I dischi che piacciono solo a me, credo #27

Campag VelocetBon Chic Bon Genre (PIAS, 1999)

Tolti i beneamati Associates (e collegati) non sono aduso ad ossessioni (piuttosto ad idiosincrasie invero: vedi i Genesis di qualche settimana fa), ma qualche bel manufatto tatuato sul cuore, sugli arti e sull’impianto stereo lo possiedo pure io. Non da diventarci completista o accumulatore seriale, ma poco ci manca. Pure non tantissimi i nomi di questa piccola setta che mi porto addosso. Poca roba, pochissima, priva di grossi nomi e numi. Un Partenone senza divinità praticamente, visto che non alberga Dylan e non alberga Young. Ma han stabile dimora Cohen, Walker, Hammill e il Bruce. Potrei continuare per lustri con quest’Overlook Hotel dei cuori solitari. Cioè io. Inutile pure che stia qui a far una noiosa lista di nomi (anche perchè sarebbe oltremodo trasversale, una lista che va dai Therapy? ai Coil passando per Pankow e Menswe@r), chi mi conosce non avrà difficoltà a decodificare queste impronte digitali emotive, e – anche se non fosse – che importa?

Come che sia e senza ciurlare troppo nel manico, l’ultimo vero grosso sussulto del millennio mi giunse con i Campag Velocet. E io so che molti altri sono devoti al culto di questa chiesa pentecostale del pop inglese, molti e variegati pure, ‘che a far proselitismo parevo uno di Dianetics o dei Testimoni di Geova. Pigiavo citofoni con Bon Chic Bon Genre sotto braccio, indossandone orgogliosamente la t-shirt. Non un ‘disco che piace solo a me’, di questo ne sono certo; sia per l’effettivo valore del manufatto e della band sia avendo contribuito in larga misura – e sfido chiunque a contraddirmi – nel renderlo visibile a più persone possibili piazzandone negli anni almeno 50 copie. Campag Velocet e Simon Warner sono i miei beniamini anni novanta ai quali ho dedicato più tempo e porzioni di stipendi, regalandoli a destra e a manca con l’illusione del fanciulletto che alberga in me. Soprattutto Bon Chic Bon Genre però, un disco STUPEFACENTE (in tutti i sensi) e talmente variegato da sembrare una maionese pop impazzita. Un disco che mi colpì prepotentemente proprio durante un soggiorno britannico, uno di quelli che ero solito sobbarcami quando ero giovane, smilzo, capelluto e in auge.

Finire il millennio con una gita a Londinium, una paccata di amici – parecchio eterogenei – e con qualche pesante scazzo attorno non ha prezzo, se ci ripensi con quattro lustri di ritardo. E fanculo Mastercard. Credo fosse stato fine agosto, gli Animalhouse impazzavano in ogni dove e noi eravamo ‘pronti a riceverli’ (dio, che forte che sono). Camminavamo come pazzi da un capo all’altro della città. Pizza Hut, usato sicuro, qualche libro (pochi), molti dischi, birre, intere nottate da Victor de Milo, un taglio di capelli imposto ad uno dei ragazzi dopo una mattinata in un pub, stalkeraggio coatto a due olandesi (non da parte mia, sottolineo) e ai membri dei Menswe@r. Va che scemi, eh? Noi, non la band meglio vestita d’Inghilterra. Infine, una sera, decidemmo di tradire il Victor per andare all’Annexe – pure se fuori tempo massimo con l’età – solo per ritrovarci in una coda epocale con squinzietti e squinziette di almeno 10 anni più giovani. Qualcuno potrebbe scambiarlo per turismo sessuale tipo Thailandia, ma c’era una missione a sottendere l’entrata in quell’asilo infantile di Adidas. Un caldo becco, comunque. Incontrammo delle amiche italiane (alcune lavoravano lì, altre erano in vacanza) e ci mettemmo diligentemente in attesa sotto una stranamente torrida serata albionica. Ricordo le bici scassate con le quali giravano, ricordo il male alla schiena ed un sacco di magliette Pulp e di ‘sayonara’ tutto attorno. Ricordo poco altro, a parte che il rum&cola era scadente. She said “Fine.”
And in thirty seconds time she said…
Poi entrammo. Il dj ospite quella sera era Pete Voss dei Campag Velocet (ad oggi – ripeto – uno degli ultimi Sudditi di Sua Maestà ad avermi entusiasmato per un disco, dopo di lui forse solo Eddie Argos). Agghindato come Querelle de Brest sparò uno dei set più folli mai uditi in vita mia. Non ero uno sprovveduto, negli anni avevo avuto modo di sentire alcuni tra i più bravi miscelatori italiani (compresa parte della Triade Acida), ma quello che fece Voss mi lasciò al suolo tramortito. Assolutamente tramortito e incapace di reagire. Una scaletta eterogenea e perfettamente mixata, dove Britney Spears si incastrava sui Manic Street Preachers mentre Wire e Beastie Boys scorrevano in sottofondo; dove i Prodigy fondevano sui Black Sabbath e i Led Zeppelin leccavano i Suede.

Sempre. Rigorosamente. In. Battuta.

Tutto questo mentre lui si arrampicava ovunque, tarantolato come Iggy. Saltava in piedi sui piatti, abbordava squinziette mai domo (arigato), si aggrappava alle luci del soffitto, mixava contorcendosi come James Chance. Sudava copiosamente, soprattutto. Io invece dovetti sedermi, un po’ per la stanchezza, un po’ perchè effettivamente l’uomo mi aveva steso. Tornammo a casa devastati da cotanto senno armonico, chiedendoci come fosse stato possibile mixare cose così eterogenee e soprattutto ‘lontane’ dal sentire comune. Britney Spears stava dall’altra parte della barricata difesa dai Manics, accidenti. In piccolo – molto piccolo – mi ero reso conto d’aver assistito ad uno sconvolgimento personale, simile a quello che deve aver colpito i fortunati alla visione del Baldelli degli anni d’oro a Lazise o all’Afrika Bambaataa nel Bronx. Si fa di necessità virtute, no? Il giorno dopo – con calma – andai in cerca del 12” di Vito Satan (che era già contenuta nell’album, ma noi siamo malati che ci volete fare?), l’Italia era lontana ancora qualche giorno ma non serviva troppo tempo per capire come quella band fosse – lì e ora – la perfetta intersezione di gran parte dello spettro musicale britannico. Un po’ come il dj set al quale avevo assistito, la notte prima.

Bon Chic Bon Genre ha tutto: un titolo sufficientemente ambiguo (trivia: preso di peso da una rivista porno s/m francese), una grafica della madonna (peculiarità dei nostri, immediatamente distinguibili) e una serie di canzoni (11, per la precisione) killer e difficilmente etichettabili. 11 canzoni che son sottile fil rouge di quattro lustri di pop indipendente inglese. Già dall’iniziale traccia che dà il titolo all’album si capisce che i nostri non scherzano: techno satura buona per Mad Max o qualche rave con le piattole (e sentitevi la versione contenuta nel 12″ di Vito Satan!), dance come avrebbero potuto intenderla gli MC5 se fossero stati prodotti da Derrick May. Novanta secondi scarsi ma uno dei manifesti programmatici dei nostri, pronti a scegliere quale denominazione sociale le italianissime biciclette Campagnolo. Eppure il bello deve ancora venire, ocio. Only Answers Delay Our Time è il più sentito apocrifo dei primevi Public Image Limited tanto che par di udire in lontananza Levine a rasoiar terzine e Voss a declamare litanie e nonsense (You can ask any crap corduroy question); Cacophonous Bubblegum sterza dalle parti degli Stone Roses, solo immersi in una sorta di liquoroso dub cosmico diretto da Jah Wobble. To Lose La Trek oltre ad essere un calembour fonetico di quelli grossi grossi è pure uno dei massimi ordigni di hip hop meticcio mai esplosi in Gran Bretagna, scarno, smilzo, disossato da ogni surplus ma ammantato di una superba aurea ritmica. Tr-Hip Pop Carveriano.

E poi, cazzo: Vito Satan: ovvero come si costruisce un pezzo indie pop per antonomasia. “Feels so good stood by your graveside head in my hands let me understand my plans I never pried inside your thoughts awaiting your defence”. Brano che – in un mondo ideale – sarebbe stato lo stura classifiche, il singolo capace di far coesistere Waterfall (non a caso mette le mani sul disco Paul Schroeder, già collaboratore di Squire e compagnia) e Psychedelic Furs sullo stesso pentagramma innestandovi una coda acida e rumorosa. Il 45 giri perfetto per chiudere un millennio nel migliore dei modi tramite un arpeggio iniziale semplicemente delizioso. Sauntry Sly Chic gioca con le spoglie mortali del baggy sound; Lunedì Felici di andare in processione da Kurtis Blow. Drencrom Velocet Synthemesc cita Burgess (naughty young devotchka no need for spatchka) ma sferraglia in un Metal Box claustrofobico su intarsi malati di chitarre in odor di Telescopes e kraut rock. Sfinano abilmente la tensione con la simil ambient riverberata di Skin So Soft, onda di petrolio shoegaze sul Mare della Tranquillità. Come avrebbero potuto suonare gli Slowdive con degli elettrodi attaccati al culo e Brian Eno in mente. Emozionante nella struttura e nella spasmodica ricerca del climax. Pike In My Life / Schiaparelli Cat porta Kinks e Pixies dentro un bosco di feedback in cerca di ossature jazz col contatore Geiger. Caught Unawares ha le stimmate dei Primal Scream di Echo Dek inchiodate su una croce On-U Sound con chiodi Spacemen Three. Harsh Shark non saprei spiegarvela senza tirare in ballo la pazzia chimica dei Flowered Up e il Madchester più bieco e completista.

Non vi è altro, ma vi è comunque tanto per ingozzarvi golosamente. O quantomeno abbastanza per iscrivervi a questa messa di suffragio. BCBG è un disco ondivago, che viaggia in apnea e che non ha paura di rollare tra Leftfield, brit pop della seconda generazione, hip hop, rap old school, post punk tirato a nuovo e indie malferma. E io sono certo che – tra di voi – ci sarà qualcuno che mi farà andare in tripla cifra, con quelle 50 copie di poc’anzi. Me lo dovete per avervi schiaffato sotto il naso cotanta regale maestrìa. Ma… ci credereste? Bon Chic Bon Genre, tolto un nugolo di aficionados, non sortì l’effetto sperato. Troppo deboli le ali della PIAS, troppo strano quel trapasso di millennio in altre faccende affaccendato, troppo tutto, anche una certa difficoltà caratteriale dei nostri. Due copertine dei settimanali inglesi, qualche apparizione televisiva, un paio di festival. Adieu. E solo Iddio sa quanto mi piange il cuore non poterne parlare come di un infettato Screamadelica prodotto da Alan Vega.

Serviranno cinque anni per iterare cotanta magia con l’altrettanto ottimo It’s Beyond Our Control, proponendosi stavolta come degli Sly And The Family Stone del rock anglosassone. Un disco che è la perfetta continuazione del debutto, soltanto priva del fattore sorpresa e smaccatamente in bilico tra la black music più bastarda (Ain’t No Funky Tangerine andrebbe proposta quale abbecedario di ogni A Certain Ratio) e incursioni sonore post-punk alla Blurt. Poi basta.

Qualche anno dopo, quando decisi di iscrivermi in quel simpatico ricettacolo di anime candide chiamato Facebook (ben prima dei No Vax e delle scie chimiche), la prima disavventura social mi capitò proprio con una tizia discretamente rancorosa, pronta ad attaccarmi duramente (pure in maniera personale) riguardo i Campag Velocet, manco fossero stati collaborazionisti del regime dei Colonnelli o avessero pisciato sui caffè di Starbucks. Capii immediatamente il significato del termine ‘bannare’.
Motivo in più per amarli.

An old voice from the ashes whispers deja vu, brings you to this space in time, returns this place to you.

Michele Benetello

Abbi dubbi (Fiver #23.2018)


Avevo da poco passato i vent’anni e frequentavo controvoglia la facoltà di Economia e Commercio all’Università della mia città, una delle più antiche del mondo come ci hanno sempre raccontato. Vai a sapere se poi effettivamente lo era; a quei tempi nessuna rete si preoccupava di smentire o confermare qualunque ipotesi. L’età dell’innocenza, bei tempi, certo.
Comunque sia noi ci credevamo ed eravamo pronti al ruolo da comparse di secondo piano alla fiera circense delle celebrazioni per il suo nono centenario. Una discreta pagliacciata a dire il vero.
Non è che mi trovassi granché bene in quell’ambiente, ma lì ero e lì stavo, senza peraltro giovare dei tanti vantaggi fruiti dagli studenti fuori sede, arroccati dentro il perimetro di quelle mura che un tempo delimitavano il centro storico. Abitazioni fruste, addobbate con mobili di formica sbrecciata, linoleum ondulati e materassi informi, manco quegli alloggi fossero impegnati in una eterna sfida all’emulazione del padre di tutti gli appartamenti da fuori sede della città: la leggendaria Traumfabrik di via Clavature 20. Che poi se a quegli studenti miei coetanei avessi azzardato una domanda sui Gaznevada, gli Stupid Set, gli Hi-Fi Bros o i Confusional Quartet quelli neanche sarebbero andati vicino a indovinare di cosa si trattava. Tanto a loro erano sufficienti due dritte su Pentothal e Zanardi per ritenere autorizzata la propria iscrizione al club bohémien degli anticonformisti da weekend. L’importante era credersi parte dell’avanguardia, perché l’avanguardia è un cuneo – si sa – e a fronteggiare quel cuneo in trincea meglio lasciarci gli altri, come ricordava Radio Città 103 col suo jingle in onda ogni mattina all’apertura delle trasmissioni.

Io invece vivevo con la mia famiglia in un borghesissimo appartamento appena fuori Murri, là dove la strada misurava l’arrampicata verso la collina per poi ritirarsi in fretta tornando rassegnata verso la città, prima morbida sulla linea ondivaga di via Fleming, poi giù a strapiombo dritta per via La Castiglia, sfociando come un fiume in piena sul mercato rionale di Chiesanuova.
In quei giorni, a uno dei due cinema di via San Felice che oggi non esistono più, programmavano un film canadese: Il declino dell’impero Americano. Non ricordo con chi andai a vederlo, probabilmente da solo.
Il Sundance non era ancora nemmeno nei pensieri di Robert Redford e io avevo pochi amici che si interessassero ai film del circuito indipendente. Anzi non avevo molti amici in generale, poi mi è sempre piaciuto andare al cinema da solo, per quanto poche volte mi sia in realtà capitato di farlo. Volendo stare in compagnia quell’anno sarebbe senz’altro stato più comodo puntare sul Tom Cruise di Top Gun, il Lambert di Highlander o l’accoppiata Rourke/Basinger di 9 settimane e ½, che peraltro avrebbe anche asfaltato il percorso verso serate di un certo rilievo in compagnia della fidanzata di turno.

Ammetto di averli visti tutti e tre quei film, inutile bullarsi del contrario. Anch’io una morosa da accontentare l’avevo e spianarmi la strada con lei mi pareva cosa saggia, anche a costo di pagar pegno di fronte a qualche pellicola di dubbio gusto. Del resto non ho mai fatto coppia con una studentessa del Dams che avrebbe indubbiamente meglio assecondato il mio interesse nei confronti di pellicole certamente più interessanti, tipo Velluto Blu, La mosca, True Stories e soprattutto Manhunter, uno dei miei preferiti di sempre. Tutti film usciti quello stesso anno, ché ora internet esiste, wikipedia pure ed è troppo comodo rivolgerglisi per poter dubitare della sua effettiva onniscienza. Ma, a parte le citazioni a caso appena dispensate, non è effettivamente di cinema che mi interessa scrivere ora. Anche perché se lo facessi cadrei presto in buca con uno dei tanti allievi del Dipartimento di Arti Musica e Spettacolo che oggi, al contrario di allora, conosco e frequento.

Volevo solo ricordare come a un certo punto di quel film canadese uno dei personaggi pronunciasse una frase che da allora si è inserita stabilmente nel catalogo dei miei aforismi preferiti: i migliori affondano nel dubbio mentre i peggiori sono pieni di incrollabile fervore.
Non so perché ma in questi giorni quella frase, che da allora conservo appuntata in una vecchia agenda, mi torna in mente spesso. Anzi il perché lo conosco benissimo ma non ho voglia di trattarlo. Non qui perlomeno.
In un’epoca in cui ogni opinione viene confusa con l’enunciazione di un preciso e incontrovertibile teorema matematico, avere dubbi è talmente fuori moda che ogni volta che me ne sorge uno preferisco tenerlo per me.

Nella vita ho messo in dubbio tantissime cose, ponendomi mille domande riguardo situazioni importanti ma anche rispetto faccende risibili e piuttosto inutili ai fini pratici. Così facendo mi sono terribilmente complicato l’esistenza e di converso non saprei proprio dire se in tal modo mi sia effettivamente guadagnato un posto tra “i migliori”, come recitato dalla massima del film canadese di cui sopra. Né mi interessa a dire il vero, ché tanto coltivare dubbi per me è sempre stata una necessità, non una scelta.
Ma a conti fatti devo ammettere di provare un pizzico di invidia per la stragrande maggioranza delle persone che viceversa detengono uno sterminato elenco di certezze riguardo ogni argomento. Quelli che hanno sempre un’opinione, quelli che non si pongono quasi mai domande, quelli che marciano per sequenze di dogmi senza sollevarsi problemi e non si prendono mai la briga di verificare la correttezza del proprio pensiero.
Il confronto è faticoso e rischia di far vacillare il giudizio, meglio evitarlo.
Vorrei essere come loro, anche solo per un giorno.

Chi dubbi non ne ha chissà cosa farà
dimmi dimmi dimmi dimmi, tu quanti dubbi hai
ebbi dei dubbi già il primo giorno di scuola
e all’Università ebbi dei dubbi ancora
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
non ebbi dubbi solo sul rock ‘n’ roll
nemmeno un dubbio solo sul rock ‘n’ roll!

(Edoardo Bennato)

Consigli per gli acquisti

Terry ” Bureau da I’m Terry (Upset the Rhythm, lp) in uscita il 16/11/2018

Terzo album, terzo centro.

Our Girl “In my Head da Stranger Today (Cannibal Hymns, lp)

Trio femminile di Brighton, album di debutto tra shoegaze e grunge.

The Shifters “Straight Lines da Have a Cunning Plan (Trouble in Mind, lp) in uscita il 21/9/2018

Melbourne oggi (ma anche Glasgow 1979, Auckland 1989, Londra 1986, Olympia 1990).

Bad Moves “Spirit FM da Tell No One (Don Giovanni Records, lp) in uscita il 21/9/2018

Da Washington DC, primo album: a perfect power-pop album, alternately explosive and vulnerable, loud and tender.

Parquet Courts “Wide Awake! – Danny Krivit Re-Edit da Wide Awake Remixes (Rough Trade, 12″) in uscita il 28/9/2018

Dance to the underground, one more time.

Arturo Compagnoni

I dischi che piacciono solo a me, credo #26

Plastic Bertrand – An 1 (RKM, 1977)

Come passa il tempo, quando sei giovane, insofferente e stupido. È davvero un attimo ritrovarsi vecchio, insofferente e stupido. Un piccolo attimo insignificante, un lampo e gran parte della tua vita te la sei già risucchiata in un domino di errori, scelte sbagliate, macigni e responsabilità. Ti guardi e quello che vedi sono cicatrici, adipe attorno al giro vita, rimpianti, stempiature e giorni tutti uguali. Vuoi mettere quando la stupidità era il tuo vero valore aggiunto? Magari condita da quella sicumera adolescenziale che ti permette di farla franca quasi ovunque e figuriamoci in provincia? Non devi vergognarti di nulla quando sei giovane, ampiamente scusato dalla carta d’identità.

Sono qui, in riva ad un mare che non mi appartiene, a rimuginare sulle complessità della vita, attorniato da condizioni climatiche incerte e una probabile pisciata che mi incombe sulla testa. Non so come vestirmi, il sole gioca a tetris con le nuvole, la spiaggia è stranamente deserta e in questo chiosco abbandonato da dominiddio sono – tolto un tavolo di foemine complex – l’unico avventore. The Only One I Know. Adriatico rozzo e incolto, senza patria; unica striscia di terra e risate che si snoda come un’ininterrotta collana di perle e sabbia lungo tutto il midollo spinale del nostro paese. Puoi essere a Grado, Caorle o a Senigallia ma le nostre spiagge sono un brand come il McDonald’s: tutte uguali, tutte con la loro italica impronta. Un misto di Dolce Vita e Sapore di Mare, ferme in qualche imprecisato punto tra gli anni sessanta e gli ottanta. Basta sedersi da qualche parte e ti rendi conto di essere sul set di qualche regista indipendente, non sei tu a muoverti, è la sceneggiatura che ti viene incontro. Ho appena visto passare Serena Grandi, mi attendo un ectoplasma di Tondelli o (dovesse proprio andarmi male) un verboso Jerry Calà. Le Foemine Complex sono un poker di thirtysomething che sembrano di casa in quel pezzetto di Aperopoli e Sangrilandia, forse reduci da un addio al nubilato, forse parenti delle titolari. Forse, più semplicemente, cameriere dello stesso pronte ad azzannare la giornata libera senza pensarci troppo sopra. Resta il fatto che si muovono agevolmente in questa balera alcolica, sembrano viverci. Schiamazzano con inflessioni dialettali e – a modo loro – sono persino simpatiche, tanto che la più spigliata del lotto impone musica proveniente dal suo smartphone alle titolari di ‘sto chiringuito del piffero. Tra una patatina e l’altra (e non si voglian vedere crassi doppi sensi).

Approvo ma senza darlo a vedere, non posso intromettermi, ho delle missioni pregne alle quali far fronte. Tipo farmi venire un’idea riguardo il prossimo disco da trattare per Sniffin’ Glucose. Giovedì è dietro l’angolo e in questa estate ormai deceduta sul filo di lana lo svicolare coatto dagli impegni non può e non deve diventare un alibi. Passo in rassegna files mnemonici e appunti sparsi, mi arrovello, sento addirittura il femmineo poker chiedere ai passanti – rari invero – una fotografia da pubblicare su Instagram. “Ma mi raccomando – sottolinea quella che sembra più nordica – in primo piano che così si vedono bene le tette”. Come no. Non avessi ospiti al tavolo mi sarei proposto per lo scatto, tanto più che la compila spotifai delle squinzie non è nemmeno male e pure il sole fa posto alla vita quando quel Three Of A Perfect Pair rinfresca il palato. Ho ospiti, già: sono con due Americani (non statunitensi: Americani). Martini, Campari e Selz. Selz non conosce una parola di italiano. Quindi sono già tre e per forza di cose uno di codesti dev’essere lo Spirito Santo; spirito nel senso di alcool, Martini senza ombra di dubbio. Di giocare a carte col morto non se ne parla.

Poi Transmission dei Joy Division si palesa sulla spiaggia e lo Spirito Santo si sente chiamato in causa, aleggiandomi attorno davvero: che ci fai qui, Ian? I’ve got the spirit, but lose the feeling. Pare un corto circuito emotivo. I Joy Division in spiaggia. Un concetto che il pensiero non considera. Chiederei un attimo di silenzio e raccoglimento ma nemmeno il bagnino (sorta di vichingo immerso nel testosterone) è deciso a darmi una mano. Così ascolto quella gragnuola di pezzi, tra un sorso e l’altro. In silenzio. Figlia degli anni 90 codesta playlist, mi dico. E così la di lei titolare. Lettrice di Rumore senza dubbio. È oltre l’indie mi sa, a sentire le scelte. Su su, verso il cerebro. Manco un Libertines a farmi muovere le chiappe di cemento, un Blur, un Happy Mondays. Un miagolìo dei Suede, che le donne ne andavan pazze, a quanto ricordo. Ma a caval donato non si guarda in bocca, soprattutto se ti fermi a pensare quale potesse essere l’alternativa, in quel chioschetto sfondato da quel clima stronzo. Una spiaggia deserta tagliata a metà dalle nuvole ma che ti abbronza il volto. Se è vero che qui non viene mai nessuno a trascinarmi via è altresì sacrosanto che questo vento agita anche me, con buona pace della Loredana e di Enrico. Poi si erge il riff di Ça Plane Pour Moi e tutto, improvvisamente si palesa. La combinazione fa scattare la serratura che fa scattare il forziere che prosciuga i bicchieri. Eccolo il disco! È un attimo perché il nastro si riavvolga, i nuvoloni prendano il sopravvento, le quattro paperelle foie gras si gettino in acqua e io veda le ruote del cosmo mettersi in fila, allupate. Eccolo il fottuto, stramaledetto, disco. E avrei dovuto pensarci prima dacchè materia che avevo già avuto modo di vergare per goduria personale qualche anno addietro. La sabbia annuisce, la coppia di Americani anche. Le tizie sono già lontane, perse dietro un immaginario divertimento acquatico: che Bertrandino sia, allora!!

Credo che An 1 sia stato – assieme a Trapezio di Renato Zero e una compilation della K-Tel dove svettava Asha Putli – il primo ellepi a me interamente ascrivibile, regalo di compleanno fortissimamente voluto e altrettanto forsennatamente rovinato da migliaia di ascolti coatti tanto da doverne bissare – qualche anno dopo – l’acquisto. Per un emaciato pre-puberale, ingenuo et padano era il punk all’acqua di rose che non poteva fare grandi danni alle sinapsi (sarebbero serviti i Ramones, per quello, giusto un paio di lune appresso). Ne sono legato da una sorta di gioiosa complicità, dall’afflato estivo (suona come dei Supergrass addormentati dall’imperizia alla corte dei Buzzcocks), da delle canzoncine frizzanti e da quella grande truffa del pop che si sarebbe rivelata solo molti anni dopo. Truffa che è (e resta) puro genio del male e del marketing. Del Plastic Bertrand poppettaro sciocco (Supercool fu il mio ultimo acquisto, e vi potrei anche dire quando arrivò in casa se non fosse oltremodo doloroso ricordarlo), del riciclato acid house o del presentatore televisivo contrito non mi interessa nulla. L’avevo abbandonato subito al suo triste destino, usandolo come palestra per fare il grande salto nel mondo che conta(va). Per me, per voi, per tutti Roger Allen François Jouret è innanzitutto quello di Ça Plane Pour Moi e poi – forse – di An 1. Stop. Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che quella canzone contagiosa e malandrina aveva del sale nelle sue ferite. Lo vidi e la udii in una vetusta trasmissione televisiva, lui zompettava querulo dandomi per la prima volta l’immediato significato della parola ‘anfetaminico’ mentre la canzoncina si spandeva elettrica per l’aere, immobilizzandomi come un taser sonoro. Plastic Bertrand, recitava la scritta in sovrimpressione sul tubo catodico, un nome buono per del mangiare per gatti (Wham Bam, Mon Cat Splash!) o un vibratore venduto per corrispondenza. Tre minuti di contagioso power pop punk che mi urtava i neuroni ma che non riuscii a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, domandai il 45 giri. Un anthem power pop più o meno innocuo spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali: dai Sonic Youth a Richard Thompson) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con mestizia i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata – appunto – una delle più grandi truffe del pop organizzata e astutamente congegnata dal vero MacLaren fiammingo: Lou Deprijck, produttore, fac totum (Fuck Totum) e Pigmalione. Con l’accento su Pig. Insomma, è una storia torbida, memore dei Bay City Rollers (dei quali Jouret era la continuazione virata King’s Road) e mai completamente chiarita questa, storia che periodicamente mi piace rimembrare. Seguitemi e sedetevi qui, le squinzie sono in acqua. Offro io.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned (aveva militato nei Bastard assieme a Brian Robertson, di lì a poco James), si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono intrufolarsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo (già nei Bastard) siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward. Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina e sempre in combutta con Deprijck chiede di poterne registrare una versione francese. Ward acconsente. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ça Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Il 6 Gennaio del 1978 il 45 giri è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata e una manciata di royalties (poche, pochissime dacché autore del testo inglese) ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck (aiutato, va sottolineato, da Lacomblez) mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale. Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non fomentare ulteriori dubbi da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio con una signorilità d’altri tempi (“è solo la versione francese del nostro pezzo, né più né meno” avrà a dire in tempi recenti, rinunciando a qualsivoglia vis polemica). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie il Plasticoso Bertrand sopra quei tre minuti costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da quaranta lunghi anni, nonostante il rovinoso outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

E invece, guarda un po’, nonostante tutto questo shakespeariano sconvolgimento in guisa di sceneggiatura, An 1 è un signor disco che ancora regge e suona bene, forse meglio di allora nonostante sia stato responsabile della rovina di almeno un poker di amicizie (una delle quali ancora m’offende). È rinfrescante, ha una scrittura furba e diretta, è provvisto di canzoni (spesso prese in prestito, come si è visto), e fila via come un Hugo. Che non è propriamente un vero aperitivo, ma ci va appresso di un’inezia, come un muscolo senza fibra proteica. E come quella sciocca bevanda da parvenues anche questo disco non è punk ma ne lambisce le coste, e quante battaglie dialettiche dovetti sopportare sul mio conto da conoscenti più scafati o semplicemente duri e puri per ammettere il mio gradimento verso questi 11 brani. Lo riascolto ora e – tolta – una compressione sonora di fondo davvero fastidiosa – la qualità delle canzoncine mi rimane appiccicata come sabbia salmastra. O come la playlist di queste quattro paperelle che non vogliono saperne di tornare a riva.

Quasi tutto il disco è farina del sacco Deprijck, sin dall’iniziale Le Petit Tortillard, continuazione binaria del mega hit di cui sopra. Ma c’è altro. C’è la isterica versione di Bambino di Dalida (a sua volta presa da Guaglione, firmata Fanciulli/Salerno e portata al successo da Aurelio Fierro), pezzo che avrebbe potuto scalfire qualsiasi classifica, dall’Egitto alla Norvegia. C’è una Sha La La La Lee degli Small Faces che non si fa sacrilegio ma omaggio e si lascia ascoltare col piedin battente e un sorriso beota stampato in faccia. C’è altresì una caraibica Dance Dance, una Naif Song che puote declinarsi reggae senza fatica alcuna (soprattutto nella conclusiva versione Solo Naif Song) e una Pogo Pogo, spogliata dal furore del Motello e resa Ramones così come la minimale ma debole Wha ! Wha! che pare presa di peso da Leave Home. 5,4,3,2,1,0 guarda a New Rose masticando blubble gum e un sax mentre Pognon Pognon è un inutile riempitivo che nulla aggiunge ad un disco sbarazzino ma assolutamente non stupido, a dispetto della sua estetica frizzante.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Jouret oggi – tolta una recente e sporadica partecipazione al Grande Fratello Vip belga – si dedica alla sua galleria d’arte. Lo chiamano pop, baby. Ma ora mi alzo e torno in hotel con un temporale che bussa forsennatamente nel cielo e ben altri pensieri da indossare, che quelli han sempre taglia unica e slim fit. Eyes, dark grey lenses frightened of the sun… Dance, dance, dance, dance, dance to the radio.

Michele Benetello

La teoria del disimpegno (Fiver #22.2018)


L’indie è morto. Brindiamo all’indie. Sono anni che sento dire che la musica che amo è morta: le chitarre sono morte, il punk è morto, il rock non ne parliamo; la musica indipendente è morta. Ecco, l’ultimo assunto purtroppo negli ultimi tempi pare trovare molti, ahimè moltissimi, riscontri.

Ma ci vuole un piccolo salto all’indietro per spiegare questo mio pezzo con cui felice torno sulle pagine di SG: avete presente “Il grande Lebowski”? Film culto per quelli che hanno, come me, superato da poco gli anta. Film della premiata ditta F.lli Coen, 1998, con un Jeff Bridges stratosferico detto il Drugo (The Dude in lingua originale) che diede nuova linfa alla voglia di rivendicare il fancazzismo come stile di vita della mia generazione. Il Drugo ama le canne, i white russian e il suo tappeto. E proprio questo, rovinato da un’orinata causata da un maldestro errore, innescherà una vicenda assurda splendidamente partecipata da quei fenomeni di John Turturro, John Goodman e il mio adorato Steve Buscemi. Un film che inneggiava allo stile di vita disincantato e fannullone: il Drugo nella sua vestaglia da casa sconvolto di canne era un inno al disimpegno. Un inno al vaffanculo globale, un inno al nichilismo non devastante e tormentato ma bonaccione e perditempo. La vita non ci fa male, non siamo disperati, semplicemente non ce ne frega un cazzo. Il drugo era l’esempio di come non stare al mondo. Di come, poi, conducevamo più o meno le nostre esistenze universitarie o giù di lì, chi più turbato, chi più sereno; tutti comunque votati ad un consapevole disimpegno. Consapevole. Segnate sulla lavagna la parola, please.

Poi. Poi passa un ventennio (porcamiseria). Passa in un lampo (riporcamiseria), succedono moltissime, innumerevoli cose: dall’esplosione di internet allora solo abbozzato all’avvento degli smartphone e a nuovi modelli di socialità che cambiano le regole di tutto. Ma proprio tutto: mai come dal duemila la norma sociale, il cosiddetto modus vivendi della massa, è cambiato, determinato da nuove tecnologie ormai del tutto fuse alle nostre esistenze. Ma su questi argomenti “alti” orde di accademici staranno già scrivendo più e meglio di me. Noi stavamo parlando del Drugo. Stavamo parlando del fancazzismo. Stavamo parlando del disimpegno. Del vaffanculo – molto prima dei vaffaday, signoremioperdonaci – a tutto senza se e senza ma. Ma con il sorriso bonario di chi ha deciso, studiato, capito che non ne vale la pena e quindi: olè, chissenefrega is the only way of life.

Ma occorre fare un altro saltello, questa volta di lato, per seguire questo mio pezzo con cui vi tedio in questo magnifico lunedì mattina di ritorno a uffici, scuole e lavori vari. C’era una volta la musica alternativa. La chiamavano così. A noi faceva un po’ ridere sentir parlare di quello che ascoltavamo ogni giorno come di un’alternativa. Alternativa a cosa? Beh, a quel mondo che per noi, semplicemente, non esisteva: il mondo dei Cecchetto, dei Festivalbar e del nazional popolare (mi perdoni il grande Vasco del suo primo decennio), dei San Remo e delle classifiche da TV Sorrisi e Canzoni. Quello che ascoltavamo noi non andava in tv, almeno non in quei canali e quando arrivava in classifica creava un “movimento”, un qualcosa di inaspettato (per gli altri) che ribaltava gli schemi. Il grunge ne fu l’ultimo esempio planetario. Ma per il mondo “mainstream” (parola allora ignota ai più) dei sei canali tv nazionali, la nostra musica era “alternativa”. Nascevano addirittura dei festival dedicati a far conoscere quello che altrimenti arrivava solo attraverso il buon vecchio passaparola nei negozi di dischi e grazie alle riviste specializzate (tra cui Il Mucchio Selvaggio, sigh). Comunque, tutto questo discorso sulla musica alternativa degli ottanta/novanta lo trovate molto ben spiegato in un documentario che ho beccato su skyarte un annetto fa: ne parlava Manuel Agnelli e forse lo speciale era proprio sugli Aftehours. Comunque. Perché questo sproloquio? Andiamo al dunque.

Perché la domanda che mi ha attanagliato e non mi ha fatto dormire costringendomi a lunghe notti ai banconi del bar negli ultimi anni – ve l’ho sempre detto che non era colpa mia, che c’era qualcosa che non andava e dovevo capire cosa mi trascinava verso il pub – è stata questa: ma chi se ne frega se l’indie è morto? Tanto, che problema c’è nel vestirsi male – le tute fine ottanta di Tacchini facevano cagare anche allora, ragazzi, sappiatelo – e scrivere canzoni mediobanali se non brutte tutte in italico idioma discutibile per grammatica e costrutto (in analisi logica alle elementari vi davano quattro, vero?) e riempire spazi da migliaia di persone poi vuoti quando vado io a vederci gruppi sconosciuti come gli Interpol (successo a Milano, l’anno scorso: eravamo quattro gatti e una settimana dopo per Ghali non si entrava in tutta l’area del Carroponte). Che male c’è? Qual è il problema? Proprio noi della teoria del disimpegno, del chissenefrega ci lasciamo turbare da gruppi che si chiamano come animali della savana e scrivono cose alla Zarrillo e Nek ma oggi sono indie? Chissenefrega. Ma ascoltati quello che vuoi. Per me puoi anche andare a vederti la Pausini, basta che non si esca mai assieme. Quindi, perché tutti questi pensieri? Poi, una coppia di turisti dell’est la settimana scorsa mi ha servito su un vassoio d’argento, anzi, su un bancone di marmo, la risposta alla domanda che tanto mi turbava.

Ultimo salto, prometto: nella vita di tutti i giorni, oltre ad annoiare il più gran numero possibile di lettori con racconti, romanzi e saggi, lavoro pure in una nota osteria del centro di Bologna, ormai frequentata in buona parte da turisti. Negli anni siamo finiti sulle guide straniere, poi il passaparola, i b&b del centro nati come funghi che ci consigliano, l’orario nonstop, la tagliatella fatta bene a due soldi; insomma, per un sacco di motivi siamo assaltati da turisti di tutto il mondo. Il fenomeno di Bologna iperturistica – mangiatoia per senzapapillegustative se vogliamo fare i cattivi, culla della cultura culinaria se vogliamo fare i bolognesi – è molto recente: sono pochissimi anni che si fatica a camminare per via Rizzoli come fossimo nel Village a NY a causa di orde armate di smartphone puntato verso l’alto a passo lento e dubbioso. Accolsi questa novità al lavoro senza riserve, anzi: era divertente spiegare agli stranieri che no, non si mangia la tagliatella col cappuccino e perché. Che dopo pranzo si beve il caffè e se ti piace il latte, caffè macchiato. Che c’è differenza tra sugo di pomodoro e marmellata, che la pasta scondita non è un contorno e un sacco di altre cose poco note al di là di Alpi e mari. Poi, si sa, la quantità vince sulla qualità e mi sono arreso anch’io. Di fronte alla turista americana che mi ordinò insalata con tonno e uova e caffelatte gettai la spugna. Pazienza: quando sono in forma ci proverò, ma alla fine – e vedete che torniamo all’inizio del mio pezzo – chissenefrega. Il Drugo avrebbe alzato le spalle, fatto un sorso di white russian e sorriso. E così ho cominciato a fare io. Mangia quello che vuoi, bevi quello che vuoi. Se vuoi non capire un cazzo di dove sei, essia, non ho certo intenzione di farti da papà, di educarti. Educarti. Educare, altra parola da segnare, come il consapevole di prima, sempre se non vi dispiace.

Ed eccoci allora alla risposta servita dalla coppia del far east, nuova terra di partenza del turista culinario contemporaneo che riempie qualunque baracca in cui si cucini qualsiasi cosa oggi a Bologna. Finito il pranzo, lei chiede un cappuccino, lui un double expresso. Sarò stato in giornata grilloparlante o rompipalle o chissachè, ma risposi “no”. Sorpresi, lei assume l’espressione offesa tipica dell’oltrebalcani che ormai conosco a memoria; lui, più mansueto, domanda “perché?”. E allora io spiego loro che con caffè lungo – il double expresso è una stronzata inventata da Starbucks peggio del babbo natale rosso della cocacola – e cappuccino ci si fa colazione, con i biscotti. Che alle tre del pomeriggio si prende caffè macchiato e caffè espresso, che siamo in Italia e this is the way here, poi, liberi tutti I’m an anarchist, you can drink what you want. Lui ridacchia, lei stessa espressione glaciale da oltre cortina di ferro. “Ve li offro io, provate, al massimo non vi piace, no? Che vi costa?” Bevono i due caffè. Lei immutabile nel viso ammonitore e marmoreo, lui, sempre più bonario, sorride, alza le spalle e “non l’avevo mai provato, buono” e se ne vanno verso la loro vacanza. E allora? Questo cosa avrebbe a che fare con le felpe brutte dei rapper, trapper, indiepopper di oggi e le loro canzoni – ecco, come dire, non trovo le parole – non proprio capolavori immortali? Ho scoperto grazie a double expresso ordinato in osteria cosa mi turba da anni. Educare. Educazione. Ecco il cuore del problema: la non educazione. Non nel senso di maleducazione, ma di assenza di educazione. Il non sapere. Il non aver provato, assaggiato, sentito che ha atrofizzato le papille gustative, come gli occhi, le orecchie. I cervelli. I cuori. Se sei abituato a mangiare precotti da discount, non capirai la bontà di una pasta fatta in casa con del tartufo fresco grattugiato sopra. Così, se vivi in mezzo al brutto e all’improvviso ti catapultano agli Uffizi, pochissimi saranno illuminati dalla bellezza della Primavera del Botticelli, moltissimi non lo capiranno e non per colpa loro, ma perché non sono abituati al bello, a una tela che trasmette emozioni profonde. Così, se ascolti merda dalla mattina alla sera, non solo non ti accorgerai mai di qualcosa che defecazione non è, ma non la capirai nemmeno quando l’avrai sotto gli occhi, pardon, le orecchie. Non te ne accorgerai perché le tue orecchie saranno abituate da troppo tempo a sentire robaccia da rima baciata, brutture in autotune, testi sgangherati, o così banali che Fabio Volo al confronto è Dante, che la mia prof delle medie m’avrebbe bocciato senza neanche passare dagli esami di settembre. E tutto questo, I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E. Ecco la tragedia: non è dispimpegno, non è nichilismo punk, non è essere il Drugo. È che non te ne accorgi più. Che a forza di sentire stronzate in sottofondo, quel sottofondo riempie la stanza, la testa, la vita e diventa il fondo. Il fondale su cui dipingi le tue giornate.

Ma che noia da vecchiume che state leggendo. Ma che palle con ‘sti qua che rivendicano un’epoca dell’oro della musica pre youtube sconosicuta ai millennials. E, infatti, chissenerega. Non è un problema che cosa volete ascoltare e chiamare musica. Ma che sia una scelta. La VOSTRA scelta. Se chi ascolta trap fosse anche solo minimamente conscio che esiste Battisti e che cazzaggiare con Sferaebbasta è – ok, non dico niente – legale; se ci fosse una minima cognizione del fatto che musica può essere qualunque cosa e che puoi ridere di un tormentone estivo e conoscere nota per nota le montagne russe dei violini di Vivaldi, allora io sarei sereno. Se ti va il cappuccino dopo pranzo, se ti piace, allora bevitelo. Ma tu non lo sai se ti piace, lo bevi perché te l’ha detto Starbucks. Se ti piace la musica che “va” oggi, ma benvenga. Se ti piace perché la trovi più bella di quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. Se ti piace Giusy Ferreri e conosci la Bertè, ma affari tuoi. È che temo che tu non sappia neanche chi era Mia Martini. Temo che ascolti quelle stronzate che scrivono (oddio l’ho detto) Takagi e Ketra perché te l’ha detto Spotify, non perché tu, amante del bel canto italico e profondo conoscitore di Jimmy Fontana, Alan Sorrenti, Fiordalisiso – senza scomodare De Andrè, Ciampi, Tenco, Conte e blablabla – poi hai scelto i pezzi di Tommy Paradiso. Perché se è così va benissimo, liberi tutti. Ma se non lo è c’è un problema molto più grosso di quello che potrebbe essere che musica ascolti. C’è che non sai più scegliere. Ma non solo: c’è che ti sei diseducato a sentire qualcosa di bello. E allora ti faranno sentire quello che vogliono e tu lo ascolterai. E da lì è un passo leggere quello che ti daranno e comprare i libri di Selvaggia Lucarelli e non sapere chi è Ennio Flaiano. E così via, sempre più in basso, sempre meno liberi con in mano l’accesso a tutte le informazioni e nessun gusto per trovare una direzione in cui cercare. Ma che rompipalle. Alla fine, come diceva Bennato – chi?– sono solo canzonette, no? Eggià. Canzonette. Libretti. Quadretti. Amorucci. Votini. E quindi, chissensefrega, caro Drugo?

E, invece, un problema c’è. Perché poi succede che, dopo essere stati a Berlino a mangiare un panino, prendendo due paracetamolo cinquecento col cuore a mille, pensate che questa roba qui sia musica e che tre metri sopra il cielo sia letteratura e le croste del primo stronzo che decidono di spingere sui social sia arte e allora poi andate a votare e votate cinque stelle e lega perché pensate che quella roba lì sia politica e credete che le cose non abbiano a che fare e invece è tutto figlio della stessa non attitudine a vedere la bellezza, a sentirla: the miseducation (magari fosse quella di Lauryn Hill, grandissimo disco). E senza bellezza i cuori si restringono, i cervelli si atrofizzano e a forza di non vedere mai un bel quadro smetterete di emozionarvi per un tramonto e a forza di smettere di emozionarvi per il colore del cielo al crepuscolo smetterete di sentire quello che vi sta attorno e e non proverete più niente. Per quello che domanda una moneta davanti alla Pam. Per chi sbarca qui dopo mesi, anni di violenza e torture in un lager libico. Vi berrete le stronzate che scrive Il Giornale o Libero, crederete davvero che esiste un’invasione dei mori peggio che ai tempi delle crociate, che c’è un problema immigrazione e che i grillini con la loro onesta ignoranza in ogni cosa faranno star su i ponti che i comunisti non hanno curato e quindi cadono. E poi potrete lasciar cadere una cartaccia in piazza San Marco e non raccoglierla e mettere i piedi a mollo nella fontana di Trevi che fa caldo. Il brutto uccide l’anima. Il brutto rende bruti. Fatti non fummo per viver come. Ma allora, la musica che fu indie e oggi è indiepop, indierap, indiesticazzi è la causa di tutti mali? Ma no, ridiamoci su. Alziamo il bicchiere, Dude. No, no amici miei. C’è molto, molto di peggio. Ma le cose non sono slegate, mai: siamo della stessa sostanza dei sogni, diceva il Bardo. Siamo i nostri sogni: se non diamo loro lo spazio per vivere nella bellezza, smetteremo di sognarli. La sostanza è una, l’attitudine è una e si rivolge a tutto e allora ascoltatevi quello che volete, ma non fate che quello che “capita” diventi il virus che vi fotte l’hard disk del cervello. Perché a mettere la capoeira e la cachaca di fianco alla favela perché avevi solo voglia di staccare, magari poi è un attimo frullare tutto e non capirci più un cazzo. Ma non di musica, nella vita, in generale.

Cazzeggiare è bello, Calcutta è pure simpatico e ha scritto cose ironiche e divertenti. Tanta roba che senti è solo la versione brutta di quello che già si sentiva trentacinque anni fa – TheGiornalisti docet, a riguardo – e non fa male ascoltarla e canticchiarla. Ma col cervello sempre acceso e le orecchie tese che c’è anche altro. Anche qui a due passi. Escono dischi belli e intelligenti come quelli di Nicola Setti e Ofeliadorme o divertenti come quelli di Baseball Gregg e Laser Gayser o potenti come quelli degli Stormo e di qualunque cosa tocchi Jonathan Clancy e la lista è infinita proprio in quel mondo che si chiamava alternativo e adesso non so più come. E nei club da cinquanta persone val la pena andare. Anche se poi vi sparate i concertoni indiepop e fate po poroppo po po come allo stadio – ma lì era roba da buzzurri, adesso è sdoganato – dieci anni e più fa. Ma la differenza tra Salmo e Carl Brave la dovete riconoscere. Tra un testo cretino come Amore e Capoerira e una canzone di Claudio Lolli dovete riconoscerla. Poi magari vi ascoltate Baby K e Myss Keta, chissenefrega. Però fatelo come esercizio: andate a una serata della Barberia Records, al Freakout, a un festival di Maple Death e ascoltate i loro artisti e vedete se riuscite a capirli. Non se vi piacciono, quello è gusto; ma se vi comunicano qualcosa, se arrivano. Se non succede, il virus è entrato. Ma tranquilli: basta fare un refesh. Andate subito a una mostra qualsiasi in una galleria importante o in un museo della vostra città, comprate un libro di Franco Stelzer, o di Pavese se non volete stare a cercare al Libraccio; ascoltate, mentre leggete, tutto Battisti – mannaggia, non si trova online – o Mina, o se non siete legati all’italico idioma qualunque cosa esca per Sacred Bones, Domino Records, To Lose La Track – avete capito il gioco di parole? No? Subito al museo, di corsa! – e tantissime altre. Poi, con una strana pace sconosciuta nello stomaco ritornate a Frah Quintale e Coez. Magari vi piacciono davvero lo stesso. E allora, alla Drugo, sorrido sincero e brindo con voi.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #25

Aphrodite’s Child666 (Vertigo, 1972)

Questione tricotica, secondo me. Di barba e di pelo. Facevano impressione, quando non paura. Rettifico: a me facevano impressione. Poi li sentivi cantare o li vedevi alla televisione ed erano (quasi) tutte armonie romantiche, mellotron e vocette angeliche sopra ziqqurat di tastieroni. It’s five o’ clock and I walk through the empty streets… Maaaarieeee Joooolieee… Raaaaaain And Teeeeeears. Vacca boia che romanticiume. E come mi piaceva. Mi piaceva pure che dei Greci avessero tentato di scardinare l’asse rock USA/UK, manco fosse stata una rivincita delle periferie.

Giravano un sacco di dischi degli Aphrodite’s Child a casa mia (assieme a Beatles, Area e Creedence Clearwater Revival), ma credo fosse cosa comune in quei primi anni settanta, lo chiamavano pop e si sentiva alla radio. Punto. Però rimanevo dell’idea che fossero brutti forte, dei ZZ Top del Peloponneso (con l’accento sul suffisso Pelo), o dei Banana Splits all’Horse Meat Disco, tipo. Resta il fatto che tutti quei vinili non erano miei, pure se in heavy rotation su un giradischi scassato sgualcito dalle mie impronte digitali. E quelle copertine colorate e psichedeliche ornate dai tre sovrappeso mi davano da pensare assai. Deve provenire da lì la mia battaglia contro il prog, forse. Una questione meramente tricotica, appunto, fondata sul pelo e sugli appellativi dei titolari: Vangelis Papathanassiou, Lucas Sideras e Demis Roussos. Vi sembrano nomi di popstar o di mezzofondisti ellenici?

Io lo vedo il fruitore di Sniffin’ Glucose, tutto PJ Harvey, Mogwai e Stooges rizzare i (uff, ci risiamo!) peli nell’affrontare la cantilena di un gruppo sinfonico spesso talmente pieno di glucosio da rasentare il diabete. E invece molti non sanno che mondi potessero instillare a chi ancora portava i calzoni corti, a maggior ragione non lo si può sapere oggi, che il mondo ha fatto mille giri (999 dei quali a vuoto) e a 7 anni la moltitudine di mocciosi col capello scolpito han già visto svariate tappe del Comunisti col Rolex Tour, magari accompagnati da Genitore 1 col tribale e le scarpe di legno e Genitore 2 con tette che sfidano la gravità e il saldo del conto corrente. O viceversa, non ho mai capito. Ti toccava immaginartele certe cose, negli anni settanta, e dovevi farlo pure in bianco e nero. Ma quei 75 minuti da passare su 666 mi sentirei di consigliarli assai essendo un vero e proprio capolavoro che di magnifiche sorti et progressive non ha quasi nulla, circumnavigando (e anticipando, pure) l’intero scibile musicale non solo del tempo. Registrato nel 1970 esce quando i tre Figli di Afrodite han cessato di esistere, e viene ascritto al nome della casa madre solo per mere ragioni contrattuali. È un disco solista di Vangelis, né più né meno, coadiuvato in tre brani da Roussos e a sprazzi da Sideras, capolavoro immenso che sigillerà l’avventura prima di far decollare il nostro verso Momenti di Gloria. Un concept album incentrato sul Libro dell’Apocalisse di Giovanni dove viene stivato di tutto, Arca di Noè scritta dal tastierista (aiutato dai testi di Costas Ferris) dove vanno a cozzare spezzoni di folklore, hard rock, avanguardia, prodromi di beat che diverrà brit, drone music, elettronica, ambient pastorale, tentativi di industrial. 4AD e Creation Records, psichedelia e musica concreta; Screamadelica pagana in mezzo ai pastori. Capolavoro l’ho già detto? Lo direste anche voi se vi approcciaste senza tutta quella spocchia che per anni mi ha intasato le sinapsi, accogliendo uno dei dischi più folli e coraggiosi mai apparsi sulle vetrine dei negozi. Nel 1972 (anno di uscita effettiva del manufatto) c’è già Starman a spazzare via dalle classifiche le onanistiche suites in un tripudio di mèches e lustrini; 666 invece va oltre, ci prova quantomeno. Si catapulta agli anni ottanta (inventandone una parte), torna a ritroso alla fine dei sessanta e si invola a rete con un cross dalla fascia laterale che arriva al 1995. Kosmische Musik col Flauto di Pan, Platone e Belzebù, Bafometti e Stone Roses, Black Sabbath e Cosey Fanni Tutti, Stockhausen e funk. Se non vi fa venire curiosità e mal di testa questo allora vi lascio agli Arcade Fire. Un disco stritolato dall’ambizione, dai costi proibitivi (si parlò di 90.000 dollari solo di spese di registrazione), da una tensione maligna e dall’ego spropositato di Papathanassiou. Un via vai di ospiti, baccanali, scazzi, personalità coinvolte: da Giorgio Gomelski (che stava girando con i Magma e i Gong) a Irene Papas, da Yannis Tsarouchis (famoso pittore greco) a Daniel Koplowitz. Un Sgt. Pepper all’ombra del Partenone, un Pet Sounds annegato nell’ouzo. Registrato nel 1970 e messo in frigo dalla Mercury per incapacità di comprendere siffatto suicidio commerciale. Salvador Dalì che viene invitato – nel 1971 – al party indetto da Vangelis per festeggiare il ‘primo anniversario di blocco dell’album’ e quasi quasi ci avrebbe collaborato a quel tripudio di sensi, orgasmi, blasfemie, sfumature che esplodono e follia, dice. Da farci un film di Kenneth Anger, no?

Magari titolato come il breve intermezzo che apre il disco (doppio, bene sottolinearlo), quel The System che ripete in loop su una serie di nastri vocali il nobile haiku We Got The System To Fuck The System! 22 secondi di Coil ‘gentili’. È Babylon ad aprire l’orgia vera e propria, e vien voglia di tuffarsi privi di sospensori. Estratta anche su fallimentare singolo eppure vi si possono trovar dentro cantautori inglesi, Supergrass, Teardop Explodes, Who (Pinball Wizard è giusto dietro l’angolo) e i Dodgy alle prese con The Snake di Al Wilson. Loud Loud Loud è un anticipo di Burt Bacharach e Elvis Costello, spiegati con uno spoken word e due accordi di pianoforte. Poi arriva The Four Horsemen e tutto improvvisamente acquista un senso, da questo disco alla vita. I Cavalieri dell’Apocalisse che ti percuotono l’anima centrifugandola dentro uno dei pezzi pop più perfetti di sempre, brano trafugato anche da Beck e i Verve (tra gli altri), salti e stacchi tra pulviscolo ambient caro all’Apollo Records, Ash Ra Tempel e ritornelli shoegazer su una chitarra che John Squire furterà senza ritegno per Love Spreads. Totale. Così come è totale The Lamb, folklore ellenico declinato pop, strutture e terzine che anticipano di decadi un sentire caro a Loop, Follakzoid, Oscillation, Dead Skeletons e il concetto di ripetizione elevato ad arte. Psichedelia tra le pecore, vibrafoni e la world music. Paganesimo e Rinascimento che affiorano anche su The Seventh Seal, laddove Tibet (anche nel senso di David) e Monte Athos s’accompagnano in delicati fraseggi. Ci sono in nuce già i KLF di Chill Out e gli Orb di Little Fluffy Clouds, ma – soprattutto – c’è il verso “and when the lamb opened the seventh seal, silence covered the sky” campionato dagli Enigma per The Rivers Of Belief. Disco che mette a dura prova, 666, sia per un vagare che pare privo di direzione (ma non lo è, ha un metodo nella sua follia) sia per l’immensa mole di musica stivata al suo interno. Siamo solo alla fine del Lato A e già la pecetta ‘capolavoro’ non vuol saperne di staccarsi.

È Aegian Sea ad aprire l’altra faccia del vinile e potrebbero valere le parole di poco sopra, Orb compresa e Pink Floyd in sovrappiù. The Dark Side Of The Child, da Pompei a Salonicco. Le si accorpano addosso per osmosi sia Seven Bowls sia The Wakening Beast forse il trittico più misurato e di maniera dell’intero lavoro. Lament inventa letteralmente i Dead Can Dance (The Host Of Seraphim è qui dentro, nemmeno troppo nascosta) e mezza 4AD; The Marching Beast conduce per mano dei Jethro Tull che si credono Pogues dentro i Van Der Graaf Generator. Senza Hammill. The Battle Of The Locust e Do It sparigliano nuovamente le carte con un hard blues alla Cream in odor di jazz immerso in acquaragia Santana. Senza la prima enne. Jazz e heavy metal che si rifanno vivi anche in Tribulation. La goduria è grande fratelli, e così spero di voi.

Non bastasse ci sono ancora nove brani, uno dei quali – The Beast – è un funkone da blaxploitation e tette grosse che mi aspetterei in qualche compilation di Gilles Peterson. Lascivia e wah wah mentre delle calze 18 denari volano per la stanza. Ofis è un brevissimo mantra tratto dal Teatro delle Ombre del folklore greco, importato dalla Turchia assieme alla marionetta Karaziogis. L’invocazione “exelthe ofi katiramene, dhioti an dhen exelthe essy, tha se exelthe ego! Ou! Ou! Ou!” (Esci, maledetto serpente, perché non esci da te stesso? Ti farò uscire!) Si può riassumere con un Pape Satan, Aleppe declamato da William Burroughs sotto ketamina. Seven Trumpets è uno spoken word che introduce il mega groove di Altamont (non serve spiegare a cosa si riferisca), funk torrido e tribale dove spugnettano Liquid Liquid e Blurt e che ispirerà i Verve di The Rolling People. Esoterico come un calice di assenzio infuocato versato su un piercing genitale rimane uno degli apici del pantagruelico lavoro con il suo miscuglio di ripetizioni percussive, terzine psichedeliche, afflati funk e inflessioni lisergiche. Sfuma sulla world music da Womad di The Wedding Of The Lamb efficacissimo strumentale pronto a gettarsi a sua volta per osmosi dentro a The Capture Of The Beast, drone music edificata su percussioni, psichedelia occulta, esoterismo ed effetti. Pare di avvertire l’arrivo dei Sepultura in ogni momento e invece è l’Immacolata Concezione di Infinity (“∞”) a crollarci addosso con un vento ostile. Anticipo di ogni Diamanda Galas del futuro che quivi però invece si chiama Irene Papas, solerte nel declamare Litanie di Satana fingendo orgasmi plurimi. “I was I am I am to come I was”, una Discipline (Throbbing Gristle) dell’inguine o una Je t’aime, moi non plus in un girone shemale. Brano che certifica in qualche modo la nascita di certa Industrial Music che di lì a un decennio si dipanerà. Poi, come se nulla fosse, ecco arrivare Hic And Nunc e la sua aria da Beatles e Maharishi Mahesh Yogi o – in alternativa – da Donovan e Cat Stevens. Siamo quasi alla fine, tranquilli. Ma prima c’è il buco nero di All The Seats Were Occupied, 20 minuti di maligno raga indiano immerso in lavatrice che diventa funk che diventa un esperimento di musica concreta che diventa pop che esplode in un caotico ammasso di cellule sonore. Incorpora elementi di gran parte delle canzoni dell’album autocampionandosi con somma efficacia e raro acume. Superlativo assoluto e inimmaginabile in quel 1970; dei Chapterhouse che si fanno produrre e remixare dai Future Sound Of London, anzi: dagli Amorphous Androgynous. Apice del genio di Vangelis e prove tecniche di colonne sonore. Chiude Break ed è ancora un gran sentire, la voce di Sideras porta dalle parti di certo pop da spot televisivo, come una innocua pubblicità della Badedas.

666 non mostra una crepa o una ruga, né un segno di cedimento dato dal tempo, si libra in un punto imprecisato dato dallo scorrere dello stesso, in una nuova dimensione a latere e priva di coordinate. Fasci di elettroni e partiture che ne certificano la qualità di capolavoro misconosciuto ai più. In 666 c’è l’atomo, il cuore e la madre ma vi sono innumerevoli altre invenzioni che verranno riprese un po’ ovunque, senza citarne la fonte. E – soprattutto – è un disco tutt’altro che prog.

Se per voi la musica rock è una Bibbia, questi Vangeli(s) apocrifi non dovrebbero mancare sul comodino. Un versetto ogni sera prima di coricarsi vi condurrà alla luce, anche se sono le cinque del mattino e cammino attraverso le strade vuote. Thoughts fill my head but then still no one speaks to me, my mind takes me back to the years that have passed me by. Ogni serranda di barbiere mi riporta alla triade Papathanassiou, Sideras e Roussos. E ai loro peli.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #24

Superstar18 Carat (Camp Fabulous, 1994)

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Scozia, sempre un bel posto se vuoi fare pop chitarristico condito da malinconie assortite e arrangiamenti vaporosi, figuriamoci in quella sbornia d’inizio novanta. No? Joe McAlinden in quegli anni è già una mezza personalità a Glasgow avendo fatto parte dei Groovy Little Numbers, dei Boy Hairdressers e – soprattutto – dei BMX Bandits; apprezzato e stimato musicista chiamato pure a corte dei Teenage Fanclub in guisa di arrangiatore essendone amico dai tempi della scuola. Non un pezzo grosso della tumultuosa scena autoctona ma certosino amanuense capace solo (solo???) di sfornare canzoni e arpeggi chitarristici, multistrumentista che preferisce corde e tasti alle parole per espiare peccati o raccontare storie. Ne racconta talmente tante che persino la Creation si scomoda – nel 1992 – per annettersi i Superstar, la nuova creatura del nostro, pronto a chiamare in causa nel progetto Mark Hughes (proveniente anch’esso dai Groovy Little Numbers), Neil Grant e Raymond Prior. Tre carneadi (il terzo finirà nei Telstar Ponies) lesti a dar manforte. Greatest Hits Vol.1 si chiama l’esordio dato alle stampe dalla prestigiosa etichetta. Il titolo confonde e la miscela pure; 6 brani che non quagliano molto e anzi abbandonano subito le forti braccia di Alan McGee per accasarsi altrove in una transumanza che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio e dello spartito. Non fa molto meglio Superstar (1994) che – sebbene su minuscola SBK Records – ha la corazzata Capitol alle spalle. Pare già finita e non lo è, come mille altre storie con le quali si è lastricata la storia del pop. Ma qui vi è un motivo preciso e fisiologico: troppo umbratili le composizioni dell’uggioso scozzese, sempre a latere rispetto al ‘glamore’ Suede o alla fenomenologia brit pop che comincia a sgomitare nelle classifiche. Cinque anni di carriera e nessun vero riscontro nonostante l’appoggio di due etichette tra le più quotate del pianeta, roba da distruggere i sogni di gloria di qualsiasi musicista. Non di McAlinden, che – dopo uno stop di 24 mesi – rimpolpa la formazione con Jim McCulloch (proveniente dai Soup Dragons), Quentin McAfee e Alan Hutchinson. Quest’ultimo già collaboratore di Alex Chilton. Girandola di nomi che potrebbe sembrare a vuoto, inutile tentativo di pescare nel mucchio, ma si rivela scelta vincente, fosse solo per levigare e rendere preziose le composizioni del nostro. Il risultato? 18 Carat.

Facciamo un salto indietro. O a latere. 1997. Forse in assoluto l’anno in cui ho comprato più dischi in vita, emigrante delle sette note pronto ad affrontare dispendiosi nonché faticosi avanti e indrè verso il Vallo di Adriano. Anno cruciale quello, da qualsiasi parte lo si voglia prendere e non solo per la morte di Billy MacKenzie (gennaio, ero giustappunto in quel di Londra) o di William Burroughs (agosto, ero giustappunto boccheggiante) ovvero due cardini della mia esistenza, ma anche per tutta una serie di vicissitudini personali comunque noiose e di nulla importanza in queste righe. Come che sia quello era l’anno di Mr. Cd, vetrinetta minuscola in quel di Soho dove – con cadenza quasi oraria – arrivavano casse di promo ad un prezzo irrisorio, un buon termometro per farsi un’idea di cosa stesse succedendo all’interno dell’industria musicale britannica o anche solo per passare pomeriggi in una sorta di trance agonistica. Centinaia di uscite, di nomi assurdi, di progetti, di cd single buttati dentro ad uno striminzito cartone e affidati alla corrente, quasi fossero messaggi in bottiglia. Fatica e dovere che assolvevo due volte al giorno, tra un salto a Cheapo Cheapo e il pellegrinaggio ai vari Record And Tape Exchange (Selecta no, Selecta era servita solo per prendere un determinato ellepi, do you know what I mean?). È lì che mi imbatto nei Superstar, in un imprecisato momento di un pomeriggio pieno di sole e di entusiasmo.

Folla sgomitante, una serata a Chalk Farm in arrivo e l’aria autunnale e romantica dell’omonimo singolo che si spende e spande lungo tutto il negozio, immobilizzandone le gesta. Magari non di tutti – parecchio materiale umano era affaccendato a squirtare gridolini su Bjork – ma le mie sì. Qualcosa che colpisce lungo l’aorta, qualcosa che ha la dimestichezza e il perimetro dell’amore quando si rivela e che ti costringe a chiedere lumi al solito commesso scorbutico. L’emaciato capelluto mostra una anonima copertina ornata da un altrettanto anonima scritta recante la dicitura Superstar. Quindi? Quindi niente, l’odiosa mezzala di ‘stocazzo lo ributta nella pila senza dire una sola parola, palesemente scocciato. Non sai se è il titolo, la band o chissà cos’altro. Non lo sai ma ti fidi e torni alle pile e alle scaffalature, certo di trovare il Sacro Graal o – almeno – quel singolo. Nel frattempo (cosa rarissima per una canzone udita in mezzo ad un pubblico infoiato) una lacrima furtiva circumnaviga il tuo corpo cercando una via d’uscita. Quelle chitarre, quel giro chiesastico di tastiere, quella batteria funerea e quella voce imprecisata, sepolta da un missaggio eccentrico e da un riverbero che solo gli abbandoni ti fanno udire, beh… Quella canzone ha ampiamente fatto breccia, trovando il pertugio per l’evaporazione della lacrima di cui sopra. Deglutire è sempre una buona via di fuga quando sei sbattuto al muro.

Guardo gli amici, protesi verso altezze delle quali andar fiero, pronti a setacciare singoli dei Bis, dei Super Furry Animals, dei Death In Vegas, dei Black Grape, dei Prolapse, dei Silver Sun, dei… Oh, che importa quando improvvisamente scorgi la costina ad alzo zero? È lì, tra un Elcka, un Jocasta e un Subcircus. Faccio poker annettendomeli tutti, certo di assolvere al mio dovere. In cassa l’emaciato lungocrinito regala una smorfia snob e – mentre al sole frizzante dell’imbrunire – accendo una sigaretta in attesa dei ragazzi, penso che mi verrebbe voglia di schiaffeggiarlo con la lacrima di poc’anzi, quel coglione. Chi ha il pane non ha i denti, piccolo e arido britannico che passi le giornate a impilare dischi dei quali probabilmente ignori l’afflato emotivo. Hai tanta roba che ti passa tra le mani, ma vorrei sapere quanta ti si sofferma sul cuore, con quella faccia da Slipknot che ti ritrovi. È solo quando ritorno a casa che dimentico la spocchia e il volto di quel Paperoga saccente, ma non posso ricacciare indietro la lacrima britannica mentre Superstar prende vita nel lettore e vi scopro pure un Robin Guthrie Melody FM Mix reso secco come l’aria del deserto mentre sogni il vapore acqueo.

Scoprirò molto altro, con il tempo: scoprirò che quel singolo si è inerpicato con fatica fino al numero 49 delle classifiche inglesi prima di scomparire in un anonimato crudele, scoprirò che persino Rod Stewart ne è stato colpito a tal punto da magari non farci una lacrima ma una cover sì (inserita in When We Were The New Boys, del 1998). Scoprirò una discografia parca ma di difficile reperibilità. Servirà un altro viaggio e l’arrivo di Amazon e Discogs per completare lei e chiudere per due lustri i miei approcci con l’Albione.

Però una cosa voglio dirla, e quella cosa si chiama 18 Carat. Un disco che consta di soli sette brani ma che risplende esattamente come tutti i carati chiamati in causa. E se del singolo s’è detto, arrotondandolo per estremo difetto dacchè meraviglia umbratile e sorniona che ti annienta come un Al Stewart arruolato nei Cocteau Twins o un Mick Ronson in osmosi con i Josef K. Onde di chitarre e di Breathless caduti di faccia sulla Sarah Records, sei corde ruggini iniettate di kryptonite ed effetti, echi di armonie lontane e una voce che spazza l’orizzonte, proveniente da sottocoperta, tra legni, carne essiccata e funi, mentre navighi in mare aperto. Che meraviglia figlioli, e come si vede nettamente terra, da qui. Quanto vorrei rivivere l’esatto istante in cui si rivelò dentro quello sgabuzzino in giorni che ancora si potevano appellare sereni e privi di paturnie. Lo sto riascoltando giusto ora, quasi in loop, richiamando a raccolta quella lacrima datata 1997 e soffermandomi sulla cristallina produzione di Dave Anderson, uomo già seduto in regia di Orange Juice, Al Green, Fine Young Cannibals, Ocean Colour Scene, David Gray e Sundays. Le armonie alla Brian Wilson che surfano sulle fredde baie di The OK Corral e il muro del suono chitarristico che come un onda giunge a riva in Why Oh Why, eretta con i Geneva immaginati sullo sfondo. It Feels So Good To Be With You ha qualcosa da insegnare a Dog Man Star e This Is Hardcore mentre Bumnote chiama a raccolta tutta la scena scozzese, che si veste a festa per rendere omaggio con chitarre, Big Star e pane azzimo. E poi Bad Hair Day a lambire di un soffio la perfezione del singolo, un Neil Young che si fa Bacharach indie prima di condurci alla fine, ovvero Little Picture. Nostalgica elegia edificata in punta di pianoforte con il naso rivolto verso una West Coast immaginata sui mari del nord, magari tra un Elvis Costello e un Elton John pre alopecia.

Che altro ti serve quando settembre si avvicina?

Ci saranno altre cose in casa McAlinden prima di chiudere l’avventura delle Stelle, alcune interessanti (Palm Tree, dove si puote nuovamente trovare la meraviglia Superstar), altre meno (Phat Dat).  Da qualche anno il nostro si diletta con i Linden, banda senza infamia né lode patrocinata da un altro scozzese famoso: Edwyn Collins. Quella lacrima, nonostante tutti i richiami possibili, non si è più palesata. Ma non dispero.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #23

Genesis… And Then There Were Three… (Charisma, 1978)

Ci vuole una discreta dose di coraggio per parlare di certe cose. Coraggio che va trovato dentro di noi, racchiuso da qualche parte, in scrigni inaccessibili protetti da una spessa coltre di pudore. Merce rara e pregiata che – mi è stato insegnato – non andrebbe mai esposta a facili consensi.
Cavatela con quello che hai, ragazzo, senza cercare facili scorciatoie” era un mantra inculcato dalla più tenera età, ‘che i paracaduti sono imprescindibili certo (non so se mi spiego), ma se riesci ad atterrare privo di quelle mutande di tela allora puoi andare ovunque. Senza mascherarmi per una imbarazzante versione di Karl Ove Knausgård però almeno una volta nella vita un atto di profonda catarsi è cosa buona e giusta, fosse solo per ‘vedere e dire a tutti l’effetto che fa’. Che poi – incidentalmente – questo disco dei Genesis sia (almeno per me) merda purissima, privata delle uniche due sagome a me simpatiche (Hackett e – ovviamente – Gabriel) non ha importanza e vi pregherei di non prendermi troppo sul serio, che il dolore è la cosa più comica che esista, una volta che l’hai superato. È un disco che mi cozzò contro proprio all’uscita e che funestò uno dei periodi più duri della vita. Oh, ma… Niente storie dickensiane, sia chiaro, ognuno di noi è lastricato di sofferenza, l’unica cosa davvero democratica di queste sporche vite a cottimo. Dolori, lutti, crucci, scelte difficili, inciampi. Spesso inestricabili e che cercano continuamente di venire a galla, liberandosi da quello scrigno che – ad ogni passar di luna – diventa simile a un macigno.

Follow You Follow Me la udii da una radiolina scassata in una vetusta trasmissione radiofonica della zona, condotta da un improbabile seguace delle Heart. Le Heart! Una delle band più inutili dell’intera storia dell’umano ingegno, roba che i Texas potrebbero tranquillamente assurgere al rango di novelli Kinks, al confronto. Eppure quel compassato speaker non mancava mai di magnificare l’operato delle sorelle Wilson, proponendo intere facciate, memorabilia, curiosità, continui aggiornamenti sui tour e tutta la letteratura a loro ascrivibile. Due coglioni immensi. Ma io ero lì, abbarbicato a quella radiolina minuscola in precario equilibrio sul tavolo, mentre tentavo di studiare geografia o la nascita della lingua Occitana. Ostinato e caparbio nel cercare di trovarlo simpatico e farselo – per necessità – amico. Il giorno che trasmise il nuovo singolo dei Genesis pioveva a dirotto, un giorno qualsiasi di un autunno davvero duro da superare; mi alzavo continuamente dalla seggiola, incapace di concentrarmi e innervosito da quegli spifferi che entravano da una finestra che aveva visto secoli migliori. Ero a casa da solo, come ormai succedeva da mesi, stritolato da subdole febbriciattole – oggi posso raccontarne con cognizione di causa – probabilmente di origine psicosomatica. Mio padre stava morendo. Accanimento terapeutico lo si chiama con una punta di civetteria oggi, per non appellare le cose col proprio nome. Accanimento terapeutico. Terapeutico, già. Come no. Evito i dettagli più intimi della malattia (vissuta quasi interamente in casa dopo alcuni soggiorni ospedalieri) ma ricordo benissimo il momento in cui venne condannato a morte: mi aveva accompagnato a fare degli esami per tentare di scoprire la natura di quelle maledette febbri, cogliendo l’occasione per sottoporsi ad un check up perché ‘mi sento un po’ fiacco da qualche tempo e ho continui dolori intercostali’. Un uomo forte e robusto di oltre un metro e novanta non poteva essere fiacco, ne andava del proprio ruolo sociale al bar, che diamine! Ricordo benissimo tutto come fosse stamani. Ricordo che uscii dall’ambulatorio e la dottoressa fece un segno a mio padre: “entri, dobbiamo parlarle”. Follow You Follow Me, proprio.

Da quel momento partì una tregenda ingestibile dacchè il verdetto non lasciava scampo: tre mesi. Una stagione, come le foglie. Un metro e novanta d’uomo barattato con una stagione. Non ci fu bisogno di grandi parole tra noi. Eravamo adulti no? Ero un ometto e avevo capito tutto. Ci guardammo in silenzio. Lo vidi cupo fumare l’ultima sigaretta prima di gettare il pacchetto; il desiderio finale di un condannato a morte, probabilmente. Non disse una sola parola. Dopo qualche giorno era già in ospedale a far da cavia, captai da mezze parole come fosse stata una scelta personale; non vi era speranza ma almeno che quegli esami – invasivi, certo. E dolorosissimi per l’epoca – e quell’operazione effettuata per studiare l’aggressività del male, potessero servire a qualcosa, in futuro. Magari proprio a me. Ripeto, lungi da farne uno spaccato dickensiano, la vita continua e spesso è edificata proprio sulle scomparse altrui, che ti sedimentano dentro e fan da fondamenta per quei domani che corrono sempre troppo veloci. Ne erano passati quattordici di mesi il giorno in cui Follow You Follow Me interruppe la dittatura delle Heart. Quattordici mesi e ancora resisteva, strenuamente e caparbiamente. Ne aveva da erodere quel nemico, prima di far cadere in ginocchio un uomo di quella stazza che non voleva darsi per vinto. Gliene rimanevano ancora nove davanti, ma nessuno poteva saperlo. Il pomeriggio del nuovo singolo dei Genesis avevo compreso tutto da tempo, senza farmene una ragione ma – almeno – il quadro clinico e un futuro incerto mi erano ben chiari. Paradosso vero? Aver chiaro un futuro incerto. Sarebbe stato pianto (poco, avevo fatto la scorza) e stridor di denti. L’incipit di quella canzone ebbe il merito di sigillare quel momento per sempre; che poi incidentalmente fosse anche una signora canzone per me – allora – non aveva importanza. Ne assimilai ogni goccia, simile a quella pioggia che non voleva cessare di battere sui tremuli vetri. Eppure odiavo Phil Collins, odiavo la faccia da Cocker Spaniel di Rutherford, odiavo la mediocre mancanza di carattere di Banks. Odiavo la prosopopea dei vestiti da fiorellino di Peter Gabriel. Parliamoci chiaro: non potevo prendere sul serio uno che si vestiva da margherita. Now I Wanna Sniff Some Glue, mica ballare il Foxtrot.

Odiavo tutto, mi sa. Ma ne avevo ben donde. Su Follow You Follow Me quel pomeriggio crollai. No, nessuna tragedia o sceneggiata, pure se sarebbe stata giustificata eccome per un imberbe pischelletto costretto a relazionarsi da subito con la solitudine, ma crollai. Venni a patti con il senso della perdita e mi entrò dentro, radicandosi. Lo fece proprio su un singolo tratto da un disco di merda. Ma non siamo noi a sceglierci le canzoni, spesso avviene il contrario. Grazie a Dio. E mi sento, ora, di chiedere scusa a tutti quei seguaci dell’agnello sdraiato su Broadway. Non me ne vogliate, ero figlio di quella terra di mezzo di elfica memoria. Troppo giovane per averli apprezzati nel loro momento di massimo fulgore, troppo vecchio per – un domani – poter approcciare la rivalutazione postuma di quei progster mielosi. I Genesis sono stati l’esatto volto del nemico, la truppa avversaria da spazzare via a colpi di maglio e di Mosrite. Il marciume che aveva reso puzzolente un intero pianeta sonoro. Eppure ero lì, aggrappato alle terzine di quelle tastiere e alla voce del già canuto Collins: stay with me, my love I hope you’ll always be right here by my side if ever I need you. Vacca boia ce lo aggiungo io.

Me lo feci prestare dopo qualche tempo quel long playing, molto dopo. Ben oltre i nove cruciali mesi, per essere preciso. Non credo di essere mai riuscito ad ascoltarlo per intero una sola volta, fermandomi quasi sempre alla sega primaria dell’iniziale Down And Out, che – riascoltata – oggi mi farebbe rivalutare gli Asia. Una fatica immensa quel disco, un marshmallow nauseante, una pomposa masturbazione tastieristica, una fatica spezzata da vaghi ricordi di Undertow (graziosa la penna di Tony Banks) e dal profumo postumo di Ballad Of Big, che scopro già prova tecnica di Invisible Touch (e così Scenes From A Night’s Dream). Saltavo sicuramente Snowbound e la sua solita pomposità piena di glutine per arrivare al tormentone strappamutande. Ecco, mi fermerei anche qui visto che … And Then There Were Three… è il più bel disco che odio e si tiene in vita solo grazie al singolo di poco sopra. Tenne in vita anche me, sono sincero, dandomi un momento esatto a cui poter attraccare ogni volta che la vita mi avesse messo davanti un ostacolo. Hai superato Follow You Follow Me e tutto quello che a lei era collegato; adesso puoi superare tutto senza menartela tanto, coglione.

L’incipit di La Mia Lotta di Karl Ove Knausgård è chiaro, conciso, talmente banale da rasentare una geniale stupidità: per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi si ferma. Cuore. Heart. Le Heart, chissà se battono ancora i palchi, se tormentano degli imberbi adolescenti, se hanno ancora seguaci così caparbi nel proporle alla radio. Ma anche i Genesis non furono degli sciocchi titolando il disco …E Così Rimasero In Tre…, quasi fosse un monito e un epitaffio del loro epocale cambiamento. Noi rimanemmo in due invece; il cuore di mio padre si fermò l’undici agosto del 1979. L’album non l’ho mai comprato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #22

Marxman33 Revolutions Per Minute (Talkin’ Loud, 1993)

Lo sapete riconoscere un bel disco? Sempre? Tutte le volte che vi capita sotto le mani o le orecchie? Siete sicuri? Oppure avete bisogno di lasciarlo decantare, prendere aria, iterarne gli ascolti? Dipende dal disco, risponderebbero i sapienti, con mucho gusto e altrettanta ragione. Che mica sempre gli amori si palesano con colpi di fulmine, e anzi: meglio qualcosa che ha bisogno di tempo per germogliare, innestando radici, sia una donna o qualche solco. Ognuno di noi ha le proprie innumerevoli liste (di dischi, non di donne) ma – sovente – in queste liste i Marxman non vi entrano.

Ed è strano assai visto che, in quel 1993, per un infinitesimale istante sembrarono (e furono) la risposta anglo-irlandese ai Public Enemy. Virata pop celtico. Agguerriti, arrabbiati, pronti a farsi bannare dalla BBC per Sad Affair, brano contenente il motto che ogni britannico ha imparato ad odiare negli anni: “tiocfaidh ár lá“, ovvero null’altro che lo slogan dell’IRA. E invece quei primi anni novanta erano giorni di distensione sonora, di fraseggi e unioni armoniche tra le più disparate. Di proclami guerrafondai affrontati con un certosino gusto pop, la mano tesa e una miriade di produttori. Proprio come questo 33 Revolutions Per Minute (a proposito: c’è mai stato un titolo più bello?), arrivato come una meteora cantata da un angelo (c’è la Sinead su Ship Ahoy, ricordatevelo) e altrettanto velocemente sparito nel cosmo dopo un ulteriore prova (Time Capsule) datata 1996. Altri tempi, e hai voglia poi a dire che lo sciocco guarda il dito anche durante l’eclissi visto che ora persino l’ultimo giannizzero della bachata ha 12 album alle spalle e una miriade di singoli. Liquidi. Solo sette in carriera invece per i Marxman (e nuovamente a proposito: c’è mai stata denominazione sociale più bella? Forse sì, ma pure questa non scherza). Sette singoli, tre dei quali estrapolati da questo esordio pressoché perfetto. E quanto eravamo entusiasti e grati a queste nuove sonorità che si palesavano per l’aere come un matrimonio misto, dove gli Shamen viravano dalla psichedelia all’elettronica senza sembrare opportunisti; dove Gary Clail bruciava immolandosi con uno dei dischi più belli dell’intera storia britannica (Emotional Hooligan); dove gli Orb ridisegnavano l’UFO Club; dove la On-U Sound si apriva al mondo vestendo di nuovo come le brocche del biancospino il ritorno di Little Annie (Short And Sweet. Favoloso per non dire immenso). Quanto fu rivoluzionario quell’impeto danzereccio virato in mille salse, quanti mondi ci diede l’opportunità di conoscere, quanto ci aprì – in definitiva – gli occhi con uno di quei giochini da cruciverba emotivo che, con un unico filo, univa i puntini da God Save The Queen a Firestarter rendendoci consapevoli che – forse – c’era stata più rivolta incontrollata in un qualsiasi white label degli Shamen passato allo Shoom che in tutti i mariachi col pugno alzato e la chitarra belluina dei Rage Against The Machine. Oppure no, ma era comunque bello confondersi.

Cotanto senno invece non attecchì, sembrando soltanto l’ultima moda in fatto di meretrici ritmici, qualcosa da batterci il piedino il venerdì sera con una pinta in mano (non c’erano ancora le aperiminchie tutto chiacchiere e latino-americano). Ma quanto armeggiavo con questi suoni, dentro una camera che pareva un Loft di Mancuso campagnolo e in seconda, provvisto di 12” sparsi per terra, cavi, giradischi spaiati e un mixer di legno (giuro!) che sembrava provenire dagli scontri di Stonewall tanto era vetusto. Aveva solo due canali e mi era costato 70.000 lire, il decennio prima. Lo considero ancora come il decino di Paperone e nulla al mondo mi toglie di dosso quel sapore di tavole fumose, vinile gracchiante, liquido per pulire i solchi e copertine appiccicate dal caldo. Da farci un profumo alla Davidoff solo per noi, vecchi bacucchi del vinile che ancora innalzano barricate a tutte le pubblicità Vodafone con la scosciata di turno. Ridateci Britney, che almeno cantava Toxic.

Ma sto divagando.

Sto divagando quando invece mi piacerebbe riaccendere quella febbrile ansia positiva che ci colpiva su ogni disco pronto a portare più avanti (o di lato, che così non offri mai la schiena al nemico) la nostra idea di rivoluzione. Che accadeva 33 volte al minuto. RPM, giusto. Invece mi sento come uno di quei coglioni alle Termopili, uno inutilmente indaffarato a mettere le dita nei buchi della diga. Un giapponese nascosto nella foresta, 25 anni dopo la fine della guerra. Un coglione, l’ho detto. E così spero di voi, assicurandovi che – alla fine – è un complimento. Perché nessuno ci toglierà mai quel batticuore, quella voglia di scoprire ed informarsi, quella fatica (anche fisica) che si doveva mettere in atto per recuperare e poi comprendere un disco. Pesano i dischi, accidenti. Pesano un botto, non ci stanno sull’iPhone, non hanno un suffisso punto wav, necessitano cure e non li puoi eliminare con control alt canc. Te li tieni, a monito e futura memoria di cosa eri in quel determinato passo della tua esistenza. E anche se siamo di bocca buona, abbiamo scheletri negli armadi (talvolta vere e proprie salme) e siamo affetti da lune nostalgiche e sciocche retromanie quanto avremmo bisogno oggi come oggi di quei tempi, fosse solo per stringerci come legione romana dinanzi a “gli ultimi posti in aereo storie di palme nel cielo foto con l’hashtag io c’ero andale, andale portami giù dove non si tocca dove la vita è loca andiamo a ruota questa notte è nostra faremo come il vento da 0 a 100”.

Farei anche io come il vento, un ghibli rovente che deterge e cauterizza stando attento, ma non mi è concesso perché lo chiamano progresso. Lo so fare anche io il rappettino, stronzetta. Rap prima di te. Posso invece solo fare come il giapponese e fingere di non aver perso la guerra, magari ascoltandomi ancora e ancora – in loop – cotanta meraviglia chiamandovi tutti a raccolta. Da 0 a 100.

Oisin Lunny e Hollis Byrne erano i Lenin e McCarthy dell’hip hop isolano, pronti a salpare sulla scialuppa marxista prima di autoaffondarsi in mare aperto, resistendo alla tentazione del riciclo o del recupero. Non vi saranno altre note, band o progetti da parte della coppia, con il primo pronto a dedicarsi alle colonne sonore (Derailed consta di un suo pezzo) e il secondo sparito in un anonimato coatto. Così si fa, altro che ‘mille e non più mille’. Eppure quanta roba sono riusciti a stivare in quella scialuppa chiamata 33 Revolutions Per Minute, a partire dall’hip hop balcanico e celtico di Theme From Marxman, traccia che apre il disco con impagabile sagacia (Here to break necks and make socialist sex I flex like Marc Bolan from T.Rex) e che passa il testimone a All About Eve, altra meraviglia che unisce in osmosi il campione di High Steppin’ Hip Dressin’ Fella delle Love Unlimited innestandolo su uno Stevie Wonder d’annata (I’d Be A Fool Right Now). Stupeficio da anime candide, che siano Soul II Soul o De La Soul. Non porta una ruga addosso e non ha nemmeno bisogno di chirurgia plastica tanto è perfetta di suo. Father Like Son spinge sulla frizione della protest song in bilico su tempi grami, che siano stati di John Major, della Guerra del Golfo o dell’ex Yugoslavia. Mantra metallico che sa sì da Al Stewart ma posto sotto ipnosi da Chuck D. Mi entusiasmo ancora per questi 10 brani, e come potrei non farlo quando si palesa Ship Ahoy, forse uno dei 5 singoli più importanti degli anni novanta. Quattro minuti di perfezione assoluta dove cozzano balli irlandesi, Van Morrison, i Massive Attack e un bhangra rap. L’impossibile che si fa divino. Hip Hop che diventa ‘altro’ mutando pelle e riflessi mentre i quattro (oltre a Byrne e Lunny sono della partita anche MC Phase e DJ K One) gettano macchie di colore su una tavolozza intonsa proveniente da altri tempi. Sublime come il fiato sul collo di notte in riva al mare, sventolando una bandiera del cuore ad una nave che non arriverà mai. Sarebbe difficile far di meglio dopo cotanto senno e invece Do You Crave Mystique s’innalza alle stesse altezze rarefatte. Proveniente dalla penna di Gladys Shelley, trasmuta la grande tradizione orchestrale americana in un Unfinished Sympathy alla Prince. Prodotto da Barry Manilow, però. Sad Affair alza il livello dello scontro tramite un proclama contro la dominazione inglese in Irlanda. Invettiva durissima, sputata e spietata che i nostri incollano al muro con un retrogusto trip hop così barricadero da rimanerci incollato anche tu. Droppin’ Elocution sarebbe stata bella indossata da Lee Perry o Dr. Alimantado con quelle ritmiche aride e disossate (Revolution is not anarchism not cynicism or an anachronism there’s isms and schims, the cast iron prisms). Un po’ Consolidated un po’ no. Dark Are The Days percuote flauti e vero hip hop tramite l’innesto di Leroy Quintyn (già collaboratore di Chaka Khan) mentre Drifting è un acid jazz che avanza come una pantera di notte, in cerca di copule tra amanti. Curvilineo, sensuale e prodotto – pensa un po’ te! – dai Gang Starr. Chiude Demented ed è un ottimo sigillo di classico hip hop dinoccolato.

Mi sembra meno amaro questo sole acido e incattivito dal suo continuo roteare dopo l’ascolto ripetuto dei Marxman e – sebbene sia passato un quarto di secolo – non ho perso la speranza di un mondo ‘altro’ e non allineato. Un mondo con pochi scarti sociali e ancor meno umani. Magari non serviranno 33 rivoluzioni per cambiarlo, ‘che una ben assestata basta e avanza. Fatelo vostro se amate celarvi all’urlo belluino della folla, se vi piace sezionare le parole col coltello invece di gettarle alle ortiche o solo agli sciocchi, 33 Revolutions Per Minute rimane ancor oggi una risposta forte e decisa; una risposta sociale, emotiva, marxista. E geografica dacché continua a dimostrare che anche Dublino poteva essere Bristol.

Dica trentatrè.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #21

Filipponio – Per chi vuol capire (Fonit Cetra, 1977)

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Alla fine l’unica cosa che veramente mi importava era il nome. Il nome e come suonava mentre te lo rigiravi in bocca come una Big Babol al bitume. Filipponio. Fi-Lip-Ponio. Sentire lo slalom sulle doppie, l’allitterato parkour, la semplicità geometrica seppur curva di consonanti. Un nome concentrico. Sapeva da fumetti, da piovre e rotonde sul mare, da cartoni animati tipo “Tofffsy (con tre effe – ndr) e l’erba musicale” (questo non ve lo ricordate, vero?); lo vedevo salire su un palco con le mani in tasca e quei riccioli ribelli e partivo per la tangente, chiedendomi chi avesse dato una chance a quello strano gigolò di borgata. Gli mancava il borsello a far pendant con quell’aria dinoccolata a metà tra un lettore di Babylonia e un militante di Lotta Continua scevro di Parka e colpito da amnesia. Non mi piaceva nemmeno la musica che proponeva, ad essere sincero. Io ero in piena pubertà, cercavo i soldatini Atlantic e ravanavo i 45 giri degli Shocking Blue in collezioni altrui; sorbirmi quella triste e noiosa miscela cantautorale che sapeva da night club, femmine procaci, lenzuola spiegazzate e fumo di sigaretta non era ascrivibile alle mie passioni dell’epoca. Nemmeno l’Olanda di Cruijff e Neeskens era tra le mie passioni dell’epoca, ostia. Figuriamoci Donato Filipponio, cantautore sciupafemmine ombroso e in odor (lontano odor, lontanissimo) di Paolo Conte che – per un brevissimo istante – verso la seconda metà degli anni settanta, ebbe un guizzo di notorietà. Mi guardavo ridendo i suoi baffi tra Freddie Mercury e Sandro Mazzola, ascoltavo tutti i filamentosi (con l’accento su lamentosi) birignao gutturali che proponeva e poi passavo ad altro, che fossero Dee D. Jackson, Sandokan o la solita interminabile et solitaria partita al Giocagoal.
Non se lo filava quasi nessuno e lui, di rimando, quando si presentava (raramente invitato, sia chiaro) a quelle insulse trasmissioni tipo Saint Vincent o La Gondola d’Oro rispondeva a tono, esibendosi piacione con noiosa noncuranza e un sorriso caro ad un altro Donato: Bilancia. Pareva un Califano bisex. Stessa voce ombrosa e al gusto catrame, solita sigaretta, identici pantaloni svolazzanti, stessa camicia da mandrillo di riviera pronto a vantarsi di copule multiple e inenarrabili. Amava Brèl e Aznavour invece, il nostro, e io ci misi anni e anni per riuscire a trovare qualche reperto ascrivibile al suo canzoniere, che mica siamo nati con Discogs tra le mani, ‘noi che scavavamo l’oro nel Klondike’. Non era roba da Anima Mia, non era roba per abbronzate nostalgie in fascia protetta di Carlo Conti. Non era (ed è) nemmeno roba per Techetechetè, quella trasmissioncina Rai che ogni tanto un brividino te lo provoca. No, Filipponio era e rimane un desaparecido della musica italiana, completamente rimosso e dimenticato. Non che si sia adoperato tanto per farsi ricordare, lui e la sua avventurosa vita, se persino le notizie della sua morte risultano frammentarie e di difficile reperibilità. Di Filipponio, madre autoctona e padre greco, rimangono solo una manciata di dischi (6 album per la precisione) e una sequenza di canzoni umbratili, equivoche e crepuscolari. Un po’ – appunto – Califano, un po’ chanson française, un po’ night club al limite della legalità.

Musica da Pincio”, la chiamano dalle mie parti. Roba da divanetti sdruciti e smagliature di calze, da rossetti famelici e whisky torbati sorseggiati in penombra. Roba da peli su petto abbronzato e orologi da un chilo; roba da piste da ballo (e non); roba da Francis Turatello e Sammy Barbot. Roba da donne problematiche, in pratica. Roba che gli americani mica erano capaci a farlo così l’amore, con i loro dentoni scintillanti e i Burt Reynolds. C’avranno anche avuto il groove gli yankee, ma a far capitolare una femmina di notte, questi marpioni della canzone italiana erano imbattibili. Pensare che i priapici satrapi d’oggidì sono stati costretti a passare dal Califfo a Biagio Antonacci qualche turba te la provoca eh. Blu blu l’amore è blu e quindi è ovvio che poi ti serve la pastiglietta dello stesso colore se non hai un substrato sonoro che ti aiuti nella missione.
Ognimmodo non siamo qui per farne una questione di tacche sulla pistola (scusate) ma per passare qualche minuto scambiando due chiacchiere su un tizio che esordiva nel 1976 con Una Sigaretta Fumata In Due per la FMA, etichetta di Federico Monti Arduini (per tutti: Il Guardiano del Faro). Ma riesce a far di meglio l’anno dopo quando becca la canzone della vita o quantomeno di una porzione della stessa, quella notturna. Pazzo Non Amore Mio è contenuta su questo Per Chi Vuol Capire, album che feci mio qualche anno fa alla modica cifra di 3 euro tramite una matrona che avrebbe potuto benissimo essere stata una vittima del Filipponio, pronta a svendere cotanto senno assieme a originali reperti d’epoca siglati Branduardi, Jannacci, Conte, Vecchioni, Tofani. ‘Che io sarò anche esterofilo ma c’ho i piedi ben piantati nello stivale. Raccoglievo ellepi come dinanzi a un tiro a segno e guardavo la svanita beltà di quella donna che si stava disossando la collezione vinilica. La osservavo di sghimbescio e mi facevo delle domande maliziose mentre la pila si innalzava. Erano suoi o di un ex amore? Perchè un banchetto zeppo solo di ellepi italiani e francesi? Chi era, la Mata Hari della Ricordi? La Theda Bara della Pathé Marconi? E perchè quegli occhi tristi bistrati da un mascara totalmente anni settanta e forse proveniente proprio da quel decennio? Non aveva nemmeno una borsetta dentro la quale inserire la polverosa mercanzia, ma sono uomo previdente et premuroso e non mi persi d’animo. È a casa che innalzai un film a mio uso e consumo, tramite una infruttuosa ricerca in rete. Poche, pochissime le notizie riguardo Filipponio. Avevo più ricordi di seconda mano io che seri dati oggettivi quell’internet che quando ti serve davvero non c’è mai.

Tocca dunque rimetter sul piatto Per Chi Vuol Capire e accendersi una sigaretta sgualcita con un aplomb alla Goemon. Che è il braccio destro di Lupin, non il rapper. Avvicinarsi a Filipponio non è semplice, si corre il rischio di liquidarlo come un Franco Califano in seconda, buono per tardone con la rosa sgualcita tatuata sul seno e l’anellino all’alluce. Vero, ma c’è di più. Poco, ma c’è. C’è uno spleen latente, una tradizione armonica tutta italiana che va da Bruno Lauzi a Luca Carboni, una voce roca fuori tempo massimo. C’è un disco assolutamente non ascrivibile al capolavoro e anzi. Fermo in quei mediani anni settanta, di quelli col Super 8 e la Fiat verde bottiglia, di quelli che persino l’austerity riuscivi a viverla come una elettrizzante novità a colori. Insomma, sto facendo di tutto per non parlare del disco, relegandolo ad una Polaroid sonora di quel decennio, ed è facile che me lo demoliate a mazzate, con comprensibile ragione. Ma a me mancano quei personaggi borderline, di quelli che ti chiedi come potesse davvero essere – allora, in quegli anni – la discografia per avere una visionarietà e un’incoscienza simile. Mi mancano come l’aria le storie sordide o soltanto sfortunate. Mi mancano Fanigliulo, Alfredo Cohen, Enzo Maolucci, Claudio Daiano, Leo Nero. Persino Rossano (che storia truce, ragazzi), Alessandro Bono (uno che prenderà parecchio da Filipponio) e Stefano Rosso. Tutta gente che (chi più chi meno) ha annusato la spazzatura e le briciole dello show business, rimestando nel torbido con la vita, con i pensieri o con le parole. Le omissioni no, mai.

Mentre gira gracchiando rimango con quell’idea primeva che mi colpì dal tubo catodico (Saint Vincent o La Gondola d’Oro? Oppure le retrovie di un Festivalbar? Non lo saprò mai). Per Chi Vuol Capire è un disco che – musicalmente – non lascia segni tangibili, ma ha la grande forza di estrarre ricordi. La title track gratta su un cantautorato vicino a Andrea Mingardi, Tu Mi Confondi prova ad ampliare lo spettro armonico su un’ingarbugliato canovaccio che il primevo Vasco Rossi deve essersi studiato alla perfezione. Il Gioco Della Torre imbarazza con uno spoken word alla Buonasera Dottore, teneramente ingenuo e sopra le righe nel giocare il ruolo del playboy su un sottofondo alla Fausto Papetti. Manca Sidney Rome o Nadia Cassini per estrarre il bingo. Pazzo Non Amore Mio è la sua Tutto Il Resto È Noia mentre Silvia E Andrea continua la ricerca di un cantautorato smarrito e Fuoco si immola su un letto a baldacchino senza infamia né lode. Buono invece il soul funk di L’Avventuriero (estratto anche su singolo), slow motion che avrebbe veleggiato bene sopra un Battisti londinese con uno schioccar di dita ‘quasi’ nu disco. Riesce – da non crederci – a far di meglio la sorprendente Disamore, sublime nel ricomporre uno spleen da distruzione affettiva tramite una coda di sassofono luciferino. Forse il brano più incisivo (lo inserirà anche in Sensazioni Precise, del 1980) di un disco che oggi è solo materia per nostalgici o amanti del trash peloso.

Siamo sinceri e ripetiamoci ad lib: mica è un capolavoro codesto, eh. Nemmeno un gran disco, nel senso comune del termine. Non si anela a De Gregori, non scherza con Gaetano, non si Dalleggia a centrocampo. Si parla di donne, orizzontalmente e verticalmente, con tutte le conseguenze del caso, misoginia compresa. Le uniche vaghe reminiscenze sono – principalmente fisiognomiche, ne convengo, ma anche per una certa maschia noncuranza nell’estrarre le parole – con Paolo Conte e con il Francone più volte citato. E chissà se hanno mai girato assieme i due, magari al Jackie O’, dove il Califfo aveva preso stabile residenza, iniettandovi pure capitali solidi, liquidi e gassosi. Me li sarei visti bene, impavidi nel bloccarti gli ormoni della crescita distruggendo la tua autostima dinanzi ad un agglomerato così tenacemente anni settanta. Polvere sei e – erm – polvere ritornerai.

Ritornerà sulle scene anche Filipponio, riciclandosi brevemente Italo Disco (Love Italiano è un 12” che solo i tedeschi tutto Fanta & Cappuccino potrebbero apprezzare, sin dal titolo) prima di sparire in un anonimato implacabile e in un destino cinico e baro.

Donato Filipponio muore nell’aprile del 1995, pare a causa dell’Aids. Della donna bistrata non si hanno più notizie.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #20

Nina Hagen – Angstlos (CBS, 1983)

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“Der neueste Nightclub macht auf heut’ Nacht”

Mi ripeto spesso che Nina Hagen è responsabile della mia salvezza. Non per convincermene, solo per ricordarmi come alcune volte i bivi della vita affrontino inaspettate curve. Senza derapare. No, nessun miracolo, nessuna auto prossima ad investirmi, nessun meteorite o Torre di Guardia. Nessuna tentazione di tifare Juventus, soprattutto. No, niente di tutto questo; mi impedì solamente di cedere, ritornando sui giusti binari – a scartamento ridotto, bene sottolinearlo – nei quali la mia vita si era instradata. Cose di nullo conto, che credete, ai massimi sistemi non ho mai dato gran credito dacchè sono le piccole cose a renderti davvero pregna l’esistenza, per quanto piccola e miserevole possa essere, e se nasci tondo al massimo puoi morire ovale.

Nel 1983 avevo un flirt – uno dei rari: piccolo ma significativo – uno di quei soliti flirt senza infamia né lode che ti colpiscono durante i quadrimestri. Un po’ come il raffreddore o la classica insufficienza, inaspettata o meno. Sai che arrivano ma non sai quando. Un piccolo affetto adolescenziale: stesso istituto e stessa sezione. Una misera classe di distanza. Una brava ragazza, incidentalmente agli antipodi rispetto ad un autistico e sciatto appassionato di musica piuttosto borderline quale ero solito essere. Una brava ragazza, ripeto: bravissima, quasi perfetta. Il mio contraltare esatto, l’altra faccia della medaglia fuori corso. Laddove ero insofferente e menefreghista lei era puntuale e presente; dove mi inalberavo in voli pindarici di nullo conto lei aveva la testa sulle spalle ed una maturità fuori dal comune. Pure troppo. Ci frequentammo per un po’, con molto spirito e poco corpo (la precisione carnale di alcune donne è davvero fuori dal comune sebbene debba ammettere che nemmeno io ero ‘sto fulmine di guerra). Fu tutto precipitoso, troppo precipitoso. Precipitoso e inquietante, tanto che – in men che non si dica – mi ritrovai ammesso a corte e ai pranzi di famiglia, senza rendermene conto. Io volevo acquistare i dischi delle X Mal Deutschland e invece mi scoprivo a conversare amabilmente con la nonna; vecchierella simpatica che – forse – aveva già capito tutto. Ero spacciato e non lo sapevo.

Una domenica d’inverno fui costretto ad accompagnare lei e la sua cricca di amiche Fruit Of The Loom nella discoteca più in auge della città. Una discoteca con tutti i crismi, di quelle totalmente anni ottanta, con tutta la loro Italo Disco in rassegna, i Ciao parcheggiati nelle vicinanze e il Bosford in bella vista sul bancone. Un agglomerato di divanetti damascati, giacche a doppio petto, ballerine (le scarpe), cocktail del cazzo e chiacchiere inutili. Non vi ero mai stato per alcune mie scrupolose paturnie relative a nebulosi vincoli morali. La lotta di classe, mi dicevo. Lotta di classe (scolastica e non) uber alles, la stessa che mi rendeva extraparlamentare in quell’istituto dove non è che fossi propriamente un maître á penser. Ero riuscito a non mettervi mai piede, strenuamente bellicoso verso quella riccanza stronza. Ma per amore (o un suo surrogato) i sacrifici sono all’ordine del giorno. Vi andai con la morte nel cuore, devastato dalla consapevolezza che mi stava attanagliando sterno e gonadi.

Un vecchio palazzo in centro città, un novembre triste come Desertshore di Nico, un ingresso costosissimo, decine di coetanei vestiti di tutto punto, una coda immensa. Un gelo – dentro e fuori di me – insostituibile. Ci accomodammo su alcune poltroncine Luigi XVI color porpora ad ascoltare musica di immane bruttezza (Gazebo, Valerie Dore, Irene Cara… avete capito). Vidi biondissimi esemplari diciottenni con le loro cravatte e la dizione blasè, capelluti come Jerry Calais (il contraltare francese, visto l’accento); vidi gnocche imperiali vuote come il frigo che orna la mia cucina; ascoltai conversazioni a sfondo scolastico annuendo svogliato; mi guardai attorno terrorizzato, conscio di ciò che mi sarebbe toccato in sorte, un domani. Sudavo freddo. Guardai anche me stesso, i miei jeans di seconda scelta, la frusta camicia, il giubbotto con le spillette, le mie scarpe dozzinali prese in saldo. Un cretino fuori luogo, che stava prendendo consapevolezza della cosa. Poi, in mezzo ad ore di musica completamente inutile, tra un Sunshine Reggae e un Ryan Paris, il dj mise New York / N.Y. di Nina Hagen, una boccata di ossigeno in quel rarefatto Rotary di ricconi. Parevamo – io per primo – tutti usciti dalla scena finale di Pretty In Pink. Mi esposi, dopo tre ore di monosillabi mi esposi:
Accidenti, bella questa! È il nuovo singolo di Nina Hagen! Balliamo?

Oh no, figurati. Non si viene in discoteca per ballare.
No, certo, che domande. Non. Si. Viene. Per. Ballare. Figurati. Sentii del piombo fuso intrufolarsi all’altezza dello stomaco e nelle mutande. Non in quest’ordine. La tapina si avvicinò per darmi un bacio ma ero già altrove. Capii di essere – lì dentro – proprio come il disco di Nina era rispetto ad una selezione musicale immonda: il rutto sguaiato, la tappezzeria inutile, il volto dispari in una marea di facce pari. Il riempitivo in un 12”.

“What the hell am I doing here?” per dirla col vecchio guercio.

Mi alzai con calma, come se dovessi andare in bagno; recuperai il mio giubbotto liso controllando avesse ancora tutte le spillette al proprio posto. Poi, con serafico autocontrollo e in un silenzio ovattato mi diressi verso l’uscita, allontanandomi da quella tortura coatta senza dire una sola parola o dare una spiegazione. Uno stronzo? Forse, ma ci penserei settanta volte sette – fossi in voi – prima di emettere giudizi. Non misi mai più piede in quel covo di diversamente poveri, ma ringrazio ancor oggi Nina Hagen per avermi aperto gli occhi e salvato da un futuro probabilmente forgiato su appartamentino al mare, segretaria sulle ginocchia, Lezioni di Piano (il film, che non era ancora uscito ma sicuramente mi sarebbe toccato in sorte almeno una volta al mese), pantaloni arancione, pizza & cinema, il calcetto il giovedì sera e una-macchina-grande-per-i-bambini.

Non comprai subito Angstlos di Nina Hagen, anche se avrei dovuto farlo. Non avevo i soldi. L’entrata in quella coglionissima Versailles mi era costata 10.000 lire (diecimila!!) e per un po’ di tempo non avrei potuto recarmi dal mio spacciatore di fiducia, nemmeno per un 45 giri. Ma presi nota nell’agenda mnemonica, quella che non sbaglia mai e ha mille Tera di memoria Ram. Sapevo comunque che, un domani, sarebbe stato mio. Mi capitò infatti tra le mani qualche anno più tardi, dopo aver assolto al compito del diligente accumulatore; Nina Hagen Band, Unbehagen e Nunsexmonkrock erano già in mio possesso quindi avrei potuto tranquillamente rivivermi la madeleine di quella domenica bestiale senza troppi sensi di colpa. Lp e 12”, praticamente intonsi in un banchetto senza infamia né lode; e mentre ne tastavo la consistenza e la gradazione discografica (Near Mint, per i più pignoli) ritornai a quel pomeriggio uggioso con un bel groppo sullo stomaco. Ormai ero diventato ‘adulto o giù di lì’, potevo tranquillamente soprassedere ad uno sciocco incidente di percorso, c’avevo la scorza e bla bla bla. E invece, una volta a casa, misi in ripetizione coatta quell’eccentrico maxi single, accompagnandolo con un sorriso amaro ai nove brani dell’album. Come suonava datato, e come sono strane le nostre pietre miliari, quelle che ci accompagnano gli snodi della vita anche se sono forgiate con roccia di scarto. Lo ascoltai. Lo ascoltai. Lo riascoltai. Più e più volte, e sempre con lo stesso ghigno sbigottito dipinto sul volto. Che cazzo era quella cosa? Se dell’ode alla Grande Mela (si dice così, no?) in salsa operistica sapevo già tutto avendola ampiamente metabolizzata quella domenica pomeriggio, l’album mi lasciò basito. Che roba era? Funk al calor bianco da matrone impazzite? Hip Hop per centri commerciali? Disco sibillina? High Energy immersa nella pece?

C’era Moroder a sovrintendere – a dimostrazione di come la CBS volesse fare dell’eccentrica diva una Madonna dei rifiuti – c’era prezzemolino Keith Forsey a dare una mano, c’erano Kiedis e Balzary (Flea) degli – allora – misconosciuti Red Hot Chili Pampers (non è un refuso) a dar manforte in Was Es Ist?… C’era un sacco di roba, ed era un sacco di roba che non funzionava. Eppure non riuscivo a staccarmi o solo dimenticare quel pomeriggio ignobile. Avevo delle Sliding Doors alle spalle ed ero convinto (lo sono tuttora) che Nina m’avesse fatto salire sul vagone giusto. Nulla in quel disco aveva attrattiva, né la strana rilettura di “Ich Weiss, Es Wird Einmal Ein Wunder Geschehen” dal repertorio di Zarah Leander (e qui, appunto, ribattezzata Zarah) stratificata di liriche, lirica, frattaglie, campionatur, hip hop e nemmeno la marziale camminata DDR di Lorelei. Un disco che si titolava ‘senza paura’ invocava invece angoscia ad ogni solco. Non vi era più la scanzonata eccentricità da museo delle pulci dei precedenti lavori, qui si era circondati da un’inquietudine camuffata da dance music aguzza. Un museo di orrori sonici suonati col gessetto sulle lavagne, come Fruhling In Paris dimostrava con i suoi squittìi senza senso, una Maniac di Michael Sembello per eroinomani. E I Love Paul, allora? Se ci fosse un solo brano colpevole d’aver distribuito l’HIV sul globo indicherei senza indugio proprio quei quattro fetidi e scarsi minuti. O ancora Newsflash che cerca di fare il verso ai Devo di Freedom Of Choice innestandoli su Amanda Lear. O The Change, Righeira sotto metadone o – se preferite – Eartha Kitt sorpresa in un bukkake. Rabbrividivo.

Insomma, ci sarà un motivo se – negli anni – la critica seria ha sempre rigettato in toto questo pasticcio pseudo danzereccio, rinnegandolo e relegandolo ai margini di una discografia che, per sua natura (tolti appunto i primi due album) non è mai stata campione di senno o solo di santità. Ne presi scrupolosa nota, ‘che le cose non accadono mai per caso, e quella diva scomoda – ne sono certo – si rivolse proprio a me in quel pomeriggio novembrino. Mi ripromisi da allora e per sempre di non tradirla e tenni fede al giuramento. Quando massacrò Ziggy Stardust io ero lì, quando copulò con mezzo mondo per espellere Cosma Shiva io ero lì (beh, non proprio lì ‘lì’), quando si fece attrarre dalle paturnie buddiste… esatto.
Resta il fatto che sono passati 35 anni e io, a New York, non sono mai andato. Ma c’è un motivo: Aspetto Nina.

Michele Benetello