revolver caricato a canzoni. Caro Spotify tu lo metteresti tra Nick Drake e i JJ72 (o i Geneva), dimostrando ancora una volta d’aver testa ma non ragione, cuore ma non sentimento, testicoli ma non spermatozoi, giustizia ma non empatia. È per questo che con Sice sarò sempre amico ma con te no. E ancora: Look Up profuma di ballata alla quale han succhiato il midollo prima di lasciarla crepitare accanto al fuoco per fare autunno. Per fare casa. Per fare amore. I’ll Watch You Back vola felice sulle praterie come un Sunshine Superman mentre First Fruits Fall chiude con una chiesastica e gelatinosa invocazione folk in una sorta di prog-ressione brit. Che disco First Fruits! Persino troppo per noi comuni mortali ormai assuefatti alla mediocrità. Eppure, dopo 23 anni, rimane ancora un gigante gentile seduto su un melograno, sorridente.

Magari degli Elcka, dei Butterfly Child, dei Polak, degli Scandals e del mio pavimento parleremo un’altra volta. Perché oggi è il giorno dei giusti: non privatevi di Eggman, non siate ottusi come la Creation. Svegliatevi, piccoli Boo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #48

Peter CoyleI’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (Big Big Massive, 1988)


Conosco gente (conoscevo, via… il passare dell’età almeno porta consapevolezza e cesoie affilate) che metteva una tacca sulla pistola – no pun intended – ad ogni donna vidimata. Passata per le Forche Caudine, intendo. Consuetudine bizzarra ne convengo, pure molto cafona sebbene ancora in voga anche tra i vostri beniamini pop. Consuetudine che non intendo commentare, tanto più che io l’ho sempre messa in atto con i dischi, che almeno durano molto di più di qualche amore sebbene le gradazioni siano le medesime (da ‘poor’ a ‘mint’, in pratica). Mi spiego: sono in grado – dopo tutti questi lustri – di estrarre dal cilindro tutte le informazioni relative all’acquisto di (quasi) ogni singolo pezzo in mio possesso; perlomeno dei pezzi più importanti. Che poi questi, nel mio caso, rappresentino la quasi totalità del patrimonio è altro par di maniche. Certo, pure di alcune bizzarrie mi è rimasto tatuato addosso e su Filemaker Pro almeno il giorno dell’acquisto o il negozio, e sono consapevole che gettare soldi da Cheapo Cheapo il giorno della Befana 1999 per i singoli dei Younger Younger 28s non sia propriamente da persone che dovreste annoverare tra gli amici. Io ve l’ho detto, poi vedete voi.

Per farla breve: potrei dirvi esattamente dove ho fatto mio il primo agognatissimo disco dei Ramones (da Gola, una fredda mattina in cui non c’era lezione. Per me); non avrei esitazioni nel commentarvi il lungo viaggio verso le Marche nel quale mi si svelò The Seduction dei Ludus, in un tardo pomeriggio di sole e Campari. O il fetido scantinato in cui – nel primo settembre londinese della mia vita – arraffai con mia somma gioia et godimento High Holy Disco Mass dei DVA (notate la sottigliezza) e un Fourth Drawer Down gatefold. E ancora: Storm The Gates Of Heaven di Jayne County & The Electric Chairs (vinile rosso) del quale vi ho già ampiamente scartavetrato i santissimi tempo addietro. O Colloquio dei Le Masque, l’unico vinile giunto tra le mie mani in piena notte. E ancora Temptation dei New Order, uno dei primi 12″ arrivati in casa – acquistato alle quattro del pomeriggio del 15 maggio 1982 (un Blue Saturday) e lasciato sul piatto a pulsare per mesi. Up, down, turn around please don’t let me hit the ground.
E poi Coil, Menswear, Dare degli Human League, Cardiacs. I ‘miei’ Garland Jeffreys, presi quasi tutti in blocco durante un week end compulsivo di metà novanta. O la Joan Armatrading di My Myself I che cercai alacremente grazie a Carlo Massarini. O ancora i Passions di Sanctuary, ovvero una delle epifanie della vita, rivelatasi tra una mozzarella in carrozza (alle acciughe, chiaro… mica serve sottolinearlo) e uno sciopero. Insomma tutto ‘sto bla bla bla (non è un gruppo) è conservato dentro quei quattro miseri giga della mia scatola cranica. Non ci credete? Prendiamo The Correct Use Of Soap dei Magazine ad esempio, disco che conservo uno e trino con la prima copia comperata agli albori delle fiere del disco, la seconda – quella USA con titolo in rilievo e copertina bianca – a Camden Lock per due sterline e la terza (quella in cd) in un periodo di riedizioni compulsive assieme a Play e al cofanetto. Potrei altresì dirvi di The Spangle Maker dei Cocteau Twins, costato come un Bulgari in prossimità della Pasqua del 1984 (12.500 lire da Compact Disc. Dodicimilacinquecento!) o Suedehead di Morrissey su 12″, regalo di una bella donna il giorno di San Valentino del 1988. O ancora del mio primo Sulk (Stereoclub, dopo un attesa infinita) e così via fino al Numero Uno, il decino di Paperone del quale sarà necessario parlare in separata sede perché non ne vado granché orgoglioso. Insomma vi potrei fare una mappa della mia vita solo mettendo ordinatamente in fila i miei vinili, come un Rainman a 33 giri che non sa chi gioca in prima base. Li conosco quasi tutti quei figlioli prodighi pronti a ritornare sulla retta via, ovvero la mia umile magione. Quasi, già. Ci sono delle pecorelle smarrite che sfuggono ancora al controllo, mi osservano dall’alto degli scaffali e non mancano di farmi un rassegnato risolino di canzonatura ogniqualvolta – raramente, invero – io li rimetta sul piatto.

Peter Coyle è uno di queste pecorelle. L’uomo preda dei sogni adolescenziali di tutte le mia compagne di classe (tolta la testa d’uovo dall’immenso Q.I. che trovava arrapante Freddie Mercury), l’uomo sorridente a Top Of The Pops con il sodale Jeremy Kelly in quel tenue declinare pop di Eyeless In Gaza chiamato The Lotus Eaters. L’uomo che dedicava singoli a Louise Brooks (It Hurts), l’uomo titolare di una discreta attività in proprio pure (sei album a tutt’oggi). Nemmeno dopo una infinita serie di rimandi e incroci ho ricordi dell’acquisto del suo debutto, quel I’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (carino il titolo, vero?) che ho riesumato giustappunto qualche giorno fa, giusto per vedere e dire a tutti l’effetto che fa (o solo provare ad espandere quei quattro giga di poco sopra). Niente, zero. Un vero e proprio buco nero. L’archivio dei file di casa – sorta di Babele delle buone maniere – non ha altresì aiutato: nessun cenno sulla data, zero informazioni riguardo il prezzo pagato per cotanto manufatto, nessuna collocazione geografica d’acquisto. Lo ritrovo tra quelli archiviati (e vidimati, dunque già con la tacca sulla pistola) ma non ne conservo memoria e questa è una cosa che certifica l’essere bacucco. Insomma, tra queste quattro mura Peter Coyle non ha coordinate; è un apolide senza alcun documento, privo di passaporto vinilico. A dar retta alla morale imperante andrebbe lasciato affogare su mp3 o aiutato a casa sua, ma qui gli scaffali sono aperti a tutti, come giustifica quel Giovani Giovanotti ancora sigillato che occhieggia dall’angolo più remoto della truppa di quelli formerly knows as ‘ancora da ascoltare’.

Lo prendo (Coyle, non il Cherubini), lo prendo e lo riguardo nel suo splendore – stavolta sì ‘mint’ – scoprendovi all’interno meraviglie mai assimilate appieno, tra un foglietto da amanuense e una timida cartolina. Chissà da quanto giace speranzoso di una seconda chance. Chissà quando l’ho comprato. Chissà perché, pure. A parte lo strepitoso titolo. Ma la prima mattinata di freddo della stagione incalza e quell’orrendo ellepi dei Tulpä (arraffato qualche giorno fa solo perché erano su Midnight Music) reclama pulizia dei padiglioni auricolari. Umbratile clima da Coyle allora, laddove unire piacere e dovere si chiama fare di necessità virtù: Hungry comincia al suo meglio quasi fosse uno scherno Psychic Tv (circa Ov Power) declinato su un’alcova etero in odor di trip hop. La sorpresa è grande ma il difetto di memoria ancor di più se è vero che Mouth Of Need si immagina adagiata su una Motown in riva al Mersey: groove aguzzo, sospirar di riverberi e un sacco di domande a frullare in testa. Hey Hearthlings bissa lo stupore scoprendo sempre più un Coyle dall’afflato black. Peter And The Family Stone. Sì, ma… aspetta: O My God sarebbe stato un succoso successo indie, se solo ce ne fossimo accorti al tempo. Non è mai troppo tardi. O quantomeno non lo è ancora se diamo ascolto a quel loop di arpeggio secco di funk bianco che spaia la geografia britannica tra un Bristol, un falsetto arido e un Jamiroquai che non è difficile tratteggiare indie. L’invocazione ci sta tutta. Black Angel non sai se proviene dalla giugulare di Barry Adamson o dalla colonna sonora di Shaft. Solo vergata da Trent Reznor. Ci credereste che l’efebico mangiatore di loto si potesse scoprire così nerborutamente peloso? Dovrei recuperare le compagne di classe, per chiederlo, ma temo siano su qualche gruppo di whatsapp ad organizzare vendite di Olio31 per la Just. 8 Orgasms si spiega da sé ma di mio vi aggiungerei un fattore sorpresa scoprendovi sull’attacco una vocalità da teatro kabuki. Drumming feroce e sibillino, qualche ‘surface noise’ di synth e Coyle che rincorre gli incastri ritmici per quattro minuti. Peter Gabriel III in osmosi con il Tricky di Maxinquaye o soltanto Liverpool che sa farsi Sheffield prima di ritornare alle brughiere umide della casa madre senza alcun senso del peccato (questa la capiremo in tre, mi sa) con Dawn With No One. Così fa Moonshine, che svicola in un synth pop ondivago, nervoso e schizofrenico. E ancora il funk all’aceto di Suck On The Sugarbone, più adatto ai Renegade Soundwave e alla Mute o la schizoide Say Something che quasi quasi ti par di udire Danielle Dax e invece non credi alle tue orecchie. Vedi un po’ il Coyle cosa ti combinava, ostia. Whore Me Whore You continua con un’irrequietudine sacrificata sull’altare della bizzarria armonica ma è con la soavità post coito di Into The Waves che ci accendiamo la sigaretta, stremati ma appagati.
Lo ripongo tra i casi irrisolti e penso che al cambio attuale l’esordio di Peter Coyle consta di 12 tracce, metà delle quali valevano ampiamente il sacrificio del titolo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #47

PuressenceOnly Forever (Island, 1998)

A me piace la mia città, credo. Un po’ come quei dischi di cui blatero random su queste colonne. Ergo non tantissimo – e con scarso entusiasmo dacchè non la vivo affatto – ma mi piace. Senza l’accento su ‘mia’ non avendone mai avvertito l’appartenenza, apolide di ‘sto cazzo che ha sì radici ma solo dove alberga un buen retiro scevro da frastuoni, gramigna, clan assortiti e soloni. Una bomboniera glassata riempita di madeleine velenose, ecco cos’è. Eppure mi piace nel suo aplomb geografico infestato da erbacce umane; ci cammino agevolmente nelle ore più buie e silenziose del mattino, quelle che ti stringono il muscolo cardiaco in una morsa, massaggiandolo con cura. A me, che sempre caro mi fu quest’ermo core. Ore da Paul Roland, da ventricolari La Dusseldorf, da Flying High a firma Irresistible Force. Da Sarah Records, anche. Cirrocumuli di minuti scevri dal pop più zuccherino, che per quello c’è bisogno di un alba che si dispieghi appieno. Nemmeno una città per cantare – come diceva Ron – ma per fischiettare eccome, anche se mi piace meno chi ne corrode continuamente l’anima, con tutti quei negozi di vestiti e di scarpe che indossa il centro, o l’esercito degli architetti dai gridolini Arcade Fire o retromanie alla Editors mai vissute appieno. Aperiminchie, ‘sotutomi, democristi, rockers H&M e incartapecorite anzitempo. Un bel parterre de roi(ti), non c’è che dire; quaterna del disagio snob che non conosce fine. Ma non è tempo di simili discorsi, che poi sembro il matto che urla ‘penitenziagite’ per le vie del paese, quello con più ferite che battaglie (Vecchioni Docet). E sono altresì sicuro che una città così ce l’avete anche voi. Vero che ce l’avete? Una città da selfie, che da qualche tempo è – incidentalmente – pure sommersa di iniziative culturali, eventi, concerti, ecc. Senza troppo sottilizzare (che a caval donato non si guarda in bocca, e questo è tutto grasso che cola) ogni anno che Iddio manda in terra si svolge un gran festival fumettaro. Iniziativa ormai ampiamente consolidata e che richiama in città una marea di persone. Bella manifestazione (credo, non l’ho mai approcciata. Ma si dice così, no?), trasversale e variegata, per quanto io nel campo delle bandes dessinées sia vieppiù ignorante nonché fermo a quella delicata e toccante creazione di Jeff Smith chiamata Bone; letta nella mia implume cameretta sul finir del millennio scorso quando la rete non era nemmeno più quella del materasso e figuriamoci un po’. Ma bellissimo e gentile, un The Queen Is Dead declinato lettering e inchiostro tenue, un Dream Academy al sapor di ciliegia, un Felt damascato. Al cor gentil rempaira sempre amore, e quei fumetti li tengo stretti assai, rimembrandone i tratti quando scopro di cedere un po’ troppo alla tentazione del cinismo e della misantropia. Cosa che – mi pare – stia avvenendo anche ora. Music, Comics and Misanthropy.

Come che sia: qualche anno fa – ignaro e dimentico della carnascialesca kermesse – ho avuto la brillante idea di recarmi in centro per una parca cena. Una cosa veloce, senza attardarmi troppo. Avrei dovuto capire subito che tutte quelle camicie di flanella, barbe, maschere da gatto, spolverini da stragi nei licei americani, Pirati dei Caraibi steampunk, tettorute vittoriane e pantaloni su caviglia scoperta che gironzolavano annoiati sul finir del giorno significavano ‘post post modern man & woman & mocciosum’. Ad strunziam.

Parcheggiavo bisognoso di una Magnesia Bisurata Aromatic e, con la calma serafica che mi contraddistingue, riuscivo (nonostante la ressa) a trovare un tavolo, sebbene incastrato tra una coppia sconsolata e un simposio di artisti under 30 tutto chiacchiere e ravioli al vapore. Già vi vedo oliare la Mauser, ma abbiate pazienza come l’ho avuta io. Letteralmente incastrato su un angolo in una sorta cubo di Rubik della ristorazione. Ahia. Capivo subito (son mica tardo e tordo eh, cioè… lo sono ma non fino a questo punto) che uscire da cotanto impasse – anche geografico – sarebbe stata impresa improba, soprattutto perché la coppia era loquace quanto Andy Luotto nei suoi giorni migliori, mentre l’agglomerato hip hip hurrà cianciava ad un volume da Marshall (non il piano, l’amplificatore). Una doppia coppia che avrei volentieri fritto come dei Wanton, con due femminei ragazzi melliflui e mollicci e le di loro compagne farcite da parlata blesa e tatuaggi alla Leroy Merlin. Fortunatamente non erano agghindati come comparse della saga di Twilight, sarebbe stato troppo per quel cuoricino ino ino che ancora mi alberga addosso. Li immaginavo stringermi la mano tramite arti sudaticci e molli come gli orologi di Dalì mentre la loro epiglottide eruttava erre mosce con la cadenza di un disco dei Fall. Brrr. Molto probabilmente tutta gente che aveva frequentato l’università della vita, come recita il sottotitolo dei loro profili Facebook. Dopo 40 secondi il mio involtino primavera era trasmutato in un uno stormo di nuvole di drago. Di lì un minutaggio interminabile di chiacchiere insulse e dalla consistenza di uno zucchero filato allo stramonio. Non se ne usciva. Non ne uscivo. Non ne sarei fisicamente uscito visto lo spazio rimasto, dovevo quindi ingegnarmi per scovare agevoli vie di fuga e per far trascorrere il tempo che rimaneva prima del conto. Al cambio attuale delle mie mandibole erano circa 7 minuti, ma il ristorante sfiorava il sold out e la cosa mi preoccupava piuttosto ed anzichenò. Avrei potuto snidare dalla testa un disco per Sniffin’ Glucose ad esempio, locus amoenus ove ultimamente latito e la cosa non mi fa onore. Così, giusto per passare il tempo ed escludere dalle mie orecchie il frastuono. Ravanare mnemonicamente i miei file cerebrali riaffiorandone con un ellepi che mi tenesse calmo. Di quelli che conservo gelosamente in quel cuoricino stropicciato del quale disquisivo poc’anzi. Quelli da due lire, proprio come il mio muscolo cardiaco. Insomma, in genere qualcosa di mediocre, che a voi non piace e a me dispiace assai ‘sta cosa. Impresa ardua in quel marasma di bimbi e polli alla piastra. Che forse era meglio il contrario, no? Mi sentivo come un Don Draper incapace di trovare uno slogan per qualche campagna pubblicitaria, conscio altresì d’essere eoni dal suo carisma di maschio alfa, a mia discolpa posso dire che non aiutava certamente quel minuscolo bicchierino di ‘glappa di liso’ invece di una Smirnoff servita da una giunonica Joan in pomposi bicchieri di cristallo purissimo. A volte la vita è ingiusta. Serviva un disco perfetto per il luogo ed il momento invece, e serviva subito prima che la mia intolleranza raggiungesse Alfa Bravo Charlie. Qualcosa che delineasse e delimitasse perfettamente lo iato – sociologico e anagrafico – tra me e quei casi umani che (probabilmente) un domani sarebbero andati a dirigere qualche ditta di papi o ufficio pubblico. Avrei voluto sganciar loro un Enola Gay di Tavernello. Ansia. Gli Half Man Half Biscuit? No, ne avevo già scritto per un fanzine sul calcio inglese. Gli Under Neath What? No, ne avevano già scritto altri. I Bomb Disneyland? Macchè. Poi – appunto, visto che c’ero finito in mezzo mio malgrado – ho pensato ai fumetti, ad un passato nebuloso e infine a Bone e al suo musetto, cambiando radicalmente atteggiamento. Sbirciavo le donne nude sul fondo del bicchiere, rigirandolo tra le mani lungo angolazioni impossibili per scoprire nuove prospettive, finché – tra un acerbo seno e l’altro – ho visto la luce. Sagomata dalle rifrazioni dei vetri smerigliati di quel dozzinale ristorante cinese, Chinatown dell’anima che si affaccia su una rotonda e grumi di nuvole pronte a minacciare pioggia, in un imbrunire da tardo settembre. Tutto improvvisamente si rivelava in quel Matrix di suoni, e quel panorama alla Blade Runner di campagna mi portava in visione una copertina di un disco che avevo amato assai; amato di un amore incondizionato, quello che arde e si spegne lasciandoti spossato a terra prima di un frettoloso addio: Only Forever dei Puressence. I Puressence, già. Dei Radiohead sorpresi a non toccarsi il pisello. La versione dei Whipping Boy spiegata agli idioti che si stavano lanciando dal pontile del brit pop. Idioti come me, pervicacemente abbarbicato ai Rialto. Ne feci scorpacciata durante una lunga e complicata estate londinese, sfogliando i petali di una margherita avvizzita ornata da profondi sospiri. Ma non è questo il punto. Il punto era quella tavolozza di colori oscuri che si raggrumavano sulle vetrate lanciando strali appuntiti dentro la mia cassa toracica. E non ricordo dischi (almeno quelli che giocano nei campionati minori, quelli dell’entusiasmo e sudore, quelli con poco pubblico sugli spalti) che possa vantare un trittico d’apertura così mirabolante come Sharpen Up the Knives, This Feeling e It Doesn’t Matter Anymore. No, non lo ricordo. Persino le tette sul fondo del bicchiere tendevano a sparire nel rimembrare la bisettrice basso/batteria piena di aria satura che introduce la rasoiata d’inizio. ‘Ogni giorno mi siedo in casa e affilo i coltelli, canta con malcelata noncuranza James Mudriczki. Era cosa buona e giusta, e quei quattro abbondanti minuti di art rock inglese, equidistanti dai Gene di mezzo come appunto dai Radiohead meno anodici e inclini all’ossidazione, riuscivano a gassarti l’anima da subito con dei crescendo orgasmici di ritmi saturi contrapposti ad una voce cristallina adagiata su una capacità pop davvero superba. Ne cassavano una naturale uscita su singolo e il cosmo ancora si chiede perché. Riesce a far quasi di meglio This Feeling ovvero l’età dell’innocenza sul declinar del millennio e io non saprei spiegarvela senza tirare in ballo le solite ecumeniche menate riguardo pennate acustiche, rispettosa scrittura, chitarre arrabbiate o grigi casermoni di Manchester, da dove provenivano. Ma Joy Division Goes Coldplay potrebbe essere un indizio. Mettetevela sotto il cuscino e domattina mi dite. Traina il disco ad un rispettosissimo numero 36 in classifica e ottiene spazi un po’ ovunque, da MTV a Radio 1. Ma, ci credereste? It Doesn’t Matter Anymore riesce nondimeno a far di meglio (scrivo ‘nondimeno’ solo per indispettire il Turra Giancarlo), abbecedario di art rock inglese agghindato impeccabilmente su un ritornello basico ma essenziale. E ancora le magie notturne di Street Lights dove si avverte aria di pioggia o la commovente epica di Standing in Your Shadows che comincia ambient e finisce High & Dry; l’irresistibile sipario da brughiera della citata All I Want, un po’ Geneva e un po’ no; la speme e lo spleen simil country di Behind the Man; i Gene (rieccoli) in ginocchio di Never Be the Same Again o Past Believing. Addirittura nostalgiche sembianze Chameleon a ribollire in Hey Hey I’m Down. Tutto è umbratile e autunnale in questo catalogo di sentimenti altalenanti ed è inutile che stia a illustrarvi un manufatto che per sua natura scorre identico tra flutti di accorato art rock inglese. Ma due paroline su Turn the Lights Out When I Die e Gazing Down mi premerebbe spenderle. Anzi no, non vorrei rovinare il momento in cui arriverete al loro cospetto. Un disco per tutti Only Forever, e che – proprio per questo – non tutti riuscirono a far proprio, disorientati dalla sua sublime indecisione.

Un disco agli antipodi da quell’accozzaglia petulante che non accennava a smettere di urlare o dimenarsi, urtando continuamente la mia sedia. Un disco che ferisce e rimane impresso dentro, a scarificare e scarnificare le emozioni. Mi chiedevo come facesse – quella coppia sconsolata che ci alitava addosso in religioso silenzio – ad affrontare la cena e la vita senza conoscere i Puressence. 

Con questi pensieri, il desiderio di correre a casa per riascoltarlo in religioso silenzio e la consapevolezza che Only Forever non lasciasse spazio a null’altro che non fosse amore io, comunque, un sassolino dalla scarpa dovevo togliermelo, sempre che riuscissi a districarmi da quel ginepraio tramite dignitosissima acrobazia affrontata nel ristrettissimo pertugio lasciato tra le due sedie. Zero. Nemmeno un apnea da Mayol sarebbe riuscita a farmi passare. Che fare dunque se non chiedere comprensibilmente ‘permesso’ senza tuttavia ricevere risposta? La coppia era immersa in una chat e The Artists Formerly Knows As Stronzi iteravano l’urlacchiamento coatto in preda a risolini isterici. ‘Scusate’. Niente. ‘Scusate’. Idem. Li avrei annegati nel bitume caldo corretto da piscio di alligatore. Baileys, praticamente. ‘Erm… PERMESSO’. Niet. Avrei dovuto sì scegliere i Bomb Disneyland, ostia. Serviva un segnale forte, un colpo di bacino che manco Elvis e un esortazione al nostro signore iddio dal congruo volume e declinato pedigrèe affinché tutte le ruote del firmamento improvvisamente cominciassero a girare per il verso giusto. Isacco Newton annuiva dall’alto dei cieli e Sharpen Up the Knives (appunto) rimbombava nel periplo della mia scatola cranica. Cominciavo davvero a sentirmi Don Draper. La bionda alzava la testa dal Samsung smarrita e confusa, l’artista abbarbicato alla sua poltroncina mi guardava con aria stranita mentre gli sciocchi scacchi della sua camicetta Milano Fashion Week cambiavano improvvisamente colore, adattandosi al tramonto petrolifero. Gli altri non pervenuti.

Come Mosè davanti alle acque le due sedie hanno iniziato a creare un varco nel quale avrebbe potuto passarci l’Ave Ninchi dei tempi migliori. Intendiamoci, non sono un rissoso, non è nella mia natura, anzi tendo ad essere un diplomatico sulle questioni spinose, ed è sempre sacrosanto porgere l’altra ‘anca’, soprattutto se coadiuvata da un’ernia lombare, ma a mali estremi estremi rimedi. E questo era un estremo rimedio. Sta di fatto che il boscaiolo trendy ha avuto la brillante idea pure di risentirsi e – mentre il mio ‘cane cane ane ane ne e e’ riecheggiava ancora per l’aere come un mantra alla Kula Shaker mi ha guardato di sghimbescio. Ullallà ragazzo, Sharpen Up the Knives anche tu? Così, siccome melius abundare quam deficere gliene ho sparato un altro. Un remix, una extended version blasfema. Uscendo mi sono acceso una sigaretta con un’aria da sgualcito Corto Maltese. Bone mi avrebbe perdonato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #46

BagarreCircus  (Sauvage Musique, 1982)

Abbiamo un vantaggio, noi nati e cresciuti nella – da sempre ignorante – provincia, un vantaggio abissale rispetto ai cittadini forgiati in asettiche vie laiche edificate su cineforum e vernissage. Un vantaggio che bilancia ed equilibra tutti i contro (e sono molti) ai quali siamo stati esposti, soprattutto durante l’adolescenza. La provincia ha radici diverse, poco irrorate dall’esposizione alle intemperie della cultura. In provincia è tutto doppiamente difficile, siamo una sorta di paria, reietti dal sacro cerchio magico di ‘dove le cose accadono’. I ‘the nigger of the world’. Però nasciamo con la dotazione di piccoli surplus che surclassano nettamente le piccole o grandi città che si affacciano sul suolo italico. L’adattamento, ad esempio.

La ‘Sagra di paese’ è uno di quei surplus. E sono sicuro che nessun cittadino abbia mai potuto gustare tra le narici o nell’anima quel misto di divertimento laico, religione un tanto al chilo, paganesimo spiccio, sociologia profonda, rutto libero e social network terricolo e rupestre ante litteram. Chi non proviene dalla provincia profonda ha (aveva, oggi le cose sono nettamente meno distinte) difficoltà ad ambientarsi in quel groviglio di follia e divertimento bulimico. Per quanto – appunto – oggi sia tutto scemato in un miscelatore insulso, dietetico e politicamente corretto. Ma aveste potuto approcciare le Sagre di paese nei tardi settanta o primissimi ottanta (sopravvivendo alle risse o al traffico alcolico) vi sarebbe sembrato di essere in Messico o in mezzo a qualche rito sciamanico fuori dal tempo. L’intero paese si bloccava per giorni, i bar prosperavano vendendo cibo così proteico e grasso che i vegani si sarebbero fatti esplodere con una cintura al tofu. Intere botti di bovoletti (sapete cosa sono? Lo yage è nulla in confronto alla massa d’aglio che questi piccoli molluschi devono sopportare post mortem), calamari fritti nell’olio motore, vino rosso da NAS e spuma (assieme, certo), porchette arrostite sotto il sole d’agosto. Non eravamo grassi comunque, sia chiaro. Le giostre – quel macchinoso peyote trasversale – andavano a pieno regime fino alle 5 del mattino, zeppi di ubriachi, buzzurri tout court, neanderthaliani, rissosi per censo e albero genealogico, ragazze discinte e sibili fantascientifici.

Le canzoni etichettavano inequivocabilmente estati e orari del divertimento (mai più sentito un heavy rotation come Ring My Bell, forse solo Non si può morire dentro di Gianni Bella) ma ne ho già parlato sul post de Le Orme (I dischi che piacciono solo a me, credo # 44) e quindi stop me if you think that you’ve heard this one before. Il pop aveva ancora un’aurea salvifica ‘splendida splendente’ in quei giorni. Umberto Tozzi e Alan Sorrenti battagliavano dalle pagine di Tv Sorrisi e Canzoni, Alberto Camerini stava arrivando, i Kraftwerk li vedevamo a Domenica In da Corrado, la luna stava bussando e le Madonne tristi con le dita alzate barcollavano per le vie del paese, un po’ per l’equilibrio instabile al quale erano sottoposte e un po’ per le bestemmie esotiche, i calici di rosso ingurgitati e baffi a manubrio. Ci inventavamo decine di modi per raggranellare qualche soldo: dallo scaricare casse al bar alla vendita abusiva e spavalda di fumetti e giocattoli fuori uso. Spacciavamo ghiaccioli prima che si sciogliessero. I motorini erano motorini e non ornitorinchi di metallo, i negozi chiudevano a mezzanotte mentre le gonne avevano bisettrici e orli improbabili, avvolte da sguardi allupati di instancabili tabagisti con le nocche gialle. Attraversavamo la provinciale zigzagando tra le auto sfidando gravità e fratture, mentre oggi un ragazzetto manco il cancello di casa apre senza essere subissato di raccomandazioni e telecamere.

Gran parte delle canzoni usa e getta sulle quali mi sono edificato provengono da lì, balie inconsapevoli alle quali ho fatto da rispettoso cadetto. 45 giri che gli autoscontri o la bancarella dello zucchero filato mettevano in loop per cinque giorni, gli stessi 45 giri che al mercato – ogni giovedì – un furgoncino riusciva a piazzare, spesso su improbabili versioni tarocche cantate da spavaldi imitatori dai nomi improbabili. Potrei citarvene un intero scaffale, sette pollici dalle copertine sgualcite e i solchi gocciolanti polvere, da Franco Simone a Dee Dee Jackson, da Gerry Rafferty alle Baccara, da Dan-I (Monkey Chop!) ai ‘Lectric Funk. Da Enzo Malepasso a Viola Valentino. Sovente minutaglia, ma che spesso assolveva egregiamente al proprio compito (Baccara escluse), ovvero tre minuti di rinfrescante straniamento, immersione di fantasia pop dalla durata di una Big Babol alla fragola. Disco Bambino, proprio. Eppure è un altro il 45 che incredibilmente è riuscito a condizionarmi come un cane di Pavlov, un 45 giri che cantò una sola estate e – chissà perché – il titolare del Tagadà passava con religiosa frequenza anticipando e vidimando la mia fissa per la dance. Una delle tante band farlocche che durante i gloriosi mesi della post disco (prima che diventasse italo) ebbero qualche nanosecondo di notorietà. Mi sembravano degli alieni i Bagarre, italianissimo progetto celante al proprio interno Marziano Fontana, Roberto Zanaboni (uno che aveva collaborato con Mia Martini e Ivano Fossati e si accingeva ad accompagnare Mina) e un’altra manciata di carbonari quali la misteriosa Ann O’ Rak (vero nome Rosa Maria Avataneo) o un/a fantomatico/a Jo Cleary. Italia come New York, new wave e post disco, rimembranze di Ze Records e un 1982 nel quale tutto – nel pop – poteva ancora accadere.

Presi il futuristico 45 giri da Fusco e ci vollero anni prima che riuscissi a trovare una copia dell’album (Circus, su Sauvage Musique) seppure in condizioni pietose. Quasi inascoltabile ma poco importa dacchè è Lemonsweet il 45 giri che mi segnò da allora e per sempre. Introdotto da una voce svogliata e aliena che cita (ma lo scoprirò in seguito) Frank Zappa e si attorciglia in un loop di asettici ‘fifty four, fifty four, fifty four…’ prima di prendere quota con un groove precipuamente new wave. Ne fui colpito, e la discrepanza tra quelle giostre campagnole, quei coetanei dal pantaloni troppo larghi, quelle risse alcoliche e il suono di un futuro al quale mi pareva di avere accesso furono una detonazione non da poco. L’asettico fraseggio sintetico, la voce robotica, una bassline più adatta a Gary Numan che ad un paesino di provincia mi entusiasmarono oltre misura. Sopporta benissimo ancora oggi la sua costruzione armonica, e sono certo che farebbe un figurone se qualcuno volesse riprenderla in mano per atomizzarla nel dancefloor. Solo i La Bionda di I Wanna Be Your Lover avevano osato tanto, fino a quel momento (appurato che i Krisma giocavano in un altro campionato) e il bello è che ne ero consapevole. L’ascolto di Circus – anni dopo – mi deluse, adagiato com’era in una rassicurante poltiglia italo abbastanza di maniera ma non priva di guizzi fuori dal comune, con una versione di Lemonsweet messa ad inizio disco alla quale erano state eviscerate tutte le asperità che la rendevano grande. E poi Little Ladies ad oscillare tra i Fleetwood Mac, Lene Lovich e un ritornello da indie pop scozzese o Circus Is Gone a giocarsi l’asso della ballata da Discoring. Dirty Love ci riporta al Danceteria con un funk giocoso che ben sarebbe stato in mano agli A Certain Ratio di mezzo. Qui la conturbante noncuranza di Ann O’ Rak si supera nel suo svogliato declamare. No Toys (anche su singolo) è un disperato erotico stomp che anticipa Madonna, Lizzy Mercier Descloux, le Waitresses e le Bananarama degli esordi. New York come se piovesse. Sublime. E ancora For Your Pleasure, dal quale i Freeez prenderanno scrupolosa nota. Svisate di synth e un afflato da hip hop newyorchese con contemporaneo mercimonio di fiati alla James Chance. Ma la vera bomba – che da sola giustificherebbe l’acquisto – è la reprise di Lemonsweet, sei minuti e venti secondi di avanguardia dance. La nostra Blue Monday al cren, la nostra I Feel Love ai sottaceti, la nostra Born Slippy all’amatriciana dove pulsano synth lungo tutti i cursori del mixer, dove il canto si sdoppia in un dub sprezzante, dove le chitarre sembrano prese di peso dagli Ultravox e lasciate volutamente sullo sfondo, dove il 4/4 non cambia mai e proprio per quello rota e garrota come un derviscio prima che la Ann scivoli in un delirio di voci alcoliche. Indispensabile, almeno per chi scrive. Dopo 37 anni Lemonsweet rimane una necessità nascosta della dance italiana, al pari di Zanzibar di Helen (riscopritelo, magari nell’Afro Mix, o datelo in mano a Weatherall) o quel funkone incidentalmente appoggiato sotto l’ugola di Patrizia Pellegrino intitolato Automaticamore. Giostre, vino rosso e pesce fritto ma si faceva la storia.

Circus era e rimane esattamente come quel periodo storico, dove i cocktail in provincia non esistevano ma si faceva necessità virtute mescolando birra e Mistrà; dove l’Amaro Cora e una bottiglia d’anice erano il massimo al quale si poteva aspirare (mai termine fu più consono). La macelleria era il centro di controllo di tutto quel bailamme che – per 5 giorni l’anno – pareva il nostro giorno del ringraziamento. Centro del paese bloccato h24, stoccafissi messi ad asciugare in strada assieme a barili di olive e pentoloni di trippa. Il tagadà mandava un esemplare umano l’anno in ospedale per lesione lombare; gli autoscontri creavano coppie e risse improbabili; il punching ball metteva in risalto muscoli, feromoni e mercanzia assortita mentre il prete (vero Deus Ex Machina della situazione) benediceva tutto e tutti dall’alto, tra un Pater e due fogli da 50.000. Le ragazze le potevi approcciare sotto il baraccone d’alluminio della pesca di beneficenza, territorio neutro al quale i genitori delegavano il virginale candore delle figlie; le chewing gum cominciavano ad essere al gusto di cannella (quel sottile senso dell’esotico che stava per colonizzarci) e i jeans dovevano essere strettamente di marca Ball per non venir espulsi da quell’impeto di energia centripeta. Un anno arrivò anche la ruota panoramica a destabilizzarci; venne eretta di fianco al municipio e dev’essere stato proprio l’anno di Lemonsweet. Ci si dava appuntamento telepatico su qualche scalino della piazza o in qualche remoto angolo di bar a qualsiasi ora, certi di veder passare conoscenti che, negli altri 360 giorni dell’anno, si nascondevano alla nostra vista per i motivi più improbabili. Dalla vergogna allo studio. Non vi erano orari di rientro in quei 5 giorni di esperimento sociologico che pareva coreografato dal Mago Otelma o il colonnello Kurtz. L’anarchia era reale e arrivava con le carovane, i juke box, le MS e le arachidi tostate. Una fatica immane, credetemi. Ma in tutto questo puzzolente miscuglio di consuetudini e fissazioni cripto-medievali i cittadini mai si sarebbero azzardati ad entrare. Allora sì sarebbe stata vera bagarre.

Il tubo non ha una versione decente che sia una, ergo cliccate qui per ascoltare la stupefacente versione del singolo.
https://www.musiqueapproximative.net/post/bagarre-lemonsweet?random=0&fbclid=IwAR3GTYEbLgE01FIrffNf3F_qtjWmNe9jqy7Mx0NwPw_jSVO7KHsH-aAJefA

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #45

Head!Tales Of Ordinary Madness (Virgin, 1988)

Il guado è di nessuno, non ha padroni. Ci puoi insozzare i piedi prima di oltrepassarne il perimetro per recarti oltre e altrove, prendendoti in prestito il tempo per attraversarlo. Non ha patria il guado, né radici. Terra apolide, arida e incolta, brulla, con pochi segni di vita e spazzata da solitarie folate di vento. Non vi è lussureggiante follia o madida vegetazione e nemmeno una rassicurante quotidianità; un po’ come nel video di Club Tropicana, ecco. Solo immaginato sul finir di stagione, con le acque putride invase dalle alghe e la piscina deturpata da piastrelle scheggiate e rese scivolose dal muschio e dalla muffa. Così ci si sentiva, nel 1987. Così mi sentivo, come un Overlook Hotel in riva al mare. Non c’era quasi nulla dentro il pop d’oltremanica, in quel guazzo pacioso cotonato d’elio. Ci stavamo passando in mezzo diafani e spettrali come nel video di Atmosphere, arrancando a vista mentre sbracciavamo in ogni direzione, consapevoli che ‘qualcosa’ avrebbe dovuto esplodere, per azzerare tutto e rinascere a nuova vita. Gli S’Express erano lì ad un passo, ma non ancora ammessi a corte e forse sono proprio loro più che l’urlo (chiamarlo Primal Scream creerebbe confusione) dei M/A/R/R/S l’estatico big bang al sapor di fragola e vapori acquei. Shooooooom. Paludi malmostose, di quelle nelle quali incespichi senza manco chiederti il perchè. Non è affogare, non è nuotare e non è nemmeno qualcosa che oscilla tra le due condizioni.
Un guado, appunto. Un purgatorio sonoro.
Sono andato a spulciarmi un po’ di liste nelle agende d’epoca, giusto per constatare se la mia memoria difettasse. Regge. E mi coglie un coccolone scorrere col dito le classifiche indipendenti britanniche per riscoprire un primo posto degli All About Eve (è successo, giuro: 18 luglio 1987), i due (DUE!!!) degli Erasure (28 febbraio e 6 giugno) o  – aaaargh – dei Fields Of The Nephilim (24 ottobre) tanto per confermare il mio assioma. Non sventolavamo più la bandiera rosa, nel 1987, e i piaceri inesplorati li avevamo annegati nella pornografia. Era, anzi ‘pareva’ la fine. Un bacio (di commiato) nella casa del sogno. Quasi meglio quelle ufficiali, ostia. Ho detto ‘quasi’. Imbellettate di Pepsi & Shirlie, Never Gonna Give You Up e Terence Trent d’Arby. Che almeno qualche squinzia riuscivi ad approcciarla fischiettando Sign Your Name o Why Can’t I Be You? dei Cure, la cosa più allegra mai vergata da Sua Opulenza Bistrata. Appro e posito: vi ho mai detto di quella volta che mi inginocchiai davanti ad una danese tutta efelidi e 90-60-90 in mezzo alla pista del Papaya (discoteca fighetta in quel di Jesulum) con una colica renale e tre Fior di Loto in corpo declamandole in volto proprio la canzoncina del ciccione? Sì, vero? Che io non c’avevo proprio vergogna e la memoria regge solo con le liste. Accidenti, pareva una TDK al cromo con quelle misure.

Come che sia continuo a setacciar classifiche scoprendo con orrore come sia stato La Bamba dei Los Lobos il 45 giri più venduto in Italia durante quell’anno scorretto. Che delusione, chissà cosa ci mettevano negli acquedotti per evitare di farci innalzare sul podio Nick Kamen e La Isla Bonita. Uff. Mi ripeto: periodo schizofrenico dove eravamo costretti a farci piacere le Fuzzbox. Sì, lo so cosa pensate: il 1987 è stato l’anno – anche – di Sign ‘O’ The Times, Yo! Bum Rush The Show, Sister, Licensed To Ill e Document. Tutti yankee, guarda un po’. L’anno di  – vacca boia! – Fairytale Of New York e True Faith. E trovamelo tu, oggi, un periodo così. E’ che eravamo confusi ergo giustificati (ma non giustificabili) ergo con la fregola di Indiana Jones, ergo setacciavamo con un parossismo mai visto e udito tramite i pochi dindi a disposizione. Pensare che il terzo singolo più venduto in Albione durante quei 12 mesi fu China In Your Hand dei T’Pau ti fa capire che le cose dovevano cambiare per forza. Ecco perchè, in quella terra arida e brulla, ogni pozza d’acqua diventava rinfrescante Evian. Anche le Fuzzbox, sì.

Gli Head! invece erano acqua torbida. Pozza venefica in uno stagno, rugginosa e piena di batteri. Banda debosciata di cui tanto (poco) si parlò al tempo prima di accantonarla per – presunta – manifesta incapacità come fossero stati dei Filipinos qualsiasi. Stolto l’uomo che non pondera il suo tempo, e altrettanto stolto colui che non tiene conto dello stesso. Insomma: che gran banda di cagacazzi, gli Head! Folli, caciaroni, disturbanti, irritanti, volutamente sopra le righe. Dei Butthole Surfers che si inginocchiano sul vaudeville, dei freak vittoriani al Mandrax, dei sparpaglia spartiti con la bocca piena di marshmallow al bourbon. Beasts Of Bourbon. Irritanti, certo, che ad ascoltare A Snog On The Rocks Mark E. Smith risulterebbe opaco come Chris Martin. Eppure il mio disco ‘pop’ del 1987 fu Drop degli Shamen, ellepi che ancor oggi qualche brividino riesce ad instillarlo. Mi ero attorcigliato lì, sulle chitarre di Something About You, e ricordo benissimo come lo sfoggiassi orgogliosamente dal sellino di una bici scassata mentre in paese si stavano attrezzando le giostre e quello con la carovana accampata sotto casa mia scopava come un forsennato tutta la notte, ululando alla luna. Lunghi turni da operaio trotzkista mi stavano permettendo l’acquisto di un gran numero di vinili che reputavo imprescindibili ma che oggi mi strappano e stappano solo un sorriso e una lacrimuccia. Mighty Lemon Drops, Primitives e arpeggetti assortiti erano il mio pane quotidiano. L’arrivo degli Head! tentò di scardinare tutto.

Non furono granché coccolati dalla stampa, sebbene avessero in formazione un ex Pop Group (Gareth Sager, reduce dai loschi tentativi con Rip Rig & Panic e Float Up CP), un ex Cortinas e Clash (Nick Sheppard) e un mucchio di pseudonimi per confondere le acque: Hank Sinclair, Candy Horsebreath, Clevedon Pier. Forse era proprio per quello. Cambiavano nome più velocemente di quanto si cambiassero mutande. Un guazzabuglio confusionario che andava di pari passo con la loro musica, sorta di rock and roll abrasivo e circense dai tentacoli blues. Li trovavo intriganti ma non abbastanza per spenderci 14.000 lire. Così, mentre – appunto – ondulavo e sussultavo sugli Shamen, leggevo rare e tiepide recensioni su questo gruppo a prima vista incomprensibile. Come dar torto agli scriba del tempo? Questi erano una scheggia piantata dentro i salatini del party, una lametta attaccata alla maniglia della porta del bagno, della cicuta occultata nel sidro. Un Gin Tonic con l’acquaragia. Fastidiosi financo nelle loro esternazioni, con quel look tra lo sbruffone, lo street metal e il vittoriano che – ne sono certo – i Manic Street Preachers e Nick Cave avrebbero preso a modello di lì a poco. Bel casino, vero?

Ancora oggi le notizie sono reperibili con il contagocce e in maniera frammentaria (Wikipedia li riporta quali alfieri del trip hop, per dire; e molti li ascrivono al carrozzone Baggy/Madchester) a dimostrazione di come fossero inclassificabili e di difficile catalogazione. E quindi come spiegarveli? Magari senza tirare in ballo i soliti luoghi comuni (cosa che farò senz’altro, comunque). A Snog On The Rocks fu uno stupro, né più né meno, per i miei padiglioni auricolari cosi poppettamente implumi; dovetti dunque attenere l’anno seguente e la venuta di Tales Of Ordinary Madness (Bukowski docet) per avere il mio vero e proprio battesimo nella chiesa pentecostale di queste anime candide. Più variegato, meno sordido, aperto a mille influenze e con uno spettro sonoro bulimico. Produceva prezzemolino Howard Gray, uno che andrà ad accasarsi negli Apollo 440 ma che – altresì – aveva messo mani e cursori un po’ ovunque, dagli Armoury Show a Yazz, dagli U2 a P.I.L., da Phil Collins ai Cure a Kate Bush e Van Morrison. Ma ancor di più andrebbe segnalato il certosino lavoro di Rafe McKenna in guisa di ingegnere del suono, altro bardo che di schizofrenie sonore se ne intendeva assai avendo transumato un po’ ovunque, da Steve Hackett alle Bush Tetras; da Paola & Chiara (Zingales, questa è per te) a… guarda un po’… gli All About Eve. Tout se tiens in ‘sto porco mondo, ma qualcosa un po’ di più.

Tales Of Ordinary Madness perdeva qualcosa anzi molto del debutto: dal dirompente effetto sorpresa al virgolettato che accompagnava la sigla (sostituito dal punto esclamativo) passando per l’etichetta discografica. Il tragitto dalla Demon Records ad un colosso come la Virgin spiazza un po’ tutti. Band in primis. L’etichetta di Branson spara nel mucchio, incapace di gestire un gruppo che, per sua natura, è destinato al fallimento per essere annoverato tra i trionfi. Storie di ordinaria follia, già. Una meticolosa follia. Ma è come se la febbre malarica che aveva infettato l’esordio fosse stata sedata con del chinino e una bella camicia di forza per approntare un disco scalciante su 10 tracce sovente narcotiche, apparentemente senza alcun capo né coda, sempre disperatamente alla ricerca di una struttura o di qualcosa che conducesse ad una forma embrionale di canzone. Sin Bin, singolo estratto messo in apertura d’album, cammina in una terra di nessuno, incapace di decidere la direzione da intraprendere. Un guado, appunto. Un guado dove i Virgin Prunes vogliono fare i Simple Minds (o viceversa) ma con dell’acido ad infettare le chitarre, dove certo rock sciamanico e paludoso è ambiguo, subdolo e sornione senza dar mai l’impressione di prendersi sul serio; ballatona ubriaca da chiusura del pub sotto casa, dopo un derby. Gli Head! le provano tutte per dimostrarsi maestri indiscussi di voluttuosa incapacità: cacofonie astruse, picchiate metalliche, operette da quattro soldi, intermezzi da luna park, brandelli di corrotto blues impreziositi dai vocalizzi rozzi e pacchiani opera di quel Rich Beale che è, era e rimarrà sì assoluto carneade ma anche responsabile delle copertine di Y e We Are All Prostitutes del Pop Group. Tout se tiens l’ho già detto, nevvero?

Bastano queste tracce perché la Virgin si renda conto di avere tra le mani una congrega tutt’altro che ecumenica sulla quale sarà impossibile monetizzare. E pare una bestemmia in chiesa, a questo punto, cercare di decrittare delle tracce che sono un corpo unico nello sfigurato Golem approntato da Sager e sodali. Ma sia detto con francescana imperizia che Get Fishy puzza di rock and roll ubriacone o di qualcosa che inventa i Beastie Boys di Check Your Head; Machete Vendetta è una canzone da stamberga di porto, barile di rum e una serie televisiva come The Frankenstein Chronicles. Sia ripetuto per le strade che vaghe reminiscenze indiepop affiorano in Cheeky Little Monkey tra uno shottino e l’altro; che uno stupendo frappè al gusto Nick Cave tenta di infiltrarsi tra le armonie di 1000 Hangovers Later, claudicante gospel che soffia dal Mare del Nord; o che poltiglie pop marciano compatte in Time And Time, Adult Oriented Rock da college radio americana. E ancora si declami l’hard rock cotonato che si palesa in Car’s Outside mentre Jesus Ain’t Got No Daddy piscia tutti i lieviti delle birre ingurgitate dai Red Hot Chili Peppers, sublime porcata con un trombone da Aristogatti. E, al fin della licenza, che 32a e Tiger Tiger non perdonano e toccano come patè de foie gras sonoro atto a far minutaggio, tra un pop punk da Sunset Strip o da Hanoi Rocks (la prima) e un miserabile viaggio di hard blues jazzato (la seconda). Vi pare un disco questo, a voi?

Una astrusa combriccola di suoni alcolemici da anatomia patologica, ecco cosa fu Tales Of Ordinary Madness. Un disco da sguscianti ubriaconi che necessitò di ripetuti ascolti (miei) per essere assimilato al suo meglio. Avrà vendite irrisorie e sghignazzi assortiti, con la Virgin costretta a cambiare strategia a campionato in corso, incapace di trovare un senso a quella matassa ingarbugliata di corpi, uomini, nomi e tracce. Ci sarà ancora il tempo per riprovarci tutti (io no, grazie) l’anno dopo – in una sorta di accanimento terapeutico – con Intoxicator, mero commiato e ulteriore incubo (ma per davvero) nel quale i nostri decisero di immolarsi per sempre su dei Warrior Soul patinati (o su uno Zodiac Mindwarp vestito a festa, ad essere buoni).

Gli Head si fermarono lì, sull’uscio del nuovo decennio, pasci e sazi; il loro inconsapevole compito si era esaurito con maestria, come un sassolino nello stagno, anzi: nel guado. Invisibile ad occhio nudo e sepolto sotto la torba. Perché per fare del rock senza capo né coda ci vuole testa. Sarebbe d’accordo anche roll.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #44

Le OrmeVerità Nascoste (Philips, 1976)

Me li ricordo bene i Giochi Olimpici di Montreal. In effetti sono i primi che ricordo con un reale e pressante trasporto; ero davanti alla tv quando Nadia Comaneci bloccò il tabellone elettronico, il mondo intero e il mio ingenuo cuoricino, pieno di palpitazioni verso quella morettina snodabile. Che epifania, signori! Eguagliata dall’altro 10, quello della sovietica Nelli Kim. A Monaco ero troppo piccolo per avere una visione nitida, e oltre al noioso ‘man bassa’ di Mark Spitz, alle spalle da Lou Ferrigno di Kornelia Ender e ai fattacci di Settembre Nero ho una vaga nebulosa. Dell’esibizione di Olga Korbut con il primo salto mortale all’indietro alle parallele asimmetriche non conservo ricordo, per dire. Ed è un bel cruccio. Ma si parla di quasi mezzo secolo fa, siate clementi. A Montreal no; a Montreal ero ben focalizzato, tanto che mi ero ripromesso di finire pure la raccolta delle figurine con una caparbietà a me sconosciuta fino ad allora, impresa che invece mi era riuscita pochi mesi prima solo per il coevo Sandokan (merito della Perla di Labuan, sia chiaro) rimanendo unico traguardo ever.

Che meraviglia quell’album dalla copertina rosso fuoco, e che patema d’animo ogni domenica mattina alle 9,30 quando – con i miei sudatissimi risparmi settimanali e qualche rara mancia – mi fiondavo all’edicola a fare incetta di sportivi mentre la radio mandava In Zaire di Johnny Wakelin. Persino le bustine (non fate della facile ironia) avevano un odore diverso. Passavo i primi minuti seduto sugli scalini del cortile ad annusare quell’aroma speziato da colla e carta patinata. Un godimento inenarrabile e inconcepibile per tutti i figli della rete e delle rate. Come che sia ebbi grandi soddisfazioni da quei Giochi Olimpici, forse gli ultimi con qualche barlume di trasparenza visto che di lì a poco sarebbero giunti i boicottaggi e le superstar. Che poi, non fu esente da boicottaggi nemmeno l’edizione canadese, ma converrete che una cosa è essere privi della Guyana, l’altra degli Stati Uniti. Almeno a livello sportivo, sul resto potremmo agevolmente discuterne.

E poi c’era la DDR, accidenti. Così vicina e così lontana, così piena di affascinanti e terribili misteri, di atleti morfologicamente perfetti, di macchine programmate per sconfiggere il tempo, lo spazio e la gravità che neanche una canzone di Battiato. Un pezzo di misterioso e subdolo oriente racchiuso in uno scrigno d’occidente. Che inno sublime, che divise fascinosamente marziali, che sguardi geometrici e costruttivisti. Se la giocava con la Russia nelle mie preferenze, ‘che quelli avevano rigore, rigidità e un unico obiettivo: il medagliere. In ogni caso ricordo parecchio di Montreal: Juantorena; la Ackermann; il salto di Sara Simeoni; Lasse Viren (diobon, che uomo). Finanche il ripetersi ad altissimi livelli della Ender e l’impresa storica di Fabio Dal Zotto. Ricordo il giapponese Shun Fujimoto che gareggia agli anelli con un ginocchio fuori uso, perdendo i sensi e i legamenti all’uscita dall’esercizio. Rammento pure il primo scandalo per doping nell’atletica leggera (la polacca Danuta Rosani) e l’assoluta mancanza di medaglie d’oro della nazione organizzatrice (non era mai successo). E ancora: la furbata del maggiore sovietico Boris Onishchenko che nel pentathlon – alla prova di scherma – inserì all’interno della propria spada un congegno elettronico che segnalava (a comando) sul tabellone il colpo inferto all’avversario. Degno del miglior cattivone di 007 (per la cronaca: dopo il fattaccio il tenero Boris venne degradato e finì col fare il bagnino nella piscina comunale di Kiev).

Ma più di tutto ricordo quelle figurine profumate.

Stavo schiudendo il bozzolo che mi aveva fatto scudo, cominciavano a piacermi le cose ‘da grande’: i primi numeri di Ciao 2001; le classifiche alla radio; il paginone centrale di Playboy. Attendevo le giostre con ansia immotivata, ultimo scampolo d’estate e l’equivalente di quello che sarebbe stato John Peel o Rockerilla, di lì a poco. Il polso del pop l’avevo tramite i dischi passati in lunghe nottate agli autoscontri, che quei giostrai avevano un fiuto infallibile nello scegliere (e prevedere) i riempipista più torridi. Vi potrei snocciolare decine e decine di pezzi che ad ogni imbrunire mi si spargevano addosso schivando i rumori dei Go Kart, dei dischi volanti (come li chiamate voi?) e di tutte quelle lucine colorate. Da Franco Simone (Tu e così sia) a Anita Ward (Ring My Bell) passando attraverso Non si può morire dentro di Gianni Bella per qualche anno riuscii ad avere il polso della situazione pop del mio paese; impresa eroica che – credo – nessuno dei miei coetanei riuscirà più ad eguagliare. Mi appoggiavo al muro del Municipio alle 19,30 del Venerdì sera e sapevo snocciolare l’intera scaletta degli autoscontri soltanto sbirciando il colore delle copertine dei 45 giri, bissando il palmarès anche la domenica mattina, quando era tutto un florilegio di gonnelline scampanate, teppistume sparso e Umberti Tozzi. Dan Dabadam Dabadam Daba Dam Bam Bam Bam Bam.

Una e una soltanto però – di canzone – in quel finir dell’estate 1976, aveva adombrato la mia cassa toracica; anzi due. Provenivano entrambe da una strana ed ammaliante vocina (quella di Aldo Tagliapietra) che mi è rimasta tatuata addosso e reputo ancor oggi tra le migliori di sempre, non solo in patrio suolo: Canzone d’Amore (rivedetevi sul Tubo la performance al Festivalbar e poi fatevi due conti con l’oggidì) e – poco dopo – Regina al Troubadour. Firmate: Le Orme. Corregionali, dicevano gli amici che potevano avere accesso settimanale a Sorrisi e Canzoni TV. Gruppo (non le chiamavamo ancora band: i Dik Dik erano un gruppo, così come La Strana Società o I Nuovi Angeli) di stanza a Mestre, ovvero due sputi da dove abitavo io. Due sputi ma anche due anni luce se dovevi affrontare il Terraglio, arteria napoleonica con traffico da Città del Messico. Mica sapevo allora che Regina al Troubadour fosse la nostra There She Goes ante litteram. Era una canzone di vaniglia triste e con il piombo ai piedi, pare parlasse di una vecchia amica dei nostri perduta nelle spire dell’eroina, e dietro quella resina armonica lo spleen era pressante assai. Mi ci tuffai di petto.

Verità Nascoste era stato arrangiato da Keith Spencer Allen, fidato scudiero di Vangelis e pronto a transumare ovunque, dai Chrisma con la ci acca a Cocciante. E sono poche le ba… scusate: i gruppi italiani a me così cari. Pochi, pochissimi. Tanto che, una volta più grandicello, potei permettermi di approcciarli con cognizione di causa, scoprendo dischi bellissimi e in particolare uno, snobbato dagli scampanati fan del quartetto: questo. Via Tolo Marton (e la  sua chitarra sovente in odor di blues onanista) e dentro Germano Serafin. Via anche Gian Piero Reverberi, deus ex machina e produttore cum grano salis dei lavori precedenti. Via le suites lisergiche in virtù di un pop certosino dal retrogusto sinfonico. Via tutto, si azzera. È qui che si compie la parabola de Le Orme, catturati in un momento di lucidissimo vezzo popolare. Allontanatisi da certo progressive (anzi: pregressive) più minimalista (citofonare a Peter Hammil che curò i testi proprio per una versione inglese di questo disco) per esplorare definitivamente il pop. A proposito: quella “d’amore” era uscita solo su singolo facendo sfracelli un po’ ovunque con la sua torbida coda in odor di funk. Nulla la riporta alle sonorità di Verità Nascoste, da subito crocifisso come album autoreferenziale, didascalico, scaduto nel più bieco ammiccar di classifica, abbandonando di fatto quella maestria strumentistica che aveva reso Le Orme un autentico patrimonio italiano al pari di PFM e Banco del Mutuo Soccorso. Dovevo spendere soldi in figurine altrimenti mi sarei immolato affinché tutte queste presunte verità nascoste – imboccateci dai soloni del tempo – si palesassero. Se loro non riuscivano a capirlo non era colpa mia, io avevo ore di dirette televisive da seguire. Il 18 febbraio 1977 – dopo aver raggiunto l’aria rarefatta della vetta soltanto due settimane prima – l’album è ancora al numero tre della classifica italiana, dietro Santana e Donna Summer. Le Orme diventano ‘impronte’ pesanti lungo il tortuoso sentiero del pop italiano, e sono proprio le presunte cadute di tono e ispirazione a dare quel quid ad un gruppo che voleva fortissimamente cominciare a capitalizzare.

La Philips non bada a spese, le registrazioni vengono effettuate ai londinesi Nemo Studios di proprietà di Vangelis; la manovalanza dispiegata a supporto è di lusso: dalla biondissima Marlis Duncklau (tecnico del suono che di lì a poco accompagnerà Peter Gabriel) a John Forrester (Frank Zappa); da Sidney Margo (John Barry, Harry Nilsson, Bing Crosby, Grace Slick) a William Skeat (eoni dopo addirittura su Post di Bjork). Un disco che reputo ancora bellissimo nonostante l’ostracismo dei fan terminali, e se vi sembro Vincenzo Mollica dovrei affidarmi a Insieme al Concerto, ovvero i sei minuti e quattro secondi che vanno ad aprire le otto tracce con una nevralgica e muscolosa presa di posizione. Pochi i rimasugli sinfonici che erano soliti contraddistinguere Tagliapietra e sodali. Chitarre e tastiere (da segnalare l’opera del nuovo arrivato Germano Serafin) ad incastrarsi come in un cubo di Rubik armonico. Tolta una coda che farà grande Dave Formula e i Magazine vi è maggior attenzione alla canzone comunemente intesa; un po’ come Ora O Mai Più nel precedente Smogmagica (Philips, 1975). In Ottobre svisa su un funk gelido e bianco, un Blue Rondò A La Turk (già loro singolo del 1973, rilettura dello standard del Dave Brubeck’s Quartet) sotto Lexotan spiegato alle masse dell’austerity; impagabile lavoro percussionistico di Michi Dei Rossi e porta quantica verso l’acustica poesia di Verità Nascoste (Vorrei raccogliere il tuo mondo e liberare i grandi sogni, e colorare i tuoi disegni di disperate notti bianche, e ridere come chi vince la sua vita in un gioco perdente). Quasi un madrigale irrobustito e impreziosito da quartetti d’archi e un diafano flauto traverso. A pareggiare giunge Vedi Amsterdam… complicato e nervoso origami progressive, unica concessione ad un passato prossimo ancora fresco. Contrappunti di assenze percussive, scale mobili armoniche e una denuncia sociale che apre proprio a Regina Al Troubadour ovvero – forse, con quasi sette minuti di durata – uno dei 45 giri meno commercia(bi)li che abbiano toccato la top ten italiana. Un ottovolante di amplessi ritmici, ponti strumentali, cambi strutturali e schizofreniche alternanze tra velocità e brusche frenate. Tony Pagliuca fa gli straordinari con un massiccio uso di Clavinet, Mellotron e sintetizzatori Honer, chiudendo con una maratona che brucia i polmoni. In una parola: insuperabile. Radiofelicità smorza i toni con un geniale synth pop alla Silicon Teens ante litteram (ancora il Moog di Pagliuca) caramellato da trucchi (ad ascoltare con attenzione in sottofondo, a sprazzi, si sente una radio suonare I Can’t Control Myself dei Troggs) e una zampillante strofa acustica. I Salmoni si sarebbe adagiata da Dio su Una Giornata Uggiosa di Battisti con quelle strofe a rincorrere un lavoro percussivo semplicemente straordinario nella sua semplice incisività (Michi Dei Rossi in quel preciso istante è il miglior batterista italiano). Lo sai sì, dobbiamo far così andare sempre in su, controcorrente, risalire il fiume, raggiungere la fonte. Il Gradino Più Stretto Del Cielo anela alla PFM ma finisce con il lambire le terga di certi Queen in salsa hard blues e riesce ancor oggi – 43 anni dopo – a lasciarmi sempre un po’ basito. Scartavo figurine fischiettando “non puoi guarire i mali di ogni uomo con la tua medicina” o “sta girando il sole intorno a nooooiiii, senti il mondo che non grida piuuuù” promettendo a me stesso che – un giorno – avrei approfondito assai questo strano gruppo così schizofrenico nel suo canzoniere, fosse solo per la vicinanza geografica. Così feci, scoprendo un passato intonso (Ad Gloriam; Felona e Sorona) e altre opere meritorie di lì a venire (Storia o Leggenda; Florian; Piccola Rapsodia dell’Ape). Ma è qui, su Verità Nascoste, che l’epopea de Le Orme comincia a disgregarsi in un turbine di litigi, defezioni e battaglie legali nonostante due inutili partecipazioni al Festival di Sanremo in guisa di accanimento terapeutico. Se ne andranno poco alla volta, quasi ‘progressivamente’, come il mio interesse per le giostre.

A pochi giorni dalla chiusura dei Giochi ero a rota come la regina del 45 giri: mi mancavano tre figurine, tra cui un velocista canadese. Avrei potuto vincere anche io il mio primo oro, se fossi riuscito a portare a compimento l’impresa. Me la giocavo con uno stronzetto tutto gambe e ciuffo, molliccioso assai. Uno che non vedo da 30 anni almeno e con il quale non ci siamo mai presi granché bene – e non per colpa delle figurine, se capite cosa intendo – sebbene avessimo parecchie passioni in comune. O forse proprio per quello. In ogni caso il marrano aveva tre (tre! T.R.E.!) figurine del velocista canadese, e mi ‘tirò scemo’ per un tempo che a me parve interminabile prima di decidere che non avrebbe ceduto il suo malloppo neanche morto. No, neanche dietro uno scambio da usura, nemmeno per una settimana di merendine o qualsiasi altra cosa (legale). “Non hai niente che a me possa interessare” chiosò con aria di sufficienza, mortificandomi assai. Lo sapevo, che diamine, ma non serviva ribadirlo davanti a metà classe guadagnandosi i miei strali in saecula saeculorum. Le Olimpiadi finirono e lo stronzetto si beccò la medaglia d’oro lasciandomi al palo; il suo album rosso fuoco era bello che terminato, con una nutrita dose di doppioni sghignazzanti gelosamente custoditi nel forziere. Io? Io rimasi bloccato a meno tre. Sprangato dentro quelle mancanze. Delle altre due mi importava relativamente – non erano così importanti nel computo – come se avessi potuto scovarle in ogni momento. E’ quel velocista che bruciava e ancora brucia. Di quell’uomo sorridente a piè di pagina ho perduto tutti i ricordi (nome, ecc.) ma quella figurina… Oh cazzo, quella figurina non l’ho mai dimenticata e me la tengo stretta tra i ricordi assieme a Ring My Bell e al santino di Aldo Tagliapietra.

Ora ascolta le mie parole fai posare la mente stanca questo fragile amore folle è tutto quel che hai. Tienlo caro”

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #43

Meanwhile, Back In Communist RussiaIndian Ink (Jitter, 2001)

Mi fiondo in centro di buonora, com’è d’uopo per tenere alto il livello di misantropia. Ho una tricotica missione da compiere e non devo essere disturbato. La città mugugna sopra mattonelle rese sdrucciolevoli dalla nebbia umida; poche anime a percuotere il selciato con passi frettolosi. Topini e topine ebbri d’amore e di ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, ergo inutile presenziarvi. Sono seduti su scalinate intonse, con capelli dai colori arcobaleno e labbra fameliche. Osservano i rari passanti senza guardarli veramente. Ci sono anche io tra quei passanti; io assieme a rapide e scostanti commesse che ticchettano il porfido in un codice morse a tacco 10. Hanno già il veleno addosso e la giornata deve ancora realmente cominciare. Le capisco e tiro dritto. Assolvo il mio compito prima di avviarmi soddisfatto, pascio e satollo verso i portici del corso in cerca di un silenzioso caffè, quello che diventa sempre il più buono della settimana ed è forse l’unico vero momento di relax di questa carretera, di questa vita balera. E’ allora che le vedo avanzare, ondeggianti come Adelina e Guendalina BlaBla. Fermo la tazza a mezz’aria manco fosse il mio Pasto Nudo personale, pago in fretta e mi fiondo fuori perchè Alea Iacta Est. Ostia. Bene bene bene. Non dimentico mai una faccia, soprattutto se appartenente ad una stronza. Figuriamoci due. Figuriamoci se provenienti da un passato remoto ove solevano canzonare per nove mesi l’anno. L’intera durata delle scuole superiori. Non ero il bersaglio prediletto dei loro mantra offensivi, ma non disdegnavano staffilare con gusto anche da queste parti. Oh, erano cittadine, superbamente gnocche, stronze all’ennesima potenza e adoravano i Queen. Noi no. Noi eravamo i campagnoli puzzolenti, i parìa, lo scarto sbagliato, il fastidio dell’ultimo banco e – soprattutto – ai Queen non ci saremmo accostati. Né allora né mai. Different Class. Con noi non si parlava senza indossare una smorfia di disgusto o canzonarci i pantaloni in saldo e le camicie fuori moda. Non eravamo nemmeno degni di essere apostrofati come freak o nerd. Feccia, quello eravamo. Feccia medievale, decentrata e periferica. Puzzavamo, dicevano. Puzzavamo di povero; e non avevamo nemmeno i soldi per farci una ’nafta’ la domenica pomeriggio in centro. Già, non li avevamo, allora? Non venivamo nemmeno in centro se è per questo, ci avreste risputati come organismi estranei, magari facendoci corcare di botte dai vostri muscolosi fidanzati con la Vespa. Ma sono passati tanti anni, giusto? Troppi. Però ora vi vedo avanzare lungo l’arteria principale di questa merda di capoluogo e mi sovvengono un par di cosine in testa. Bene bene. Molto bene. Splendidamente bene. Posso mettere a frutto le mie due virtù principali: la pazienza e il saper riconoscere i tratti somatici. E i vostri li riconosco eccome. E così spero di voi. Un’occhiata inequivocabile, un sorriso sprezzante (mio, stavolta) e la consapevolezza che di tutta quella pseudo nobiltà gettataci in faccia con disprezzo non è rimasto più nulla. Baffute, sfatte, rancorose, rassegnate. Olè! Aveste sotto le mani la foto di fine anno scolastico 1985 vi buttereste nel Sile ghiacciato (e oggi fa freddo, ve lo garantisco) tanto siete cambiate. La vostra beltà aveva un timer incorporato, e probabilmente anche la vostra maligna way of life, accantonata vostro malgrado per cause di forza maggiore quando, improvvvisamente, vi siete ritrovate dall’altra parte della barricata. Questo vi è rimasto appiccicato addosso e io immagino anche il non visibile, perchè solo voi pensavate fossi tonto. Immagino i figli adolescenti che vi sfibrano; il marito che gioca a calcetto due volte alla settimana e torna tardi, stranamente troppo tardi; immagino che facciate i conti ogni santo giorno con questa vita che vi siete disegnate addosso con una matita dalla punta spezzata. Immagino che non andiate al cinema da quando è uscito Il Tempo delle Mele, ma solo Sophie Marceau è rimasta uguale. Voi no. COME. MI. DISPIACE. Immagino il rancore che è salito, salito, salito. Cresciuto e montato come panna acida di pari passo con la consapevolezza che… no, non era quello che vi eravate prefissate quando i vostri bei capelli lunghi e dei fisici spaziali – appositamente in bella vista – bloccavano i corridoi. Immagino che quei capelli (più stanchi di voi) abbiano bisogno di una seduta dal parrucchiere ma non avete tempo o voglia. O entrambe, perchè ‘ormai, tanto…’.

Immagino, posso.

Rallento impercettibilmente per godermi la scena, necessiterebbe un disco adatto a questo regolamento di conti, tardivo ma giusto. Uno qualsiasi, il primo che mi viene in mente magari. Ho tutto il tempo del mondo visto che pare cristallizzarsi proprio ora, mentre proseguo appositamente verso la direzione delle due artiste prima conosciute come stronze. Chi si perde un attimo così, care Adelina e Guendalina? Un attimo atteso e bramato per un terzo di secolo? Sembro Errol Flynn in confronto al vostro misero e stanco trascinare e ne siete consapevoli. Il che è tutto dire. Avete scritto Biagio Antonacci su quei polsi mollicci e quei pori grassi e sudati. Avete scritto Giorgia, Emma, Annalisa, Noemi. Che qui manco un cognome si è più in grado di avere. Le mie stimmate Half Man Half Biscuit non saran state granchè ma – a differenza vostra – le indossavo orgogliosamente e non ero disposto a mollarle a mare al primo avviso di risacca. Insomma, mi servirebbe un disco dalla dicitura lunga, che affoghi nelle sabbie mobili la vostra ignoranza già corposa all’epoca e temo divenuta ormai abissale oggi. COME. MI. DISPIACE. Qualcosa di calibrato, che tanto io ‘ero un coglione perchè mi piacevano le sopracciglia di Brezhnev, eh?’. Un disco cristiddio, uno solo basterebbe. Ma niente, che questo freddo da Unione Sovietica increspa tutto. A proposito, ecco: i Meanwhile, Back In Communist Russia ad esempio, che mi sovvengono giusto quando vi passo appositamente appresso scorgendovi a capo chino e imporporate in viso.

Io so che voi sapete che io so che un Arcipelago Gulag dove congelare i vostri sentimenti ve lo avrei servito su due piedi, allora. Oggi – che sono diventato buono – no, non più. Rallento ulteriormente mentre la coppia – visibilmente imbarazzata – aumenta il passo, tanto da dedurre che nemmeno loro lo dimentichino un volto sebbene siano passati 35 anni, soprattutto se disprezzato per un lungo piano quinquennale col resto di uno. Sono multitasking quando voglio, ergo riesco ad espellere questi pensieri e rimembrare anche di un cd praticamente passato sotto silenzio eppure meritevole assai. Indian Ink dei Meanwhile, Back In Communist Russia… che nome del cazzo. Talmente sciocco da risultare intrigante. Non ricordo come mi arrivò in casa ma ricordo benissimo le gran remore nell’approcciarlo dacchè lo si indicava come Mare Magnum di post-rock, post-Radiohead, post tutto. Mi si rizzavano (e mi si rizzano ancora oggi) i peli del petto all’imbattermi in siffatto mercimonio di progressive riveduto e corretto. Problema mio, chiaro, e nemmeno quel rimembrare di sfuggita gli Arab Strap riusciva a rendermi partecipe all’ascolto. Eppure ci provai, non so perchè ma ci provai. Forse per noia, per testarmi, perchè ormai tutto era stato detto e ‘questo silenzio, non vale neanche una parola nè una sola e quindi…Stop! Dimentica’. Fatto sta che l’approcciai beandomi delle melmose atmosfere di questo quintetto di Oxford. Oh, intendiamoci, gente che non ha lasciato nessuna traccia nel firmamento rock, nè pre nè post. Gente da cercar di notte suonando campanelli con il gomito, e non fosse stato per la gentilezza di qualcuno provvisto del mio indirizzo di casa mi sarebbe sfuggito senza alcun senso di colpa. Invece vi trovai un solenne divampare di atmosfere plumbee, granito noise, campionature astruse, paesaggi sonori lunari e un goccio di pop. Poco, tanto quanto l’angostura in un buon Americano. Carriera veloce con due soli album all’attivo ma grosse soddisfazioni: dalle lodi di John Peel (tre sessions in cantiere e Morning-After Pill inserito al numero 11 della 2001 Festive Fifty) al dividere il palco con i Pulp. 8 brani per soli 30 minuti di impatti sonori, che con voi due non serve troppo tempo. Intanto rallento e comincio far di conto, mentre Anastasia e Genoveffa non sanno più che pesci pigliare avendo capito il mio gioco. Le tampino a rispettosa distanza, sentono il fiato sul collo e a me invece risuona proprio Morning-After Pill (messa in chiusura), ovvero il monolite di inarrivabile bellezza. Rigurgiti acidi, lunghi droni chitarristici dal volo magico. Sinanche i Breathless dei primi tre miracolosi singoli (Ageless è dietro l’angolo). Pura emozione sulla quale si staglia la voce di Emily Gray a declamare nonsense in una sorta di trance avulsa. Ma, a ritroso di quest’album fosco, quasi psichiatrico e sferzato dalle intemperie, vi sono altrettante magie psicotiche. Now I Am Lifting ad esempio, che suona come dei Bark Psychosis inghiottiti dal permafrost mentre una batteria di macchine pulsanti avanza minacciosa su cingolati noise prima di perdersi nello spazio siderale. Life-Support li riporta nell’atmosfera tramite un arpeggio ripetuto all’infinito o forse solo per tre minuti e quarantadue secondi prima di cedere a pulviscoli pop. Acid Drops è onomatopeica e altro non so dir ma inalo e passo. In Sacred Mountain non è difficile immaginarvi uno Spirit Of Eden (sebbene declinato sugli inferi e col peccato originale) mentre la cavalcata Blindspot/Invisible Bend insegna a tutti cosa avrebbe dovuto essere lo shoegazer se quelle pillole fossero state zeppe di citrato di sildenafil e la saturazione dei suoni avessero avuto un senso compiuto. Delay-Decay-Attack è un carillon che si inerpica su fino al Monte Zion, il Silver Mt.Zion di Mountains Made Of Steam (Horses In The Sky è del 2005, lo sottolineo in corpo 18). Da qui sopra la vista è meravigliosa. I Sovietici assorbono l’aria rarefatta innestandola su rigurgiti di batterie sintetiche. Un disagio spettacolare. No Cigar apre l’album ed la fine che consegno alla coppia per una sorta di legge del contrappasso. Marcia maligna che va a cozzare su pulsare di chitarre acide. I compaesani mezzibusto (Radiohead, per gli addetti) qualche nota a piè di pagina andranno di lì a poco a segnarsela sul taccuino. All’arrivo di My Elixir; My Poison (Truck, 2003), ennesimo accecante bagliore l’avventura è virtualmente conclusa.

A tutto questo riesco a far fronte in un mattino di gelo promiscuo, comprimendo la mezz’ora di musica (coadiuvato da un buon reminder casalingo successivo) dentro l’occhiata definitiva alle ex virago. Una abbozza un mezzo sorriso indeciso, l’altra – probabilmente ancora provvista di barlumi della luciferina virtù giovanile (che non erano le tette) – cerca di risultare altrettanto sprezzante, senza riuscirvi. Sei giù nella catena alimentare, mia cara. Giù giù, a valle. Sei la Fossa delle Marianne della tua disperazione. Chiunque oggi potrebbe incenerirti con uno sguardo, specialità olimpica nella quale eri plurimedagliata in quei primi anni ottanta. C’est la vie, ma chérie.

Mi è servita una lunga fila di anni per pareggiare i conti, ma sapevo che sarebbe arrivato il momento. Alzo la testa e vi squadro un’ultima volta da capo a piedi; contraccambiate ancora lo sguardo, intimidite da quell’ardire al quale non eravate abituate quando possedevate una parvenza di silhouette. La più stronza stavolta arrossisce fingendo di interessarsi a una vetrina. Non serve nemmeno una parola, nè una sola e quindi stop! Dimentica. Giustizia è fatta. Missione compiuta. Meanwhile, Back In Communist Russia. O solo a casa.

Michele Benetello