SG ON THE RADIO – Fiver 4/4/2022

Come forse alcuni sapranno questo blog da settembre 2021 ha aperto i microfoni a Radio Città Fujiko, nostra casa naturale, ogni venerdi alle ore 20,

Il blog, ultimamente un po’ sonnacchioso, si rianima per ospitare, con cadenza auspicabilmente fissa, qualche riga su 5 delle canzoni che sono passate in trasmissione.

Perchè persi nelle chiacchiere mica riusciamo a dire tutto (o ci ricordiamo di farlo)…

La cosa migliore dopo aver letto?

Aprire Mixcloud.com cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 1 aprile 2022


WEIRD NIGHTMARE  – Searching For You (min. 26:17)

Alex Edkins è il chitarrista e cantante dei Metz, alquanto rumorosa formazione canadese.

Arturo ci ricorda una data sotto la neve al Freakout con tanto di un “reggae incident”.

Stemperata una certa grevità della band originaria Edkins ci restituisce una traccia che rimanda ai Sugar di Copper Blue e ad un fun nonsense rock’n’roll. deragliante veloce e melodico.

Rumore e dolcezza.

Mai abbastanza a nostro parere.

L’album esce il 20/5.


GENTLE SINNERS – Face To Fire (Ater Nyman) (min. 12:10)

Aidan Moffat degli Arab Strap + James Graham dei Twilight Sad = malinconia a profusione. Giusto? Sbagliato. Il loro incontro nato durante l’immobilismo pandemico si svolge imprevedibilmente su un pista da ballo e a guardare bene Aidan ha sempre flirtato con una certa elettronica dalla battuta imprevedibile. Tra Mgmt e … “It’s always been my dream in life to do an AC/DC-Michael Nyman crossover song about mental health issues” dice Aidan.

Ognuno ha i suoi sogni ….

L’album esce il 13/5.


GLOVE  Mirror Image Blue (min. 20:04)

Si parlava qualche trasmissione fa delle serate dark nelle discoteche emiliano romagnole di primi anni 80 e di tutto l’immaginario dark wave di cui si nutrivano.

Un immaginario che ha fatto vittime segnando le nostre esperienze di ascoltatori musicali in erba sviluppando sinapsi che al solo richiamo delle prime note di un brano come questo trillano come il campanello pavloviano richiamandoci all’attenzione

Da Tampa Florida (tipico luogo da grigie fascinazioni wave…o no?) proviene il quartetto per il quale il calendario si deve essere fermato da qualche parte tra l’uscita di uno dei primi dischi degli Orchestral Manouvres In the Darke e Blue Monday dei New Order.

Album appena uscito Boom Nights.


GHOST POWER  Asteroid Witch (min. 1:30)

Duophonic Super 45s etichetta condotta da Tim Gane e Letitia Sadier degli Stereolab dopo quasi vent’anni di inattività interrotta solamente dalla pubblicazione di una manciata di singoli pubblica il 29 aprile due album, Astrel K (ex Ulrika Spacek) sul quale torneremo più avanti in una delle prossime trasmissioni e Ghost Power formazione capitanata da Tim Gane e e Jeremy Novak (Dymaxion). Il pezzo scovato da Lorenzi, che tanto per restare su cose duophniche ci regala nell’ultima trasmissione un approfondimento sui Broadcast,..è irresistibile

“They make ultra-groovy instrumentals that sound somewhere between krautrock  the more experimental side of late-’60s ye-ye, and early-’80s post punk” è una delle definioni più azzeccate e alla quale ci associamo.


THE REALDISTRACTIONS – Fosta/Sesta (min. 35:39)

Quando si parla di K Records a Compagnoni brillano gli occhi e smette, brevemente, di riempire i bicchieri affollati intorno al mixer.

The Real Distractions maltrattano strumenti a Olympia, Washington e sono Tobi Vail (Bikini Kill, Frumpies, Spider and the Webs and MODs) e altre vecchie conoscenze come Ricky Meyer (Rik and the Pigs), Peter David Connelly (the mona reels, Bangs, Quayde le Hue).

Lofi/rock’n’roll/punk/pop vero marchio di fabbrica delle uscite su 7” marchiate International Pop Underground.

Dificile descriverli meglio di quanto facciano loro stessi:

The Real Distractions love rocknroll.
like an old shoebox of ork 45s
you would sell your little cousin to get,
made new and real by some secret seance
of Bo Diddley beats, true touch guitar licks and forever teenage love croons. Pink bouncy.
Its like they cut up a bunch of bomp and kicks magazines,
stuck them back together and made a wish to turn them to a real band.
a true love’s wish and it worked.

Il tempo di incidere queste parole sulle nostre cuffie e ci ritroviamo la prossima settimana.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

  • GHOST POWER – ASTEROID WITCH
  • WEAK SIGNAL – HALLELUJAH BABY
  • GENTLE SINNERS – FACE TO FIRE (AFTER NYMAN)
  • OLIVER SIM – ROMANCE WITH A MEMORY
  • GLOVE – MIRROR IMAGE BLUE
  • WEIRD NIGHTMARE – SEARCHING FOR YOU
  • EX-VÖID – I COULDN’T SAY IT TO YOUR FACE (Arthur Russell cover)
  • THE REAL DISTRACTIONS – FOSTA/SESTA
  • KEVIN MORBY – THIS IS A PHOTOGRAPH
  • HANGING STARS – BALLAD OF WHATEVER MAYBE
  • BROADCAST – FORGET EVERY TIME
  • BROADCAST – SIXTY FORTY (Nico cover)

Marzo

Marzo è il mese della primavera. Dei nuovi inizi.
Ma è anche il mese bizzarro, del clima che non si lascia comprendere.
Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello.
Marzo, il mese delle rinascite che invece si è fatto mese di morte.
La guerra è cominciata d’inverno, era ancora febbraio. Poi, a marzo pareva che il sole non la smettesse di star su alto nel cielo e asciugare la terra che non veniva bagnata da settimane, da mesi.
Si parlava, per strada, di profughi. Quelli “veri”. Si raccoglievano soldi, vestiti. Armi. Si compravano armi. Si mandavano armi. Ancora una volta, l’Europa parlava di pace arricchendo i produttori di morte. Si parlava di pace, abbracciati alla guerra.

Horsegirl – Anti-Glory

Si parlava di primavera. Che bella la primavera. Che bella quando non piove, coi fiumi ridotti a rigagnoli.
Marzo non ha un dì come l’altro.
Marzo, dal latino Martius, il mese che i romani dedicavano al dio Marte, dio del tuono, della pioggia e del raccolto. Ma, di più, dio della guerra.
Mentre scrivo, un sole quasi estivo picchia sulla finestra, marzo è quasi finito, la primavera sbocciata e già secca, polverosa. Mentre scrivo, mi domando se questa guerra, questa follia sarà l’ennesima prova cui siamo chiamati, qualcosa poi da archiviare presto nella memoria e da togliere da lì, da davanti agli occhi, per continuare a vivere.

Mo Dotti – Loser Smile

Vent’anni fa, il 16 di marzo, moriva forse il più grande attore – anche se lui avrebbe rifiutato il titolo, preferendogli quello di macchina attoriale – italiano di tutti i tempi, uno dei più raffinati, bizzarri e complessi intellettuali del ‘900: Carmelo Bene. Di lui rimangono scritti, molti, video, parecchi. Famosissime le sue apparizioni televisive: la lite con Gassman al Teatro Argentina di Roma, credo nel 1984, durante il seminario organizzato dall’Università di Roma Sapienza; il suo uno contro tutti al Maurizio Costanzo Show.
Ascoltarlo fa bene all’anima, fa uscire dagli schemi, dimenticare la via malata del pensiero unico.
Fa, anche, rimpiangere un’epoca in cui persino in televisione ancora si vedeva e ascoltava la complessità di un poeta. Un autore minore, come lo definì Gilles Deleuze: senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi.
«Che le parole cessino di far testo. È inutile cercare, bisogna essere visitati». Carmelo Bene.

King Hannah – It’s You And Me Kid

Bisogna essere visitati. Bisogna farsi spazio per qualcosa di altro da sé stessi. Bisogna lasciare aperte delle porte: aperte per una voce che non capiamo, per un’arte che non ci appartiene, per una musica sconosciuta, per una grandezza di cui non possiamo vedere fine e confini.
I confini. Che strano mondo il mondo di marzo. La Polonia, da cui tutte le tv quotidianamente trasmettono, ha accolto già milioni di profughi ucraini. La Polonia confina a est con Lituania, Bielorussia e Ucraina. Una frontiera d’acciaio, su cui si è infranta per anni la strada della migrazione: i poveracci che tentavano di entrare in Europa, al confine polacco venivano catturati, picchiati, derubati, ricacciati indietro di decine di chilometri in mezzo al nulla. Una crisi umanitaria al confine con la Bielorussia lo scorso inverno veniva raccontata dai tutti i tg del mondo. Anche da quelli nostrani, che di tutto questo, che accadeva fino a poche settimane fa tra i boschi pattugliati dalla polizia polacca, in cui morivano neonati per le temperature polari, non fanno più parola. Si è perduta la memoria. Si è perduta la civiltà.
Ben venga, sia ovvio, che un Paese miracolosamente passi da aguzzino a benedetto, da cane da guardia dell’Unione Europea che paga i bruti per fare il lavoro sporco a nuovamente patria del cristianesimo che predica l’accoglienza. Ben venga, anche quando sia frutto di una mera volontà di propaganda, o di nuovi soldi promessi questa volta per accogliere anziché respingere.
Se un’idea cattiva porta a un buon risultato, si lasci che il risultato faccia il suo bene, ma non si dimentichi che l’idea è cattiva.

Redskins – Kick Over The Statues

Strano mese, marzo: fa dire follie, che ci sono profughi veri e no. Un qualcosa che suona come una strana minaccia, un oscuro messaggio: esistono migranti belli e biondi, che cantano sotto le bombe nei rifugi e pubblicano sui social i loro video e che vanno accolti. E, poi, esistono migranti brutti e scuri, che non stanno su tiktok e si vestono in maniera strana, che vengono da lontano, dalla Siria, dalla Macedonia forse, e di cui non occorre occuparsi.
Strano il mese di marzo. Pensavo di aver già dato con le stranezze con la pandemia dell’anno bisesto, che si sa, è sempre funesto. Invece quest’aria di pazzia l’ho respirata per tutto il ’21, non più bisestile, fra negazionisti e sbirri della mascherina nei parchi, virologi e no vax, tutti scomparsi all’incedere dei carrarmati russi. Quelli dei torturatori ucraini del battaglione Azov, per anni a far macelli nel Donbas, non ci erano riusciti.

Stroppies – The Perfect Crime

Marzo, marzo pazzerello, come vorrei che ti spegnessi in un aprile che fosse davvero il mese della rinascita, del dischiudersi: dei fiori, della vita, della speranza. Del pensiero, dell’uso smodato dei cervelli e dei corpi, del ragionare. Dell’amore, secondo l’interpretazione che vuole il nome del secondo mese di primavera derivare dall’etrusco Apro, a sua volta dal greco Afrodite, dea dell’amore. Che sia il mese della pioggia, che nutra una terra stanca e vecchia come non mai. Che sia il mese del profumo dei fiori. Che sia il mese della poesia, del Fiore di Poesia della Merini, sempre un balsamo per l’anima nelle giornate spente di questo marzo che stiamo lasciando andare. O, anche, che sia solo il mese del sonno, che tutto fa dimenticare. 
Che arrivi aprile, il mese del torpore causato dal tepore, magari, dalla serenità. Aprile, sia davvero un dolce dormire, anche solo per non vedere quanto siamo costretti a subire.

«Il poeta è anticivile. La poesia è anticivile. Non incivile, anticivile. Cos’è il poeta di fronte a una persona comune? Pasternak l’ha detto molto bene: il poeta vede al tempo stesso da un punto solo ciò che è visibile a due isolatamente. Questo è il poeta». Carmelo Bene

FABIO RODDA

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In questo #Fiver hanno suonato

Horsegirl

Mo Dotti

King Hannah

Redskins

King Hannah

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Libro del Mese

Cosa diremo agli angeli

Franco Stelzer

Einaudi

Franco Stelzer

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Disco del mese

Bodega – Broken Equipment

2022 What’s Your Rupture?

Della schiavitù che non volete vedere riflessa nelle vostre facce imbolsite allo specchio

È passato anche questo Sanremo. Di nuovo ho assistito in silenzio, dalle bacheche social di amici e conoscenti sempre in prima fila dieci anni fa ai concerti punk in locali da cento persone, alla celebrazione di musicisti nella migliore delle ipotesi nulla più che figliastri della dance anni Ottanta mixata con le canzoni sceme della scena mainstream italiana anni Novanta.

Schifavamo tutta quella roba, ma oggi tutti a gasarsi per la terrificante canzone che ha vinto il festival, quelli più indie per LRDL. Quattro note messe in croce e una marcetta sotto, testi di una banalità da far sanguinare le orecchie che al confronto il Calcuttone nazionale pre it-pop dovrebbe essere chiamato Vate e venir trattato con la reverenza concessa ai massimi poeti. Eppure tutti (non è vero, non tutti, ma tanti, troppi) a tessere le lodi del carrozzone nazional-populista con i suoi mediocri protagonisti.

Ma che cazzo è successo? Ma, quando, esattamente vi si sono scollegate le sinapsi dai recettori uditivi? Quando, avete messo nello stesso piatto cacca e cioccolata? Non sentite che l’odore è un tantino diverso? Troppe ore sotto cassa in prima fila a sentire un duo shoegaze sparato a volume devastante in qualche microclub di provincia vi hanno bruciato i timpani? Non credo.

Forse, è un effetto collaterale del dolore di vedere Club una volta mecca del rock in cui oggi suonano i Pinguini Tattici Nucleari e i loro successori meno famosi? Potrebbe, ne abbiamo sofferto in tanti. Ma temo sia una faccenda molto più tragica.

Sculettando coi chiapponi sul divano su quella menata di “ciaociao” o di qualche altra robaccia sanremese, probabilmente stavate ordinando con just eat qualche schifezza di cui rimpinzarvi e che male c’è? Cosa diavolo ci potrebbe essere di male nel guardare roba da deficienti mangiando cibo spazzatura, portato a casa da qualche desperados che rischia di farsi stirare da un bus col bel clima frizzantino ma gaudente delle sere/notti di febbraio?

Cosa avete fatto di male, se siete corsi all’Ikea a comprare il nuovo tappetino HEMBJUDEN così carino e ispirato al Marocco, per invitare gli amici a sentire due che fanno gli acuti facendo venire a tutti i Brividi-ividi-ividi?

Niente. Tutti liberi. Basta sapere, però, perché l’avete fatto.

Cosa c’è di male nel comprare su Amazon l’ultimo romanzo che vi hanno consigliato in ufficio? (oh, costava 9.90. Cazzo, da https://www.facebook.com/gogolandcompany/  o alla  https://www.facebook.com/ModoInfoshop/ 11.50, ma non posso mica sborsare il 15% in più, e che sono, babbo natale? Solo perché se la menano che sono indipendenti e che ci devono campare coi libri, mica è colpa mia, facessero anche loro un lavoro di merda come il mio, dieci ore al giorno in ufficio…)

Cosa, se fate la spesa alla Coop online che poi vi porta tutto al piano bello imballato in chili di plastica e se spendi abbastanza, la consegna è gratuita?

Ma, soprattutto, cazzo c’entra tutto ‘sto pippone con i brividi-ividi-ividi di Sanremo?

Gratis, gratis, il 10% in meno, offerta, saldi. Vacanza low-cost, cena al ristorante scontata su Groupon (esiste ancora? Sono un maledetto vecchio, lo so), compra un viaggio non per andare in un posto, ma a seconda di cosa mette in offerta Ryanair e poi, chissenefrega di dove andiamo a finire, un McDonald’s ci sarà se ci vien fame.

Compra solo da H&M e credi pure alle campagne Green Washing (bravo, almeno tu, Cosmo, bravi, almeno qui, LRDL a portarti sul palco a dire una cosa sensata) che la multinazionale è eco. Lo sai come è eco? Compra crediti. Inquina, paga e quindi scala gradi di inquinamento. Come a dire, io butto fuori 100 kg di merda dalla mia finestra tutti i giorni, ma siccome pago al condominio X denaro, corrispondente alle spese che avrebbe ripulire quella merda (ma con cui poi il condominio farà quello che vuole), è come se non avessi buttato la merda. Ma il cortile rimane pieno di merda. Non funziona il giochino, così, vi pare? Forse per questo i navigli stamattina sono alti dieci centimetri e il Po è più in secca di quanto normalmente sia a Ferragosto. E siamo a febbraio e sono in strada senza cappotto.

Viaggi low-cost con vestiti low-cost per vite low-cost con pensieri low-cost.

Oggi scrivo inferocito forse perché sono storto io. Forse perché ho dormito col culo scoperto. No, fa caldo, non me ne sarei accorto. Forse perché ho guardato un tg in cui veniva riportata una cosuccia da niente, fra una crisi e un’aria di guerra: il figlio della Regina d’Inghilterra si è comprato il giudizio al suo processo. Ha pagato circa 12 mln di sterline alla donna che lo accusava di averla stuprata quand’era minorenne e, in aggiunta, farà una donazione a un centro per le vittime di abusi. Cioè, l’orco, coi soldi suoi o di mammà, pagherà la vittima, caccerà due spicci nelle casse di un’associazione che aiuta altre vittime e tornerà a godersi la vita da orco nel suo lusso, nella sua tranquillità.

E, il male dietro questo abominio, nei tg nazionali, era del tutto scomparso, ma c’era una sola domanda ridondante: chi pagherà per questo? Venderà lui una delle sue proprietà o sua mammina, coi soldi delle tasse degli inglesi, sistemerà la faccenda? Ma, mi chiedo, di questa storia è questo il punto focale? Questa la questione da porre?

Bezos fa smontare un ponte storico a Rotterdam perché la sua ultima barchetta non ci passa sotto. Imprenditori licenziano via Whatsapp e delocalizzano per fare più soldi. Il principe Andrea compra lo stupro di una ragazzina.

Non vedete il nesso? Davvero? Male, amici miei, male. La cancrena, partita dai timpani, ha preso il cervello e non cogliete più le connessioni fra le cose.

Il sonno della ragione genera mostri, pensateci mentre aprite al rider, almeno ogni tanto. Magari vi passa la fame e smettete di ingrassare.

Davvero, non vedete l’ombra del potere del denaro, che secoli di evoluzione sociale aveva non certo cancellato, ma quanto meno limitato, messo in discussione, eticamente deprecato? Rivoluzioni, carte costituzionali, modelli socialisti hanno avuto, nella storia, il loro apice per mezzo secolo al centro del 1900. Poi, di botto, in meno di cinquant’anni siamo tornati al medioevo.

E tutti zitti a guardare la tv.

Il pensiero unico. Ecco cosa vi si è insinuato nel cervello. Un unico pensiero, un unico modo di vivere, declinato secondo qualsiasi tiramento purché sempre nel solco del produci-consuma-crepa. Parliamo con la schwa perché funziona, non perché è giusto. Scriviamo di sessualità fluida su Instagram perché cinque minuti dopo possa spuntare un sedicente musicista che si mostra, guarda un po’ che casualità, con lo smalto sulle unghie mentre suona e poi il post è in collaboration con la sua linea di make-up.

Tutto, solo, se fa fare skei, perché se non fosse così, del vostro orientamento sessuale, dei vostri gusti, della vostra libertà, se ne sbatterebbero il cazzo (o la passera o qualsiasi cosa vogliate per par condicio LGBTIQA+).

Ma vi volete svegliare? Ma davvero l’apertura di Trainspotting non solo fotografava il peggio del tempo di allora ma prediceva il futuro di tutti, anche e soprattutto di coloro che in gioventù si sentivano alternativi? Era il 1993, per l’opera letteraria; il 1996, per quella, forse più conosciuta e comunque eccezionale, cinematografica diretta da Danny Boyle.

Siete liberi, anzi liber* o liberu o come cazzo volete che si dica, solo dove e quando ve lo lasciano essere, solo fino a quando questa libertà avrà un beneficio economico per qualcuno, fino a quando questa libertà vorrà dire consumo. Siete liber@ di mangiare quello che volete, vestire come volete, ascoltare quello che volete, eppure.

Eppure. Eppure, non vi piaceva il fast food, ma da quando Bastianich (mamma mia, amico mio, mi stavi pure simpatico quando facivi lo stronzo chi parlava male i tratava male i concorrenti in tv, che brutta fine hai fatto. D’altra parte, dirai tu, se Gorbachev ha fatto la pubblicità di Pizza Hut, perché mai io non) da quando dice che c’è il Montasio d.o.p. nel panino e la consegna è gratuita e la M è verde bio, quasi quasi il panozzo mi piace, fa così anni Ottanta.

E, e da quando H&M ha messo dappertutto i cartelli con su scritto CONSCIOUS e poi fa le magliette dei gruppi metal di trent’anni fa a solo 9.90, quasi quasi.

E, e da quando tutti su Facebook dicono che Sanremo è figo, quasi quasi quella canzone demmerda mi si infila nella testa, la canticchio e comincio a dire che mi piace pure a me.

E, da quando Thatcher e Reagan cinquant’anni fa han deciso che non c’era altra via per l’umanità che correre come pazzi verso la crescita infinta, il mondo sta bruciando nel corpo, mentre dorme nell’anima e dimentica la bellezza, uccide l’arte; ma, finché c’è una canzone stupida a distrarvi dalla vita, che senza pensare a tutta ‘sta roba è già dura, voi sorridete e CiaoCiao.

Non sono più i vostri palati che scelgono cosa mangiare, non i vostri occhi come vestire e non le vostre orecchie cosa ascoltare.

Per questo tutto c’entra. Per questo sono così furibondo con ‘ste vagonate di faccine sorridenti, cuori e pollici in su per tutto e tutti. Ma non c’è veramente niente che vi fa cagare? Niente che vi fa arrabbiare? Niente che vorreste RIFIUTARE? Che bella parola. Rifiutare. Dire NO. Agli straordinari imposti, al delivery della spesa, ai nuovi bicchieri Maison du Monde che van benissimo quelli vecchi. E se, invece, volete H&M e McDonald’s, che siate voi a volerli. Che sia una deliberata scelta, conscia della contraddizione che si porta dietro, se poi vi dichiarate progressisti, eco-friendly, per non dire compagni (ahahahahahahahahahahahahahah, ma vi ricordate che c’è stato davvero un mondo in cui ci si chiamava “compagno” senza nessuna ironia? Una risata doveva seppellire loro e invece ci siamo sepolti noi).

Pure io uso Amazon. E quando lo faccio, so cosa sto facendo. E quando lo evito, sono felice di evitarlo. Esiste la CONTRADDIZIONE, era il nostro mantra in Cayenna, centro sociale e scuola di vita a Feltre nei primi Novanta. Ma la contraddizione va compresa, perché non diventi cibo per i potenti: serve CONSAPEVOLEZZA. Non è tutta la stessa roba, non c’è solo UN modo, non c’è solo UN pensiero, non è tutta la stessa musica.

Poi, se vi piacciono Sparklehorse e Idles e pure Blanco, che vi posso dire? De gustibus… va bene, non c’è problema. Ma vi piace tutto davvero? Vi interessa davvero Sanremo o ormai è una gag di cui però bisogna far parte? È tutto una gag, così possiamo non pensare a un cazzo e ordinare su deliveroo e poi autopercularci con storie ironiche su IG. E, intanto, su queste gag qualcuno guadagna soldi. Montagne di soldi, valanghe di soldi sotto cui soffoca tutto quello che non è gag e non è mediocre, che non arriva subito a tutti, che non è facile, che vi costringe a pensare. Che brutta parola. Già c’abbiamo avuto la pandemia, già sta per scoppiare una guerra potenzialmente da fine del mondo. Non dovremo mica anche pensare!

E, adesso che vi ho fatto passar la caricanza e mi state mandando a cagare (grazie, farò quanto prima), tornate pure a sentire quei tir di autotune e banalità che vi siete goduti fino all’altro giorno e Ciaociao.

Io porto giù la spazzatura e vedo quello che suona al campanello del mio condominio con lo zaino termico e la Coca-Cola in mano per qualcuno e avrà sessant’anni e ovviamente è un po’ più scuro del dovuto, parla un po’ peggio del dovuto e fa fatica a trovare il nome sul citofono e mi si stringe lo stomaco e mi vien da pensare che forse aveva ragione Irvine Welsh trent’anni fa e mi vien solo da bestemmiare e CiaoCiao.

FABIO RODDA

Un padrone si sente sempre un potranquillizzato dallinfamia dei suoi dipendenti.

Céline


In questo #fiver hanno suonato

Idles

Bodega NYC

Plosivs

Jon Spencer

(Iggy Pop & Irvine Welsh)

Fontaines D.C.


Libro del mese

Nitrito

_t_w_i_g_ https://www.agenziax.it/twig


Disco del mese

Dragon New Warm Mountain I Believe in You

Big Thief https://bigthief.net

Forward into the past

Mi chiedo se non sarebbe meglio, per capire qualcosa di più sul mondo, stilare attorno ai vent’anni una lista di opere, luoghi e personaggi cui dedicarsi ciclicamente, senza disperdersi nella quantità, che è un’illusione di completezza e di vita eterna. Ammettere con franchezza che la maggior parte dei tentativi artistici falliscono o finiscono per essere ben assorbiti in altri, meglio congegnati e frutto di un talento vero, o del genio. Perché non dovremmo farceli bastare?

Yuri Selvetella “Le Regole degli amanti”

COLD CAVE – NIGHT LIGHT

Dei Cold Cave apprezzo quasi tutto. E quasi tutto ciò che apprezzo dei Cold Cave rimanda chiaramente a una qualunque cosa i New Order abbiano piazzato da qualche parte tra Power, Corruption & Lies e Low-Life. Questa canzone finirà dentro Fate in Seven Lessons, prossimo album di Wesley Eisold in uscita l’11 di giugno. Quando dopo 40 secondi di morbida slow motion il sole sbatte sul mare indeciso tra il definirsi alba o tramonto la I’m doing this all wrong appena sussurrata da Eisold assume un significato tutto suo, che sento molto mio. Non vedo l’ora riaprano i club anche solo per aver la possibilità di far partire questa canzone dalla consolle e far ballare i soliti quattro amici: the past is dead, the future’s here.

POND – PINK LUNETTES

I Pond non li ho mai inquadrati del tutto. Sin dal nome che si sono scelti, un nome che in principio mi portò a credere si trattasse dell’ennesima reunion fuori tempo massimo, essendo Pond l’appellativo di una band di Portland che attraversò gli anni 90 con alterni risultati. Loro invece sono australiani, e siccome agli australiani concedo sempre e comunque il beneficio del dubbio, nel dubbio li seguo ancora. Ne ho ben donde stante il fatto che in questi giorni, senza alcun apparente senso logico rispetto a tutto ciò che avevano prodotto sinora, tirano fuori una canzone che sembra una cover dei Suicide, o meglio dell’Alan Vega solista. Circostanza che, per come la vedo io, fa scalare loro di botto diverse posizioni nel ranking dei miei ascolti preferiti della settimana.

DINOSAUR JR. – I RAN AWAY

Doveva essere l’inverno dell’81 quando sprofondati nelle poltrone vintage del cinema Alfa in via Carbonesi, tra un Jonas che avrà 20 anni nel 2000 e un Harold e Maude, io e Massi ci imbattemmo nella proiezione di Rust Never Sleeps. Quel giorno rimasi folgorato, scoprendo che c’era qualcos’altro, più antico e più classico del punk, che valesse la pena essere ascoltato. Prima del canadese tra le altre venne la rivelazione dei Cure, con quella canzone uscita un paio di anni prima, forse tre: I try to laugh about it hiding the tears in my eyes. Una decade scarsa dopo la visione di quel film non mi parve vero imbattermi in un tizio in grado di sommare quelle due ataviche passioni: Robert Smith e Neil Young. Da allora sono passati oltre trent’anni e quel capellone di J Mascis è ancora capace di fregarmi coi suoi dischi e le sue canzoni, rimanendo uno dei pochi cui permetta di farmi ascoltare un assolo di chitarra senza annoiarmi (qui ne parte uno da 25 secondi netti al minuto 2 punto 24).

A CERTAIN RATIO – ALWAYS IN LOVE

L’idea che uscisse un nuovo album degli A Certain Ratio lo scorso settembre, una dozzina di anni dopo il precedente di cui non serbavo un ricordo particolarmente positivo, non stimolava in me il benché minimo interesse. E invece in ACR Loco sono entrato subito, ascoltandolo in cuffia un sabato di inizio autunno a spasso per le strade del centro. Sono andato a ripescare il messaggio che quella mattina ho inviato nella chat condivisa con Cesare e Massi: “Per quelli cui piacciono certi suoni, e io sono senz’altro uno di quelli, il nuovo album degli A Certain Ratio è sorprendentemente buono, ascoltatelo”. Lì per lì i miei due soci mi percularono, salvo poi venire dalla mia qualche settimana dopo. Perché questo è un disco che funziona tutto e ha dentro canzoni che ti fanno venire voglia di innamorarti abbastanza di qualcuno affinché un domani a quel qualcuno si possa cantare una strofa di questa canzone qua.

THE NIGHTINGALES – THE CRUNCH

Un cantante, Robert Lloyd, due band: Prefects prima, nella line up del leggendario White Riot tour dei Clash , Nightingales poi (questi ultimi ancora in pista). Nell’epica del post punk inglese la parabola dell’uomo non è stata sufficientemente celebrata. Il momento è ora: esce King Rocker, film documentario sulla figura di Robert Llloyd, mentre la benemerita Call of the Void affida a un’altra leggenda, Stuart Moxham dei Young Marble Giants, il compito di rimasterizzare le tracce di Pigs on Purpose, primo disco dei Nightingales. Un album datato 1982 che riascoltato ora non perde un grammo del suo peso specifico: una pietra d’angolo al pari del coevo Hex Enduction Hour dei Fall e di Entertainment! apripista messo fuori dai Gang of Four qualche tempo prima.

Arturo Compagnoni

Assestamenti

Una manciata di canzoni di quest’ ultimo periodo. Non necessariamente le più belle.
Magari quelle che ci hanno fatto venire in mente altre cose, punteggiando queste nostre giornate “diverse”.
Aiutandoci ad assestarci, ad accendere la nostra sensibilità e spaziare. Ora che non si può spaziare diversamente che con la fantasia.
Parlandoci in un orecchio.
Quello che certa musica, da sempre, ha saputo fare con le nostre vite.

SHAME – BORN IN LUTON

C’è una scultura posizionata in una delle rotonde che danno accesso al capoluogo emiliano per chi arriva dalla pianura padana.
Una scultura, dalle misure spropositate, di un uomo filiforme che regge sulle proprie spalle un camion.
E’ come se questo camion gli fosse capitato sulla schiena per caso, improvvisamente, e lui cercasse un assestamento nel silenzio della periferia industriale.
Talmente insensata che ogni volta che ne incrocio le fattezze resto letteralmente vinto da tanta assurda incongruità e non riesco a staccare gli occhi finchè non scompare dal mio orizzonte.
Carichi immani improvvisamente piombati sulle nostre spalle.
Le strutture degli shame a volte mi fanno lo stesso effettto
Non si capisce come facciano a “restare su”.
Incongrue, asimettriche, architettonicamente impossibiltate a reggere il peso della composizione.
Deragliano e tornano su binari sempre diversi.
Non possono che crollare.
Ma non crollano.
E continuo a non staccare occhi e orecchie, affascinato.
Tutto sommato in questo perido molti di noi si sentono canzoni degli Shame.
O omini con camion sulle spalle

ARAB STRAP – HERE COME COMUS

Svegliarsi alle 3 ogni notte. Tutte le notti.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine.
Le prime volte maledivi la constatata impossibilità a riaddormentarti.
Ma dopo un po’ ti arrendi.
E passi in rassegna i tuoi fantasmi.
Quelli passati, quelli presenti e quelli futuri.
Sempre con questa sensazione di non aver capito qualcosa, di esserti perso qualcosa che avresti dovuto capire anche se i segnali erano tutti lì.
I don’t give a fuck about the past our glory days gone by
La voce di Aidan Moffat che fa piovere pietre sopra quei beat irreali è la colonna sonora perfetta per queste lunghe notti.
I nostri maestri del disincanto preferiti.
Dopo 16 anni ci ritroviamo.
Ed è un lungo e consolatorio abbraccio.

BILLY NOMATES – EMERGENCY TELEPHONE

Tor Maries, la ragazza in prima fila da sola al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.
Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!” .
Ma Tor ha uno sguardo impertinente, una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.
Raccoglie l’assist e assume le sembianze di Billy Nomates, tutto attaccato.
Con l’aiuto di Jason Williamson dei nostri Mods preferiti, di Geoff Barrow e della sua etichetta confeziona un album e un nuovo Ep uscito in questi giorni.
Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono (recuperare No o Hippy Elite in video per rendersene conto).
Gli aggettivi si sprecano ..Introspective mainstream..no girl in a yes man world..postpunk snarler..
La realtà la restituisce il video di questa canzone permeata da una malinconia rabbiosa.
Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.
Un volto credibile di quella isola isolata. Che ci manca terribilmente.

VIAGRA BOYS – TOAD

Hai Toad in repeat nelle orecchie e l’aspirapolvere nelle tue mani diventa una chitarra con la quale inanelli riff assassini incurante ed isolato dal mondo esterno.
Ti senti una specie di Ian Svenonius, figo ed invincibile.
L’aspirapolvere smette di funzionare.
Lo smonti pezzo a pezzo e lo rimonti pezzo a pezzo con maestria battendo il tempo con il cacciavite.
Riparte Toad.
Non c’è niente che ti può fermare.
L’aspirapolvere non parte più.
Ti dicono che il cane protesta abbaiando da un quarto d’ora perche l’hai chiuso inavvertitamente in una stanza.
Che con il sacco della polvere forato hai sporcato piu di quanto hai pulito
Riparte Toad.
Ti siedi e ti versi da bere, perplesso.

MAXIMO PARK – VERSIONS OF YOU

Forse non fa figo parlare dei Maximo Park e tutto sommato non interessa neanche perorarne l’eventuale rilevanza.
Una carriera robusta spesso in bilico sull’orlo dell’anonimato ma con alcune belle canzoni che si sono ricavate un angolino nella nostra memoria.
Ma una canzone come questa, che spinge sul pedale della retorica emozionale come solo certo pop indie britannico ha sempre saputo fare, proprio ora che siamo costretti a venire a patti con una unica versione di noi stessi, fa sognare di allargare le braccia sotto un cielo corrucciato e assaporare le prime gocce di pioggia che ci piovono sul viso.
Mentre tutti attorno a noi fanno lo stesso.

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

Nobody wants a lonely heart (the cover songs issue)

Mike Watt & The Black Gang “Rebel Girl” (Bikini Kill)

Una canzone così merita qualche accortezza, il momento è delicato e tocca muoversi con circospezione. Non sono più gli anni novanta dove si scriveva sulle riviste musicali di femminismo ribelle coniugato al punk rock con una certa disinvoltura, nonostante il sesso sbagliato per poterne discernere compiutamente, direbbe qualcuno.
I tempi sono cambiati, dicevamo, ma questa canzone nel frattempo si è trasformata in un inno. Anzi, trova forse adesso, anno 2021, ancor più una sua collocazione legata alla drammatica cronaca con cui siamo costretti a confrontarci tutti i giorni. E per questo diventa ancor più necessaria, indispensabile, importante.
Possiamo immaginarla come la “Blowin’ in the Wind” degli anni novanta che, ancora oggi, a distanza di quasi 30 anni dall’uscita originale non ha perso un solo grammo della sua forza. Come se ad intervalli regolari acquistasse sempre più vigore e trovasse in un modo o nell’altro la maniera di segnare generazioni differenti. Guardatevi Moxie (Netflix) un piccolo, adorabile film, che contribuisce a fare di Rebel Girl una delle canzoni indispensabili anche di questo 2021.
In questa versione “sbagliata”, quel vecchio adorabile caprone punk di Mike Watt (con Nels Cline di Wilco alla chitarra) ce ne regala un’interpretazione grezza, scomposta, feroce. Come è giusto che sia.
Singolo digitale che fa parte della “30th Anniversary Series” della Kill Rock Stars che andrà avanti per tutto il 2021, già pubblicato in vinile, sempre dalla KRS, nel 1997.

Mikaela Davis & Mary Lou Lord “Some Song” (Elliott Smith)

Sempre per la stessa iniziativa, la Kill Rock Star ci regala una cover davvero riuscita.
In questo caso, Mary Lou Lord e Mikaela Davis, riprendono una delle canzoni meno conosciute del catalogo di Elliott Smith, uscita originariamente solo come retro di un singolo.
Canzone tragica che tratta di abusi familiari e tossicodipendenza. Sul tubo (https://youtu.be/ePD5bM4Gtbc) si trova una versione acustica dal vivo. Si sente la gente ridere e scherzare prima che Elliott cominci a suonare ma il gelo e il silenzio scendono dopo pochi secondi di interpretazione.
Ci si riesce ad immaginare il pubblico intento a guardarsi la punta delle scarpe, l’imbarazzo e la commozione che arriva in faccia senza preavviso e non ti rimane altro che ricacciare le lacrime in gola.
Amarezza, gratitudine e non so cos’altro.
Manca, Elliott Smith. Manca talmente tanto che è pure difficile scriverne.

Viagra Boys “In Spite Of Ourselves” (John Prine)

Le cover hanno da sempre tracciato confini, contraddistinto ambiti di appartenenza. Scegliere di interpretare una canzone di un altro artista è fondamentalmente un atto politico. Un modo per dire a chiare lettere in che porzione di mondo si desidera essere posizionati.
Su John Prine non ho nessun dubbio. Uno dei grandi della canzone americana. Il suo catalogo sterminato ho iniziato a frequentarlo grazie ad un’altra cover: la “Sam Stone” di Evan Dando che mi aprì un mondo, all’epoca. Allo stesso modo la scelta dei Viagra Boys mi ha fatto decidere definitivamente di farmeli piacere. La scelta e l’interpretazione di questa canzone mi fanno vedere ed apprezzare la band svedese sotto altri occhi. Come se fossero dei nostri, come se scegliere certe canzoni li facesse diventare qualcuno di famiglia. Non è così, del resto?

Bill Callahan & Bonnie Prince Billy “Miracles (feat. Ty Segall)” (Johnnie Lee Frierson)

A proposito di cover impossibile non citare e sottolineare quello che stanno combinando Bill Callahan e Will Oldham. Con frequenza settimanale si sono messi a setacciare canzoni poco conosciute (soprattutto) e a trasformarle in piccoli gioielli. Questa, di tale Johnnie Lee Frierson, cantante soul senza troppa gloria scomparso nel 2010, uscì per esempio in una cassetta autoprodotta negli anni novanta senza lasciare traccia.
Ne viene fuori un soul sui generis punteggiato dalla chitarra di Ty Segall assolutamente irresistibile. Va detto che se un giorno la Drag City dovesse decidere di raccogliere questa fantastica collezione di cover in un unico disco ci regalerebbe uno di quei lavori che rimarrebbe negli annali, potete starne certi.

Muzz “Nobody Wants a Lonely Heart” (Arthur Russell)

Da sottolineare, anche se in circolazione già da qualche mese, l’EP di 4 cover dei Muzz, il “supergruppo” messo in piedi da Paul Banks di Interpol.
Si va da Bob Dylan ai Mazzy Star ma il brano che emerge è questa cover di “Nobody Wants a Lonely Heart” ballata strappamutande di Arthur Russell. Lui è uno dei nostri preferiti in assoluto, uno di quelli da isola deserta, per intendersi. Difficile sbagliare in un caso così. I Muzz fanno il compitino ma ne esce ugualmente un momento prezioso.
Tutto quello che contribuisce a ricordare la figura di Arthur Russell è meritevole di menzione, del resto. E non è mai troppo tardi per riscoprirlo, per ascoltarlo di nuovo, per onorarlo ancora una volta.

Cesare Lorenzi

Le Traduzioni

Quanto conta il titolo di un’opera? Cosa vuol dire tradurre? Immaginate capolavori come La Haine, The Goodfellas, The Wild One se fossero diventati, nella traduzione italiana, Periferia, I Picciotti e L’Incivile anziché, per il buon senso di qualcuno – sono i distributori che piazzano i nomi tradotti nel loro mercato di pertinenza? Qui ci vorrebbe l’esperto Max Sterpi – che ha deciso di tradurre letteralmente: L’Odio, Quei bravi ragazzi e Il Selvaggio. In questi giorni sto lavorando a un romanzo e cercavo degli spunti riguardando alcuni film per me importanti e mi sono reso conto di averne due di cui detesto il titolo italiano: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, diventato l’innominabile Se mi lasci ti cancello e My Own Private Idaho, barbaramente trasformato in Belli e dannati
Quest’ultimo, di Gus Van Sant del 1991, ha segnato gran parte, me ne sono reso conto solo l’altra sera mentre lo riguardavo, della mia estetica e del mio immaginario fotografico, quel portfolio da cui pesco nello scrivere. Non ricordo con chi e perché lo guardai, forse per River Phoenix la cui bellezza abbagliante mi ha sempre turbato, forse perché di Van Sant avevo letto in qualche rivista musicale nei primi Novanta, ma fu un’illuminazione: la scena della casa di legno che cade dall’alto sulla strada deserta mi ha smosso qualcosa dentro, l’idea di catturare concetti con l’immagine, il sogno di dire una cosa attraverso una fotografia. Fu l’epifania del mio immaginario. Scoprire poi, dieci anni dopo, che quel film trasponeva, traduceva, la storia dell’Enrico IV di Shakespeare, letto per un esame all’Università, fu come chiudere un cerchio: incontravo di nuovo, alla fine degli studi, un film che mi aveva così colpito da rimanermi impresso nella memoria. 


Non sono un gran appassionato di cinema, o, meglio, amo il cinema ma, non so perché, non lo seguo. I film mi capitano, mentre la musica e la letteratura le ho sempre cercate, studiate. Non chiedetemi perché, ma è così. Poi, quando mi portano al cinema e vedo la meraviglia della sala silenziosa – ecco, mai nei multisala col tizio di fianco che mangia i popcorn e quello dietro che risponde al telefono – e il volume alto riempie l’aria, ecco che mi commuovo di fronte alla bellezza di certe pellicole, ma, d’istinto, fra un concerto, un libro e un film, quest’ultimo rimane in fondo alla classifica. Di certo una mia mancanza, cui spero di poter rimediare quando – quando? – potremo tornare nelle sale.

Ma, torniamo a noi. Perché la polemica con le traduzioni dei titoli? Con My Own Private Idaho la risposta viene dall’importanza che questo ha per la pellicola: ne è la spiegazione, il riassunto, il senso dell’intimità e del dolore di Mike, della ricerca disperata di sua madre, unico nido privato, “suo” e felice in una vita di pioggia e droga fra Seattle e amici disperati o traditori. Belli e dannati non ha nulla a che fare con questa storia: è la semplificazione e banalizzazione della vita dei due protagonisti che sono sì belli e pure dannati, ma il senso del film non sta in questo, sta nella strada, nel Idaho privato, l’angolo felice “tutto suo” di Mike, reale o immaginario che sia. La traduzione trae in inganno: sminuisce il senso del film, lo riduce. Belli e dannati è, tutt’al più, la traduzione del titolo di un romanzo del ’22 di Francis Scott Fitzgerald, in originale The Beautiful and Damned, e proprio questo mi sarei aspettato dal film di Gus Van Sant. La traduzione mi avrebbe trasportato nella direzione sbagliata. Solo il caso e la mia ignoranza fecero sì che io guardassi il film senza nessuna pretesa e preconcetto e che, quindi, avessi la mente e il cuore libero per innamorarmene.


E cosa dire del vero e proprio crimine commesso con Eternal Sunshine of the Spotless Mind? Il titolo italiano che richiamava quelli di commediole contemporanee, americanate da guardare in una sera da zero pensieri e cervello su off, probabilmente ha fatto guadagnare qualcosa in più al botteghino, ma vogliamo parlare dei danni? Chi pensava di andare al cinema a vedere un nuovo Se scappi ti sposo, a metà film avrà voluto suicidarsi e chi, come me, avrebbe potuto amarlo, si guardò bene dall’andare al cinema. Mea culpa: non conoscevo Gondry. Chiedo perdono, il cinema, come ho già detto, non era un’arte che studiavo. Quindi, non sapevo fosse il regista di splendidi videoclip, il visionario che certamente non avrebbe girato un film alla Hugh Grant, di cui per altro confesso di aver visto e con gran piacere molti film. Quindi, quel titolo e Jim Carrey, che per me era quello di Scemo e più scemo e The Mask e che non sapevo fosse un grande davvero, in locandina. Risultato? Passato nel dimenticatoio e non l’ho visto per un decennio. Finché, una sera, qualcuno da qualche parte mi fa: «è come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind» e io resto fulminato da quel titolo e dico: «cheeee?» e questo qualcuno mi dice: «sì dai, Se mi lasci ti cancello» e così vidi uno dei film più dolci e struggenti della mia vita.

Mea culpa, ripeto: potevo cercarmi il titolo originale, potevo conoscere Gondry e potevo non avere pregiudizi su Jim Carrey. Tutto vero. Ma i titoli esistono per una ragione: accendere la luce su quello che vuoi illuminare della tua opera, invitare chi potrà essere interessato. Non si giudicano i libri dalla copertina e non si dovrebbe farlo dal titolo, ma, secondo voi il titolo non influenza? Se Abel Ferrara non avesse chiamato Bad Lieutenant così, avrebbe lasciato lo stesso segno? Se Kassovitz avesse chiamato La Haine con un altro nome, chessò, Banlieue, avrebbe reso lo stesso? Eppure, sarebbe stato pertinente.


Non basta la pertinenza: il titolo deve dare una categoria mentale, un tocco di pennello, deve colpire, deve trasmettere un immaginario, invitare una scrematura di pubblico. Trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind – sentite anche la musicalità, la bellezza della forma delle parole – in quel titoletto per commediole da divano e calzettoni di lana? Dovrebbe essere dichiarato reato. Tradurre significa volgere in un’altra lingua e, per estensione, ripetere, spiegare. Ma, anche e soprattutto, trasportare: se tradurre è trasportare nel senso di trasferire un pensiero in un’altra lingua o forma, è fondamentale che sia rispettata l’idea originaria di questo pensiero. Perché le edizioni serie di poesia mantengono il testo a fronte? Perché nella brevità, nella necessaria densità concettuale delle parole, in un titolo come in un verso, si esprime molto più che nella prosa e la sola traduzione può portarci lontano dalla strada su cui dovevamo stare.


Ma, perché un’invettiva contro le errate traduzioni, ispirata dalla mia esperienza con i film, ma avrei potuto parlare allo stesso modi di narrativa, poesia e testi filosofici? Tradurre significa trasmettere, trasferire. Mai come in questo tempo sospeso mi chiedo come ci stiamo traducendo, verso cosa stiamo andando; in che modo e in che mondo ci stiamo trasferendo e le risposte che vedo dipanarsi di fronte alla mia domanda, piuttosto angosciata dopo un anno infernale, mi spaventano: se sbagliamo a tradurre quello che siamo, se facendo passi in una direzione che vediamo obbligata –  è tristemente tornato di moda il TINA “There Is No Alternative” di Thatcheriana memoria, il pensiero unico e indiscutibile –  ci perderemo nel bosco buio e presto non ci ricorderemo da dove eravamo partiti. Se acceteremo tutte le imposizioni, le categorie indiscutibili in cui siamo immersi come pulcini terrorizzati, pronti ad abbracciare qualunque dispotismo purché ci liberi dal male amen; se continueremo quest’opera di traduzione errata delle nostre vite, ci troveremo fra pochissimo a essere, non solo sembrare, qualcosa di completamente diverso da ciò che eravamo, da ciò che magari vorremmo rimanere.

Il passaggio da viventi a sopravviventi può essere un terribile errore di traduzione che determinerà la narrazione successiva. Potrebbe far sì che ci si ritrovi ad allontanare le persone che un tempo avremmo avvicinato, perché portiamo nell’anima un errore di traduzione di cui non riusciamo più a liberarci; potrebbe far sì che noi stessi, davanti a uno specchio, ci troveremo a domandare a uno sconosciuto un perplesso e preoccupato “e tu chi sei?”, incontrando nel riflesso il frutto di una storia che non avevamo scritto noi, che non volevamo e che abbiamo accettato, abbiamo lasciato essere: abbiamo tradotto male dall’originale dando il via a una serie infinita e interconnessa di ricadute.

Magari bastava restare fedeli. Fedeli al proprio titolo, alla propria rappresentazione di sé, ai propri desideri solo messi in pausa e non soffocati, ai propri sogni che non possono essere uccisi da un virus e neanche, spero, dalla risposta che la società a questo virus ha dato, facendo forse danni più terribili e duraturi della malattia. Magari bastava stare attenti e rispettarsi così tanto da non permettere che di noi venisse fatto un errore di traduzione, uno scempio come trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind in Se mi lasci ti cancello.

Fabio Rodda

Promised you a miracle

Certe emozioni me le regala solo lo sport.
Intendo emozioni vere: quella cosa che senti salire dalla bocca dello stomaco e senza
neanche accorgetene ti ritrovi gli occhi pieni di lacrime. E mentre piangi maledici la tua
stupidaggine, perché lo sai che non dovresti versare lacrime in quel modo e allo stesso
tempo te la ridi e ti senti comunque disadattato.
Perché i ragazzi non piangono. Quella canzone risuonava nella mia cameretta dell’epoca
ed ero solito cantarci sopra, cercando di comprendere le parole stringendo un microfono
immaginario.
L’estate del 1982. I Cure, il mondiale di Spagna, i miei 15 anni e quella ragazza che faceva
girare il piatto del giradischi, il mio stomaco e chissà cos’altro.
Paolo Rossi mi ha fatto piangere quel tipo di lacrime lì. Una volta sola, al triplice fischio
che metteva fine alla partita del campionato mondiale contro il Brasile. Non mi sembrava
possibile aver vinto contro quella squadra di marziani. Una squadra di una bellezza
vertiginosa, di un’eleganza che probabilmente non ha più avuto uguali nella storia del
calcio. La magrezza e il volto scavato di Paolo Rossi sembravano assolutamente
inadeguati a tutto quello splendore.

Ricordo la folle corsa in sella al mio “Ciao” fino alla piazza del paese, al termine della partita.

Ricordo di aver abbracciato gente sconosciuta, ebbro di una felicità che, avrei scoperto in seguito, avrei provato in pochissime altre occasioni.
Cesare Lorenzi

2020
L’anno più schifoso di sempre.
Perdiamo le certezze, le speranze e le prospettive per il futuro.
Per noi e per chi abbiamo accanto.
Abbiamo perso amici, parenti, miti della nostra adolescenza o della nostra età matura.
Non ho mai pianto per la scomparsa di un personaggio pubblico e non comincerò neanche
adesso ma quando se ne vanno i ricordi della tua infanzia rimani spiazzato.
Smarrisci equilibri sempre più precari.


1978
14 anni.
La musica non aveva ancora affiancato e sorpassato a destra il calcio tra le mie passioni.
Vidi il LaneRossi Vicenza qui a Bologna due volte nello stesso anno, prima e dopo i
mondiali in Argentina.
Me lo ricordo il campione sulla bocca di tutti con la faccia da ragazzino e la maglietta
lunga fuori dai pantaloncini.
Lo ammirai dalla curva San Luca, quella da sempre riservata ai tifosi avversari nel
capoluogo emiliano, in mezzo ai tifosi del Vicenza.
I tifosi avversari m’incuriosivano e mi piaceva immergermi ogni due settimane nei diversi
colori e dialetti delle tifoserie ospiti.
Molto più economico e meno stressante di una gita fuori porta.
Che poi, più in là del Comunale dove dovevo andare io? Con il mio abbonamento al
Bologna (peraltro mai tifato, io condannato a una vita da forestiero senza radici ovunque
abbia mai albergato) ottenuto a prezzi stracciati grazie alla mia condizione di studente.
Io con il k-way a sacchetto legato alla pancia e nello zainetto il panino fatto dalla mamma.
E sì, la grappa me la offrirono tante volte e no, non la bevvi chè all’epoca già la coca cola
mi dava un po’ alla testa.
In quelle due partite Rossi segnò solo un rigore e il Vicenza rimediò due sonore sconfitte
ma ogni suo tocco rubava un mormorio di timore alla tifoseria felsinea.
La musica ancora era una nebulosa all’orizzonte.
Poche settimane prima occhieggiavo Odeon e le prime cronache sul punk,
moderatamente incuriosito, ma quello che volevo veramente vedere era la ballerina che
ancheggiava sulle note di Keith Emerson nella sigla finale.
Di lì a poco mi ritrovai a rigirarmi Lodger tra le mani quando solo pochi mesi prima, per
Natale, mi ero fatto regalare Burattino senza fili e Samarcanda.

1982
Una consapevolezza diversa
I Clash in piazza Maggiore e a Firenze
Un viaggio a Londra e la musica esplosa nei nostri occhi e nelle nostre vite.
Il calcio scommesse e l’approdo alla Juventus FC.
Paolo Rossi è cresciuto e noi con lui.
La tripletta vista su una poltrona a Senigallia in una casa che non c’è più, in mezzo a
persone che non ci sono più.
Il cuore in gola per novanta minuti e poi la gioia.
Forte, decisa, senza “ma… però” come poche volte è poi capitato nella vita. Il calcio, la
musica.
La passione, l’emozione.
Per molti questi tipi di emozioni sembrano inspiegabili o ridicole.
E’ chi non si emoziona mai, chi non spende mai una lacrima, chi crede di sapere tutto,
sempre un passo indietro “per non sporcarsi” con la scelta facile in tasca.
C’è invece chi la tripletta di Paolo Rossi l’ha vissuta col cuore in gola ed un pianto al
fischio finale tenendosi la pipì per un’ora e mezza perché in quel momento credeva
veramente che se si fosse alzato da quella poltrona Zico sarebbe scappato a Gentile e
Zoff avrebbe bucato la prossima uscita.. dipendeva, insomma, tutto da lui e dalla sua
permanenza su quella poltrona.
C’è chi ha viaggiato notti su notti per andare a vedere in postacci maleodoranti un
concerto dove scambiare lividi e lacrime con estranei ed il giorno dopo andare a lavorare
con una faccia stravolta ma con un grosso “sono vivo, cazzo” dipinto sul volto.
C’è chi, oggi, l’immagine di Paolo Rossi l’ha appesa amaramente ma orgogliosamente tra
Joe Strummer e David Bowie non più nella sua cameretta di ragazzo ma sulle pareti
scalcinate che si stanno sgretolando, anno dopo anno, perdita dopo perdita, dentro di lui.
Massimiliano Bucchieri


Bologna, 10 dicembre 2020. Leggo il Corriere appena sveglio: Paolo Rossi, il Pablito del
Mundial 1982, non è più carne e sangue di questa terra, ha seguito di poco il Dio del
Calcio Diego e adesso gioca con lui e tanti altri grandi nelle infinite distese dei Campi
Elisi. L’Eroe di Espana ’82, da stamattina, può diventare Santo.
Pedavena, estate 1982. Mio padre è in viaggio premio aziendale che, per una botta di
culo che nemmeno Dida quando parò tutti i rigori in finale a Manchester, prevede una
crociera nel mediterraneo con base a Barcellona e i biglietti per le partite della fase finale
dei mondiali. Mia madre, incinta, rimane a casa. Non credo sia stato un ottimo momento
per il loro matrimonio, che però durò ancora quasi una decina d’anni, ma di quell’estate il
ricordo è il ritorno di mio padre, baffuto e che vestiva più dei suoi 26 anni, con un
pupazzo di Naranjito, la strana arancia sorridente, mascotte del Mundial 1982 e una
banconota spagnola con sopra le firme di tutta la nazionale italiana campione del mondo.
Lui era in Plaza Catalunya con dei colleghi quando arrivò il bus degli azzurri: gli scesero
tutti davanti al naso e rimasero lì a fare due chiacchiere, erano italiani della stessa età che
s’incontravano per caso in Spagna in un pomeriggio estivo.
La banconota sparì nei primi anni ’90, i miei in quegli anni non erano molto attenti ai
ricordi, o forse avevano altro a cui pensare.
Milano, autunno 1985. Alla Rinascente, il neoacquisto del Milan Paolo Rossi firma
autografi ai tifosi, e in fila ci sono io, accompagnato da mia zia e dai miei nonni per farmi
timbrare quel cartoncino con la foto di Paolo in rossonero. Lui farà solo due goal in quel
campionato, ma entrambi all’Inter in uno dei due derby, e chi segna una doppietta ai
cugini nella stracittadina resta nel cuore anche se gioca poco in annate opache.
Forse lo stesso giorno, ma probabilmente la memoria accavalla gli eventi e in realtà si
tratta di qualche anno dopo, in galleria Vittorio Emanuele era parcheggiata KITT, la
macchina della serie televisiva Supercar guidata dal futuro bagnino (sugli schermi) e
beone (nella vita) Davidone Hasselhof e io, con un giubbotto jeans di cui ricordo ancora la
fantasia dell’imbottitura mostrata nei polsini rivoltati, ebbi l’onore di sedermici dentro e
farmi fotografare lì: capelli ingellati indietro, tanta timidezza e imbarazzo e qualche chilo e
brufolo di troppo e un bell’apparecchio ai denti che non aiutava l’autostima.
Pedavena, estate 1986. Una Saab 900 si accosta alla cancellata che delimita “la villetta”,
così chiamavamo la casa in cui sono cresciuto, dalla via Trento che proprio lì si biforca: un
ramo sale verso il passo Croce d’Aune e le sue piste da sci, l’altro va a Norcen, dove al
limitare del bosco c’è la baita di Giannino, il prozio beone che mi chiamava Scabio, come
il vinaccio cattivo delle bettole che lo aveva portato a lasciarci le penne anzitempo per
una cirrosi.
Macchine come quella, dalle mie parti, se ne vedevano poche e tantomeno che
parcheggiassero proprio a due passi dal cancelletto di casa e, allora, tutti alla finestra a
guardare, tende scostate dal vetro, chi fosse il forestiero dal mezzo lussuoso e sportivo
che sostava in quella calda giornata.
E, così, vidi per la seconda volta dal vivo il da qualche anno campione del mondo Paolo
Rossi che andava a trovare l’amico Ernesto Galli, portiere nel ’77 alla LaneRossi Vicenza,
quando lui ne era il bomber. Di fronte alla villetta, c’erano le case popolari e lì, al centro di
una trifamiliare a schiera, viveva la signora Galli che mi pareva anzianissima e magari
aveva sessant’anni, ma ai tempi del Miundial Bearzot ne aveva 52 ed era per tutti “il
Vecio” e sicuramente una mamma di un adulto agli occhi di un bambino quale ero non
poteva che essere una vecchietta. Ci andavo, album Panini alla mano, a far merenda
ascoltando i racconti delle epiche parate del figlio col “Real” Vicenza, neopromossa in A
nel campionato 1977-78, con tanto di tuffi plastici immortalati in bianco e nero.
Italia, 1982. Un anno fondamentale per il Bel Paese: diventiamo i campioni del mondo, il
mondo si ricorda di noi. Portato in Spagna sacrificando il capocannoniere Pruzzo (che
probabilmente rimane il bomber meno convocato in Nazionale malgrado i risultati in
campionato sia prima del Mundial ’82 che di Messico ‘86, forse a Bearzot non piacevano i
suoi baffi?), Paolo segna sei goal in tre partite: le più importanti. Uccide il Brasile con una
tripletta, elimina la Polonia e segna il primo dei tre alla Germania – il ricordo di quella
partita sarà poi legato all’urlo di Tardelli dopo il momentaneo 2 a 0 – in finale.
Bologna, 10 dicembre 2020. Aldo Cazzullo sul Corriere di oggi scrive che Paolo Rossi
cambiò l’umore dell’Italia, fece sognare un mondo che ancora non c’era: la fine del
terrorismo, la nascita della Milano da bere e, se è vero che l’82 fu ancora un anno
funestato dal piombo e dalla violenza, è vero anche che divenne il trampolino di lancio per
un’accelerazione degna degli F-14 che pochi anni dopo tutti i ragazzini occidentali
avrebbero sognato di pilotare grazie a Tom Cruise e Val Kilmer.
Qualche tempo fa, intervistavo per un libro Riccardo Pedrini – ex Nabat e WuMing -;
parlavamo di punk, della Bologna dei primi anni ’80, del nascente movimento skin. E
dell’anno che secondo lui cambiò tutto: il 1982. Prima erano gli anni settanta: eravamo
periferia del mondo, un paese vecchio e contadino, povero e semianalfabeta, con la
campagna appena fuori dalle città; dopo erano gli anni ottanta come li pensiamo oggi: la
borsa, gli yuppies con le giacche dalle spalline larghe, le hostess Alitalia che vestono
Armani, il Made in Italy, la coca in centro a Milano e l’eroina in tutte le periferie e province.
In tv, da Derrick prima di cena si passa in un attimo all’era di Schwarzenegger e Rambo,
di Tom Cruise, Risky Business e Top Gun, del Michael J Fox di Ritorno al futuro e Voglia
di Vincere. Si comincia a parlare in inglese, più o meno, a discutere di borsa, azioni e soldi
soldi soldi. In un momento passiamo dagli occhialoni da pentapartito nelle infinite e
pacate tribune elettorali, alla tv di Berlusconi e al futuro che ci condurrà dove siamo. Un
mare di soldi e di droga piovono sull’Italia destabilizzando un tempo fino ad allora lento
che diventa cannibale ma pieno di promesse – verrano poi tradite da Reagan e Tatcher e
porteranno ai decenni di crisi iniziati nei ’90, ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra
storia. Ma Pablito, quando fece piangere il Brasile e impazzire l’Italia, tutto questo non poteva
saperlo. Come scrive Cazzullo, cambiò l’umore di un Paese. A mio modestissimo parere,
cambiò molto di più: l’Italia da “portaerei sul mediterraneo”, divenne la patria dello stile e
dell’esportazione, di cui il campionato più bello del mondo fu per una ventina d’anni,
vetrina planetaria.
A volte, i fatti casuali di costume, diventano involontari detonatori di tutto quello che stava
per succedere e, all’improvviso, accade.
Ma la cosa che mi commuove questa mattina in cui, appena sveglio, ho scoperto della
morte di Pablito, che sa poi di morte di un pezzetto della mia infanzia come è naturale
che sia, è immaginarmi lui, trentacinque anni fa, quando nemmeno ci si immaginava
google maps, fermarsi con la bella macchina in un bar in Culliada, la lunga e dritta strada
che dalla ValSugana porta a Feltre, chiamare dal telefono a gettoni Ernesto che gli spiega:
“vai ancora avanti, arrivi alla rotonda delle caserme, le vedi a destra, sono enormi. Ecco,
tu prendi a sinistra e vai sempre dritto, arrivi a Pedavena, passi la Birreria e poi vai ancora
dritto, attraversi la piazza e poco dopo trovi un bivio; sulla destra c’è una villetta bianca,
puoi lasciare la macchina lì. Attraversa la strada e la casa a schiera nel mezzo è quella di
mia madre. Dai, che ti aspettiamo per pranzo, la mamma ha fatto il baccalà!”
Paolo sarà uscito dal bar salutando, magari avrà risposto a qualche battuta sul calcio,
come fece quell’estate del 1982 in mezzo alla grande piazza di Barcellona, quando
scambiò due parole con mio padre solo perché erano coetanei, lui che era già una stella
del calcio in una nazionale in silenzio stampa.
Non so se fa più tenerezza o amarezza immaginare la stessa scena oggi, con un Balotelli
o Immobile che, cuffie in testa e gomma da masticare d’ordinanza, mentre pensano a
qualche sponsor da postare più tardi su instagram, scappano dalle telecamere e un mio
padre di 35 anni più giovane che non si sogna nemmeno di scavalcare le transenne che
separano le star del pallone dal resto del mondo. Che io so io e voi non siete un cazzo.
Paolo avrà ripreso la sua auto sportiva e, pochi minuti dopo, avrà strizzato gli occhi per
vedere se quella casa bianca poteva essere la villetta sulla destra di cui parlava Ernesto al
telefono. Piano, ha accostato la macchina svedese, è sceso e ha attraversato la strada verso il suo
piatto di baccalà. Dietro alla finestra della cucina di quella villetta, c’era una versione di
me che fatico a ricordare. Fuori, un mondo che a ripensarlo oggi pare di correre indietro di
secoli. Sarà l’età che avanza, sarà colpa di internet, sarà il tempo che dai sei goal di Paolo in
quel mondiale ha accelerato come neanche le McLaren di Senna e Prost di qualche anno
dopo.
Fabio Rodda

 

I dischi che piacciono solo a me, credo #59

Fleetwood Mac – Mirage (Warner Bros, 1982)

“I Have No Fear, I Have Only Love”

Ammiro profondamente quelli bravi e preparati, quelli altamente professionali, senza uno scaffale fuori posto. Li ammiro perché non sono mai riuscito ad essere focalizzato e con gli ascolti intonsi o soltanto pressochè perfetti. Mai. Anzi, sovente sono scivolato su pavimenti irrorati da pianti e stridor di denti. E dischi di merda, chiaro. Per quello mi rivolgo altrove se devo conoscere dati tecnici, emozioni, qualità delle canzoni. A me principalmente interessa chi scopa chi, in un ellepi. Poco altro. A proposito: Stevie Nicks. Credo si sia trombata il mondo all’epoca. Volava alto, più o meno in prossimità delle aquile. Quando acquistai il 45 giri di Gypsy (in una mia ipotetica classifica uno dei tre brani definitivi da sottofondo zompabile) dovetti attendere qualche anno prima di fare outing. Lo nascondevo in mezzo ad un Athletico Spizz 80, perché – in quel 1982 – non stava bene ammettere un amore per i Fleetwood Mac. Era disdicevole. Lacca patinata per yuppies rampanti. Quelli bravi mi spiegavano con dovizia di particolari tutta la storia, il blues, Rumours, Peter Green, Tusk, Lindsey Buchingham no mai, eccetera eccetera. Era tutto vero eh, stramaledettamente vero. Soprattutto l’ostracismo verso il povero Lindsey, compositore e musicista sopraffino, reo di aver accompagnato Stevie Nicks nel talamo per anni. Ragione e sentimento, insomma. Solo che io mi focalizzavo esclusivamente sulla seconda variabile. Guardavo la copertina di Mirage e facevo un sospiro. Così come facevo un sospiro all’apparire del video di Gypsy. Punto. A sedici anni non è che ti serva In Rainbows o un triplo degli Yes per filosofeggiare sul mondo e su quello che ti si sta muovendo giù a valle. Ti serve Stevie Nicks. Le sottane svolazzanti della Stefania mi hanno sempre provocato un turbamento, nascondevano davvero un miraggio a me inavvicinabile, un maelstrom di amorosi sensi. Avrei bevuto persino una cedrata con lei.

Come che sia io Mirage me lo portai a casa, consumandolo d’ascolti. Certo, era levigato, pieno di glucosio, plastificato, inzuppato di mestiere e buone maniere, finto persino. Un disco pensato con malizia per le classifiche. Ma, accidenti… che canzoni aveva?? Eppure era il lavoro meno considerato dalla critica. Sensi di colpa a manetta, sì. Deponevo la puntina e Love In Store (firma Christine McVie) mi catapultava su una Cadillac, capelli al vento e sigaro a lasciare lapilli in mezzo a un deserto rovente. Non fumavo ancora ma mi sentivo ganzo; era puro suono Mac anni ottanta, di quelli alla Pac Man, di quelli che ho introiettato assai e non riuscireste a togliermi senza scorticarmi l’anima o togliermi il derma. Che è l’anagramma di merda. Lo riascolto giusto oggi Mirage, in questa giornata di pioggia e umbratile sentimento calcificato e pieno di scorie. Mi riporta a nostalgie perniciose, tempi in cui credevo ancora che si sarebbe potuto cambiare tutto, magari senza stringere la penna o i fucili, magari solo abbracciando qualcuno, chiunque fosse, ammettendo i propri limiti e senza fare puerile retorica come sto facendo ora. Magari solo ascoltando chi ne avesse avuto bisogno, privo di residenza nell’anima e domicilio nel cuore. Magari proprio con dischi come Mirage, che non avrebbero mai mai mai mai cambiato le sorti del pop ma un’ora di serenità, beh… quella sì ce l’avrebbero fatta passare. Quindi sono qui che saltello su Can’t Go Back, ovvero Lindsey Buchingham che rivendica la paternità sulla band, il suo essere capo branco dentro e fuori dal cuore della Nicks. Un piccolo power pop dai rubini sixties. Al primo ascolto io – in quel 1982 – c’ero dentro completamente. That’s Alright è intestino della Stefania al cento per cento, un po’ Dolly Parton un po’ mignottaggine spinta al limite della volgarità sonora. Fienili, il bar con le Bud fredde, la chiesa Battista, i mandriani, Un’America sempre troppo lontana, che non ci piace ma ci fa bene immaginarla da lontano, magari dalla nostra provincia decentrata. Book Of Love è il suono Fleetwood Mac declinato nel 1982, impasti vocali degni dei Beach Boys, Buckingham che fa lo sborone tra gli Asia e i Supertramp e noi che cadiamo al tappeto, annichiliti. Quel giorno dovetti riprendere fiato prima di affrontare Gypsy, che – appunto – conoscevo su 45 giri, ma stesa qui in mezzo avrebbe potuto scatenarmi un attacco di angina pectoris. Pectoris soprattutto, pensando alla Nicks e a cotanto sen(n)o. Pezzo clamoroso, ma che ve lo dico a fare, forse la cosa migliore mai uscita dalla scrittura della donna alla quale dovettero ricostruire le mucose nasali. Non so se si coricasse con mezzi Eagles (cioè, lo so ma ancora fa male pensarlo) di sicuro qualcosa aveva introiettato nel frequentarli. La sua voce anodina, l’inflessione da alcool alle tre di notte, le vocali imperiose, il suo essere ferma in qualche imprecisato punto degli anni settanta. Stevie Nicks non canta, flirta con te, solo con te. E ancora il ponte che conduce per mano al ritornello, in un saliscendi di ottave semplicemente incredibile. Autobiografica da far male e proprio per questo conservata qui, dentro qualche pertugio ancora disponibile. Tutto era perfetto su Gypsy, e Spizz mi avrebbe perdonato se gliel’avessi sfilato da sotto le ali per consegnarlo al posto che gli spettava, lì tra gli scaffali pieni di muffa e di fuffa. Ne conservo ancora l’aroma, e non passa mese che non vada ad approcciare quei quattro minuti e ventisette secondi nei quali sono racchiusi i miei sedici anni. Compresi e compressi. Mi viene il magone vacca boia, ma tiro dritto che non sta bene mettere in piazza gli affari con le donne della tua vita, nemmeno se si chiamano Stevie Nicks.

Dritto su Only Over You allora, che è quella che mi piace meno con il suo retrogusto yacht rock da aperitivo babbeo e da tardone all’imbrunire. Ha il merito di condurmi su Empire State (ma come stracazzo suona la batteria?) che mi immaginavo su un disco solista di qualcuno dei Kiss, magari proprio Ace Frehley. O ripresa dai Devo. Il solito Buckingham in stato di grazia, per un brano erroneamente sempre definito minore. Avercene, ostia. E ancora Straight Back. E Hold Me. E Oh Diane. Una trinità da pelle d’oca e da autoradio bollente. Cristosignore, quanto bello è Mirage? Rettifico: quanto bello è ‘ancora’ Mirage? Dopo trentotto anni di polvere, scazzi e indurimenti di cuore? E quanto sono stato fortunato ad essere lì, in quel momento storico, per approcciarlo in tempo reale sebbene malmostoso e in tempesta? Potrei fermarmi qui, perché per il mio vocabolario emotivo Eyes Of The World non ha mai aggiunto fonema e così la conclusiva Wish You Were Here. Ma poco interessa. Pochissimo. Mirage ce l’ho qui, nella terra di mezzo, dove lo stomaco non è ancora viscere e dove i miei sedici anni non sono mai diventati adulti. Per fortuna. “So I’m back to the velvet underground back to the floor that I love to a room with some lace and paper flowers back to the gypsy that I was to the gypsy that I was”. Attesi Tango In The Night come se avessi dovuto aspettare Stevie sotto casa per portarla al 7-11 in una notte piovosa. Ne valse la pena, ma so che qualcuno, lì fuori, non sarà mai d’accordo con me. Go Your Own Way.

Michele Benetello