I dischi che piacciono solo a me, credo #52

Alice In SexlandAlice In Sexland (Casal Gajardo 1991)

Inutile accapigliarsi nel fare approfondite ricerche in rete, vi trovereste sommersi da pagine di manga giapponesi (quando va bene, dacchè esiste un fumetto con un nome simile) o di porno fantasioso ed equilibrista (e non è detto che sia un male). Non sono state tramandate notizie in misura abbondante e congrua riguardo quel disco da pomi d’ottone e manici di scopa a nome Alice In Sexland, banda inspiegabilmente scomparsa tra le pieghe del tempo a dispetto di un esordio incredibilmente variegato. Godurioso assai aggiungo, e che potrebbe fare la gioia di tutti i trenta-e-qualcosa innamorati dell’indie rock più sbilenco e inclassificabile. Gli Alice in Sexland, già. Banda che sei lustri orsono, mese più mese meno, era la ‘grande cosa’ sotterranea del rock italiano. Ma grande davvero, per quanto apostrofarli semplicemente rock sia delitto di lesa maestà dinanzi a cotante diagonali armonie. Eravamo tutti convinti fossero destinati a gloria magna, capitalizzando intuizioni personali che pochi – allora come oggi – avevano avuto il coraggio di affontare. Invece la vita è come è perché è stata come è stata e Alice rimane nome dimenticato, scivolato a valle, nascosto da tonnellate di ciarpame ‘italiano cantato in italiano’ di cui i mercatini van ghiotti (nel pagarveli 3 euro) e fieri (nel rivenderveli a 25). Ed è un peccato – ma anche una fortuna per gli sprovvisti, magari a causa di striminzita anagrafe – che al costo di un foglio da cinque possiate ancora portarvi a casa questo incanto nel fulgore del vinile gatefold.

Il 1990, anno sabbatico e screamadelico, guado e Giano Bifronte tra un prima rigido e conservatore e un dopo anarchico e (volendo) danzabile. Gli Alice In Sexland erano lì, perennemente in equilibrio, indecisi sulla direzione da intraprendere e per questo pronti a crearne una interamente ascrivibile a loro. Laddove tutti diaframmaticamente litfi(s)bavavano loro andavano ad abbeverarsi in mari di LSD & MDMA, di heavy appuntito, progressive saltellante, cantautorato eccentrico (chi ha detto Kevin Ayers?) e di ritmiche indolenti. Un casino, insomma. Ma un casino bello, eccitante, strappamutande, persino fastidioso nella sua bulimia sonora. Misteriosi, sessualmente arroganti, mancuniani nei fraseggi, prog(ressisti) nelle involuzioni. Insomma: unici in un panorama che davvero stava cominciando a creare scene, scenette e canoni standardizzati. Parevano una comune di viveur in bolletta, guidata da quel Michael Hutchence nebbioso a nome Davide ‘Marte’ Martinello, sempre Eight Miles High e dal personale vocabolario convesso che puntualmente si riversava nelle fumose liriche da bardo seicentesco. Credo di averli visti in azione una mezza dozzina di volte, all’epoca, e credo che in nessuna di queste volte io mi sia sentito soddisfatto appieno. Non mi piacevano, o meglio: non li capivo. Troppo molli per il mio sciocco sentire asserragliato su un sistema binario che andava da 808 State a EON e viceversa. Eppure continuavo a seguirne le gesta sui palchi; intrigavano, ammaliavano, erano una sorpresa continua. Potevano incazzarsi tra loro (accadde: al Fener Music Festival) e poi raccontare fiabe surreali di copule tra gufi e civette. Ma era il 1990, no? Dove nulla era vero ma tutto era permesso; anche avere la lungimiranza magna di acquistarne comunque il debutto (uscito dopo Let’s Roll Another One, nastro autoprodotto) e provare ad approcciarli cum grano salis al ritorno dal negozio, nel caldo della fumosa magione. Ed è lì, tra quei tormentati scaffali e quel bradisismico periodo, che ne compresi la reale grandezza venendo risucchiato dentro i solchi di un mondo surreale.

Prodotto da Carlo Casale di Frigidaire Tango fama assieme a Alessandro Pizzin dei Ruins l’eponimo debutto su ellepi dei transumanti rockers di stanza tra Padova e Rovigo (indecisi anche nella geografia) è davvero qualcosa di alieno e avverso per l’Italia di quegli anni. E come provare ad innescarveli addosso senza usare iperboli fuori luogo o sembrare il solito vetusto retromane? Immaginate la recente svolta dei Jennifer Gentle soltanto con un amore a sottendere verso band del sottobosco coevo (Telescopes, Thousand Yard Stare). Immaginate gli immensi e autoctoni Gurubanana/NanaBang (ne parleremo approfonditamente, prima o poi). Immaginate un inconsapevole anticipo di Janes’s Addiction e Flaming Lips (assieme) o un Syd Barrett felice d’ecstasy ai tempi del Madchester. Immaginate i Teardrop Explodes (quelli di Everybody Wants To Shag, ovvio) assieme a Le Orme di Verità Nascoste e gli Eat di Sell Me A God. O i They Might Be Giants nati nel delta del Po(p). O. Immaginate, potete. Psichedelici loro malgrado, pop in senso lato, heavy nelle sortite, lenti ma capaci di accelerazioni armoniche improvvise. Freaks in un mondo di rockers, con glam e un po’ di Canterbury nella zip dei pantaloni e organetti Doors/Inspiral Carpets a massaggiar loro il culo mentre ficcano le dita nel naso degli Yes. La porca Alice è questo, ma è anche molto di più. È l’indugiare in lunghe suite o in canzoncine perverse, è una sorta di indecisa gang bang tra il Banco del Mutuo Soccorso e i primissimi Blur, è un’invasione di arpeggi, accordi, cambi di tempo. E pop. Tanto pop. Ma un pop che viene da lontano e forse neanche dall’America (ma ci sono i Doors) che è lontana, dall’altra parte della luna. Facile allora farsi prendere la mano da fantasmi albionici: e se di Barrett e Ayers già s’è detto (ma loro non sarebbero d’accordo) vi aggiungo coriandoli baggy di Donovan col Fentanyl. L’Italia comincia ad accorgersene in quel sgomitare di decennio, il pubblico accorre sempre più numeroso, finiscono addirittura alla TV cecoslovacca per un esibizione che ancor si mormora ‘fantasiosa’. È tutto pronto, manca il disco. Sono appunto i corregionali Casale e Pizzin a prendere in mano e imbottigliare l’esotica essenza freak del quartetto (con l’innesto alla batteria di J.M. Le Baptiste di Frigidaire Tango) in studio. Ne emergono, tra doppisensi hardcore e pericolose marcette pallide, con una meraviglia unica, simil-paisley e irripetibile. Difatti non si ripeterà.

Ornato da una copertina a metà tra un manga tetragono (eccoli), un’opera incline a Emerson Lake & Palmer o Yes e una sigla per cartoni animati bizzarri si entra subito nel mondo strampalato e bislacco di questi bizzarri Duchi della Stratosfera padana. Quarantasei secondi di intro psych come il caramello che cola dalle cosce di Judy Garland e già partono fuochi colorati con la suprema End Of His Nose dove già ti immagini al Marquee nel 1974 a sputare sangue e sudore sopra un riff killer sul quale Marte cerca disperatamente la sua Alabama Song prima che la canzone svicoli altrove, rincorsa dai nostri. Che inseriscono anarchici spezzoni di XTC, Walt Disney (Bibbidi Bobbidi Boo!), un ponte (di corde) che oscilla pericolante tra Santana e la Mahavishnu Orchestra e una chiusura che profuma di patchouli. Ma mica è finita, aspirate profondamente e rilassatevi davanti a quella Hail To Thee che dorme serena e umida tra le lenzuola del Morrison Hotel prima di trasformarsi in qualcosa di croccante alla Happy Mondays. Non fai in tempo a gioirne che The Sentinel spariglia. Farebbe invidia a Damon Albarn o al pardo Jason Pierce ma è troppo pigra per sventolar loro addosso cotante armonie. Ladies and Gentlemen we are floating in Sexland. Svogliata e svagata si invola dalle parti di una immaginaria marcetta sudista da blues cubico diretto da Julian Cope. This is the story, this is the glory. The story and the glory will never die. Cadere nei misteri e nel bianconiglio superdotato che si fa giga irlandese di Do You Believe In Magic? o ancora nella dermatite da solchi Gong di The Itch-Hitcher (And The Legendary Discovery Of The Water) è un’esperienza lisergica e sibillina. I sei minuti di Spiderella si vestono malsani e balcanici dentro una filastrocca buona per uno spezzone drogato di Fantasia diretto da Stan Ridgway o soltanto i Mekons di Crime And Punishment. Sei minuti nei quali cambiano timbro e registro più volte innestandovi un rizoma di pop italiano ai limiti del prog e della PFM. O Here I Am! che chiude in bellezza tra strani drappi di brit pop d’ansie. Avete l’emicrania, vero?

Parrebbe fatta dinanzi a cotanto (fuori di) senno armonico, eppure, nonostante una bulimica caccia da parte delle etichette, la cosa non quaglia e anzi: Marte – vero direttore d’orchestra del pornazzo – è insofferente, si tuffa nell’elettronica, poi riemerge ma ha fame di suoni. Si sciolgono, anzi no. Si fermano tre anni, un’enormità per la grande corsa del treno rock and roll. Quando tornano, nel 1995, con il nome Aliceversa e la forzata conversione all’italico idioma è finito tutto. “Perché di solito Alice dava degli ottimi consigli, poi però li seguiva raramente”. O solamente perché dopo un orgasmo vi è un fisiologico periodo refrattario a seguire. Ore Disturbate (Pick Up, 1995) perde tutta la rubiconda follia dell’esordio assestandosi su una onorata manovalanza in odor di rassicurante e metallico hard prog.

Di Alice si sono perse le tracce suppergiù 25 anni fa tra un Brucaliffo, una Lepre Marzolina, un Cappellaio Matto e le più disparate categorie di Youporn, dove qualcuno – magari svagato come questi Paperoga del pop italiano – ci inserisce pure Blonde On Blonde. Le otto tracce di Alice In Sexland invece si spargono ancora ariose, bizzarre e contemporanee oggi più di allora, nonostante i quasi trent’anni di onorata – seppur vergognosa – sottoesposizione. Provatelo. Il sottoscritto, Xhamster e il Gatto del Cheshire lo consigliano assai. Credo dovreste essercene grati.

Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” (Lewis Carroll)

Michele Benetello

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori (F. De Andrè) – Utopie/Distopie

Edi Rama era stato eletto solo sei mesi prima, ma il suo discorso a Strasburgo aveva lasciato tutti a bocca aperta. Pareva di vedere Nikita Kruscev alla famosa assemblea dell’Onu: si sia tolto o meno quella scarpa, il Segretario del Partito Comunista Sovietico, il 12 ottobre 1960, era entrato nella Storia e così il pugno sul tavolo di Rama, che aveva fatto sobbalzare la solitamente impassibile Von Der Leyen e aveva fatto buttare a terra, sdegnata, l’auricolare alla conterranea Angela Merkel.

E pensare che tutto era nato meno di due anni prima da un’uscita poco felice, alle orecchie teutoniche, del Presidente francese, banchiere e non certo socialista, Emmanuel Macron che in crisi con la sua Francia invasa dal virus, come quasi tutta l’Europa mediterranea, aveva sbottato contro gli atteggiamenti protezionisti della Banca Centrale Europea e dei Paesi del Nord, come sempre modello di bravura nel tenere i conti pubblici e nel far funzionare le loro economie.
E proprio il francese, non certo noto per il coraggio e la vocazione popolare, aveva spostato involontariamente il mattoncino nella fortezza. Altre frasi quasi di circostanza, forse addirittura involontarie, avevano saldato una silenziosa solidarietà nascente: il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, uomo politico arrivato al potere quasi per caso sulla spinta di un partito nato e morto nel giro di un decennio, e diventato un pezzo della Storia italiana a causa di una pandemia, si era rivolto alla donna più potente d’Europa, accusandola di guardare la realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Poi, fu il Primo Ministro albanese Edi Rama, con un discorso in italiano il giorno in cui inviava medici proprio nella vicina Italia martoriata dal Covid19, a mettere nel muro dell’Unione Europea il famoso picchetto che di lì a poco avrebbe cambiato tutto. Un discorso così semplice ma così intenso e vero che il Presidente italiano Mattarella lo chiamò al telefono il giorno stesso per ringraziarlo. E così dalla Grecia, dal Portogallo. E, in serata, anche lo snob e ricco Macron.

La pandemia durò mesi, fu un periodo molto duro che tutti ricordiamo: famiglie divise, migliaia di morti, frontiere di nuovo innalzate. Ma, soprattutto, un’economia in ginocchio come nessuno poteva ricordare di aver visto.
Dell’Europa rimaneva solo l’unione economica. Ma, nella realtà, nemmeno quella: il Nord, meno colpito dal virus e dall’economia più stabile, guidato dalla Germania si oppose a politiche di apertura verso i Paesi più in difficoltà. Dopo un iniziale collaborazione con l’emissione degli EuroBond, quasi imposta da Italia, Francia e Spagna che avevano indirizzato una comune missiva al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel in cui si chiedeva l’emissione dei titoli per cinquecento miliardi di euro, ed erano, per la prima volta, passati a fare la voce grossa ricordando che i dieci Paesi della fascia mediterranea producevano il 60% del Pil dell’Unione, a cui di certo non si voleva rinunciare; dopo questa prima misura, la Germania, spinta soprattutto dal governo olandese, aveva iniziato a fare dichiarazioni sul dover chiudere i rubinetti e sul non voler pagare la crisi di Paesi deboli. Ma il 60% del Pil faceva gola, anzi: era necessario e non ci si poteva rinunciare.
E l’Europa non rinunciò, ma col solito malumore da maestrina costretta, emise quei titoli che furono salvagente di economie altrimenti destinate alla catastrofe. Ma non bastava: occorreva rivedere le regole, occorreva poter investire in sanità pubblica, qualcuno tornò a invocare la nazionalizzazione delle imprese strategiche per poter far fronte, come non si era potuto durante la pandemia, a una crisi mai prevista dal libero mercato, mai prima di allora messo così in discussione. Keynes tornò di moda, si parlava di nuovo di marxismo, di bene pubblico al di sopra di quello privato. Qualcuno, addirittura, iniziò ad alzare la voce contro l’inutile investimento militare: cosa ce ne facciamo di finanziare con miliardi di euro i nostri eserciti se ancora abbiamo le basi americane sul nostro suolo a controllarci? Voci che correvano, amplificate dai quotidiani nazionali, innalzando il malcontento generale.
Settori vitali per alcuni Paesi come il turismo per l’Italia, in ginocchio, spostamenti crollati dell’80%, ristoranti che non riuscivano a riaprire, piccole e medie imprese che dichiaravano bancarotta. Già, cosa ce ne facciamo di miliardi investiti in spese militari, quando comunque non possiamo che essere sudditi degli USA, o dover uscire dalla NATO? E come ne usciamo da questa crisi, se non possiamo accettare che per anni non potremo stare nei parametri imposti dalla Banca Centrale Europea? E chi se ne frega di salvare le banche d’affari se non abbiamo i soldi per costruire nuovi ospedali? E l’istruzione gratuita e garantita per tutti, che fine aveva fatto? I milioni agli ospedali privati in Lombardia mentre quelli pubblici chiudevano, le università sempre più abbandonate a favore di aziende straniere mascherate da college, i soldi per far le strade che non c’erano, ma quelli per comprare armi che mai avremmo usato dagli “amici” americani, sì.
L’Europa bolliva.

E chissà chi fu il primo ad alzare il telefono per dirlo senza mezzi termini: facciamo fuori il Nord. Lasciamo quei cazzo di Calvinisti al loro onanismo intellettuale su quanto sono bravi e ligi. Fanculo: noi, insieme, siamo più potenti di loro. Tutta l’arte del mondo è qui da noi, tutta la bellezza dell’Europa è qui da noi. Tutto il sole dell’Europa è qui da noi. Fanculo! E al mare ci vadano in Danimarca, i fenomeni!
Chissà se il tono fu questo e chissà da chi, fantastoria o, come si diceva negli anni novanta, dietrologia.
Non possiamo sapere chi fu a chiamare chi, ma sappiamo che ci fu un primo incontro “informale” a Parigi e poi altri a Roma, Tirana, Madrid, Barcellona, Lisbona, Atene. E poi in Estonia, Cipro, Malta, Romania. E, infine, a Dublino, che di stare fuori da quello che stava nascendo, con l’ex Impero Britannico in mutande dopo la folle brexit e i suoi effetti disastrosi e oramai totalmente schiava degli Stati Uniti, non ne voleva proprio sapere: a Londra gli speculatori cinesi andavano a comprare interi quartieri al prezzo di un condominio di Singapore, quello che si era visto a Sarajevo nel ’93 si vedeva ora nella fu capitale del Commonwealth in dismissione.
Poi, solo sei mesi fa, l’incontro ufficiale a Roma, che ad essere il centro del mediterraneo unito era abituata da millenni, e la dichiarazione della nascita di un nuovo soggetto politico unitario deciso a far valere l’unione delle forze, una visione antisovranista ma altrettanto anti troika, fosse questa formata da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale o chiunque si fosse sostituito a uno di questi soggetti per mantenere la dittatura politico/sociale delle leggi dell’ultraliberismo capitalista.
I paesi mediterranei di “ultra” non avevano mai avuto niente, e di politiche di lacrime e sangue ne avevano abbastanza.
Insomma, come tante cose della Storia, l’Unione delle Repubbliche Mediterranee era nata per un insieme di casualità, spinta dalla più grande crisi economica del dopoguerra, a cui, come al solito, i Paesi del Nord, non volevano prestare orecchio e portafoglio.

Edi Rama e il suo pugno sul tavolo. Il silenzio attonito in sala. Gli applausi di Pedro Sanchez a cui erano seguiti quello di Conte e Macron, i primi fondatori di quel nuovo mondo, e poi Mitsotakis e Antonio Costa, che ancora non salutava il ministro delle finanze olandese dalle sue dichiarazioni al tempo del virus. La strada era chiara e segnata: un’Europa divisa in due, come prima del 1989, ma senza un muro né un nemico a Est.
Rama aveva formulato un discorso semplice e chiarissimo: questa Europa va a due velocità da tanto, troppo tempo: tutti gli accorgimenti presi in caso di crisi, il Mes in primis, non sono mai andati nella direzione della solidarietà ma del giogo: se un Paese è in crisi lo si aiuta sì, ma piegandolo poi per sempre alle politiche economiche e sociali decise e imposte dal Nord, dalla Germania in primis. «Facile decidere la politica economica dell’Europa, signora Merkel» aveva tuonato il nuovo Direttore della neonata UdRM, «quando la moneta stessa europea è stata fondata a suo tempo su quella tedesca, garantendo l’unico vero rapporto uno a uno in Germania e non nel resto dei Paesi dell’Unione!». Potenti applausi in aula, brusio e sguardi attoniti di Mark Rutte e Rasmussen. «Per decenni, avete costretto i paesi mediterranei ad adeguare ogni politica sociale e economica, ogni investimento nel proprio Paese alle vostre richieste, agitando lo spauracchio del MES, dei prestiti ponte per uscire dalle crisi interne. Ero il premier di un Paese non certo ricco, ma che non avrebbe mai fatto scelte scellerate sui tagli al sistema pubblico, alla sanità, se non obbligato dalla paura di non poter rispettare i vostri parametri. I Vostri, sì, perché noi li abbiamo dovuti accettare, non li abbiamo creati assieme a voi. Avete perso due Guerre Mondiali e ne avete innescata una terza a colpi di moneta e mercato. Ebbene, avete perso anche la terza, fortunatamente senza morti sul campo – almeno non dichiarati – ma oggi vi stiamo facendo firmare la resa. Ancora!» e giù il pugno che era risuonato nel momento preciso di silenzio fra la fine del suo intervento e l’inizio della bagarre attesa ma che non ci fu: tutti gelati da quel botto, amplificato da un microfono, forse, involontariamente staccato da una giacca e poggiato sul legno del banco.

E, così, la Storia era cambiata. A causa di un virus che oltre ai tanti morti, aveva portato enormi danni economici, che aveva costretto per mesi a chiudere interi Paesi: nessun viaggio, nessun evento pubblico, nemmeno bar e ristoranti rimasti al palo per quasi dieci settimane e che riaprirono in un bagno di sangue di fallimenti, licenziamenti, famiglie ridotte alla fame. Si era sfiorata la guerra civile, si erano innescati movimenti di protesta sociale che sarebbero potuti sfociare in quello che l’Albania aveva vissuto nel ’91, e forse proprio per questo fu la piccola Albania a guidare la rinascita inventata da Italia, Francia e Spagna. Forse fu quella telefonata di Mattarella, fatta più per cuore che per strategia politica, a dare il la al futuro assetto europeo. Chissà, i libri di storia ne parleranno, oggi noi possiamo solo ricordare quel pugno sul tavolo che nel 2022 ha cambiato di nuovo l’Europa.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #51

Wonky AliceAtomic Raindance (Pomona, 1992)

Lunar Adam, where have you been?
I’ve been to a place that exists in a dream
But the dream is cracked and we are too
I want this world to smother you

La sera, prima di addormentarmi, sono solito fare degli esercizi ‘spirituali’. Fermi, nulla a che vedere con birichinate new age, omelie macrobiotiche o esortazioni a rendere verso qualche divinità. Nulla di tutto questo, mi preme sottolinearlo subito e in maniera netta. Ho una visione abbastanza concreta di ‘sto porco (im)mondo che ci circonda per scialacquarla su preghierine, questue e salmi responsoriali. La divina provvidenza ha dimora altrove dalle mie mura, non essendosi mai rimboccata le maniche preferendo vivere di rendita conto terzi. Li chiamo esercizi spirituali perché ognuno c’ha i suoi pensieri e “I’ve got the spirit but lose the feeling”. Nulla più. Mi soffermo semplicemente a stilare un resoconto della giornata e approntare una veloce scaletta per la seguente. Poca roba come vedete, soprattutto un’ottima scorciatoia per cadere nel più breve tempo possibile tra le braccia di Morfeo. Che non è il capitano della Nabucodonosor nella Trilogia di Matrix, sebbene nel dubbio sia sempre meglio la pillola blu, visto il casino successo con quella rossa. Esercizi difficili, soprattutto di questi tempi, dove l’insicurezza e la paranoia non inducono certamente ad un rapido sonno, che quel sol dell’avvenire splenderà fuori ma dentro di noi le nuvole si raggrumano con ampie volute.

Soprattutto cerco di scegliermi un disco da riascoltare il giorno dopo, aiuta tantissimo l’esercizio mnemonico. Almeno così mi par di ricordare. In ogni caso le immagini random che si presentano (avrò comprato i taralli al peperoncino? Segnare subito) assolvono degnamente al loro compito: penso a cosa indossare, se la camicia necessita di essere cambiata, quando sono prenotate le vaccinazioni dei cani, a chi devo rispondere, la quantità di vino ancora in casa, i problemi urgenti in ufficio, se Kylie Minogue sta bene. Cose che probabilmente molti di voi fanno tra un lavoretto e l’altro, dacché multitasking. Virtù che non mi appartiene. Io ho i miei tempi, e in genere sono quelli dei gloriosi ellepì. 40 minuti circa, otto brani come da manuale. Poi senza accorgermene mi ritrovo con la sveglia che sibila e tutto da rifare. Ricordo solo il disco e non i taralli, in pratica. Fatica immensa ma gioia non da poco avendo davanti un’intera giornata d’attesa verso il padellone nero scelto al caldo del mio lettuccio. Lo posso capire il Leopardi.

L’altra sera, dopo una scorpacciata di Telegiornali, Cassandre e sapientoni ero particolarmente provato psicologicamente. Non tanto per la rarefazione sociale o il domicilio coatto imposto, su quelle cose – da buon orso bruno marsicano – me la cavo egregiamente, potrei vivere una vita senza chiacchiericcio petulante o qualcuno che debba assolutamente rendermi partecipe delle sue turbe. Piuttosto non avevo appigli concreti sui quali far forza e scrutare l’orizzonte. Le notizie erano (e sono) discordanti, tutti sapevano tutto e – cosa non da poco – una buona fetta di chi avrebbe dovuto star zitto seminava cinguettanti haiku di segale cornuta. Mi è salito il Tribunale del Popolo e – con un’ansia ben motivata – sono andato a letto promettendomi un necessario giro di vite: un unico notiziario serale e apparecchio televisivo rigorosamente solo dopo le ore 19. Possibilmente sintonizzato su quel canale a pagamento che ultimamente sono costretto ad appellare come Netflux. Avevo migliaia di dischi nascosti tra le pieghe della memoria, della rete e degli scaffali, non mi sarei fatto circuire così facilmente dagli strateghi della paura. Dovevo far diga, per quanto possibile. Sul comodino giaceva ‘Perché alle donne scappa sempre e agli uomini no?’ di Mark Leyner e Billy Goldberg, tomo sciocchino all’ennesima potenza e quindi antidetonatore potenzialmente invincibile. Mi ci sono messo con tutte le buone intenzioni del mondo, cercando di scacciare quelle immagini da corsia d’ospedale e quell’odore di disinfettante che da qualche luna non mi abbandona mai, in una sorta di memoria olfattiva. Tre pagine e già pensavo agli ellepi. Mi sentivo più sereno nel ripassare ad occhi chiusi sterminate discografie, accurate liste o piccoli manufatti rimasti pressoché sconosciuti. Del resto, come dicevo, ognuno ha i propri esercizi spirituali con i quali far fronte alle avversità dell’esistenza. Per qualche bizzarra concatenazione mnemonica – mentre riponevo il libro sul comodino – una copertina mi è riapparsa davanti agli occhi, improvvisamente e senza alcun motivo preciso. Non l’ho scacciata e anzi. Felice di veder confermata la mia teoria, nella quale il figliol prodigo non è mai scappato di casa ma si è solamente nascosto nel tinello. Ho rivisto nitidamente quell’immagine da space rock abbinandovi subito ricordi di un quartetto decisamente astruso, solito impastare lieviti sonori parecchio eterogenei. Atomic Raindance dei Wonky Alice mi ha circumnavigato la mente tutto il giorno appresso mettendomi una fregola senza precedenti verso l’agognato ritorno a casa. Una doccia, un bel bicchiere di corroborante Lagrein, cinque taralli (ho la scorta, tranquilli) e la febbrile ricerca tra gli scaffali – lì esattamente tra Wonder Stuff e Woodentops – per un bel viaggione tempestato di scorie lunari e ragnatele chitarristiche. Ne avevo bisogno.

Siamo nei primissimi anni novanta, guado sonoro in cui i britannici oscillano tra shoegazer e prodromi di pop che di lì a poco transumerà brit. Yves Altana è mediterraneo di cuore e di pelle essendo nato in Corsica, isola lontana dai palinsesti rock e lambita solo superficialmente dai vari tour che contano. Pochi, pochissimi gli artisti che la inseriscono nelle loro sortite dal vivo, tra questi pochi gli Opposition. Suonano in una chiesa sconsacrata di Ajaccio nel 1981 e il nostro vede la luce e anche qualcosa di più. Scappa a Londra, poi ritorna nell’isola. Poi ci ripensa. Anzi no. Forma i Chrysalids assieme all’ex One Thousand Violins John Wood e infine fissa la residenza in quel di Manchester proprio mentre la città sta diventando Mad. Ma al nostro non interessa; ha un solo amore nel cuore, cresciuto nel tempo: Mark Burgess e i suoi Chameleons. È da qui che prendono spunto e arazzi armonici i Wonky Alice. Servono Sirius e Insects And Astronauts in guisa di singoli apripista perché la particolare poltiglia di Altana prenda forma, ma è dentro al primo che si nasconde l’intera grandezza del quartetto. Lì, nascosta tra le pieghe del 12” vi è una traccia di trasfigurante bellezza dove – da materia informe – si crea la pietra d’angolo per tutto quell’agglomerato chitarristico inglese che lambirà gli anni novanta meno brit, da Whipping Boy a Puressence. Si chiama Stone Circle ed è il quartier generale dal quale scatenare la caccia al tesoro se queste cartelle vi instillassero una pur minima curiosità. Come che sia: all’arrivo di Atomic Raindance le scoppiettanti curiosità del pop coevo hanno poco in comune con una band che fa di Hawkwind meno bellici, post punk delicato e Mercury Rev un osmosi bizzarra. Difficile afferrarla l’Alice, sempre in bilico tra svanite suites sature immerse nel delay e nostalgica new wave, tra space rock anni settanta e post punk dal retrogusto progressive. Degli Ozric Tentacles post punk, volessimo giochicchiare con la forma piuttosto che con la sostanza.

Lunar Adam è inserita in bella mostra ad inizio long playing giusto per mettere in guardia gli sprovveduti. Filastrocca arabeggiante cantata con voluttà Charlatans e ricamata da chitarre Kitchens Of Distinction con un piglio à la Cope. Esplosioni improvvise di sei corde e gragnuole freak che si ergono anche in Radius (ciao Interpol, bello ritrovarvi in questa macchina del tempo) e nella cinematografica Sirius, buona per una Siouxsie assoldata come Bond Girl. Non hai il tempo di metabolizzarne la portata che Son Of The Sun è pura materia con la quale sono fatti i Chameleons, l’anima di Mark Burgess plana dall’alto benedicendo cotanta meraviglia. Origami cristallino su sei corde e dolce mandala rugoso che ancora non ci si crede. Vi basti cotanto dogma per annettervi al culto della traballante Alice, minuti di gioia profonda dove le chitarre si sdoppiano come filamenti di dna siderale, riattorcigliandosi nel freddo del cosmo preda di una psicosi. Bark Psychosis. In sovrappiù faticano sui cinque esatti minuti di Sundance, che brucia come l’astro chiamato in causa senza proferir parola alcuna prima di trasfigurarsi nell’estasi chitarristica. E siano benedetti i miei esercizi spirituali per aver estratto dalla polvere un disco che non ascoltavo da qualcosa come trent’anni, avendoci dato i due giri di prammatica al momento dell’uscita per poi rivolgere le attenzioni a tutt’altro fuoco modaiolo. L’ho lasciato bruciare nell’ignavia per (anche) mia colpa, mia maxima et grandissima colpa. Permetto il diffondersi del suo aroma per casa da giorni solo per espiare, scoprendovi sempre nuove angolazioni. Come il gancio sinistro di Captain Paranoia, brano in cui il cerchio si chiude laddove era iniziato, tanti anni prima, con gli Opposition a marchiare a fuoco un ragazzetto bruciato dalla salsedine, dal timbro vocale di Julian Cope e dalle reti dei pescatori. E, mentre Astronauts e Moon procedono assieme in duplice filar, indissolubilmente legati dai vari suffissi post (che siano punk o rock) il tutto troppo presto si chiude proprio con Atomic Raindance, apocalittica e bruciante nella sua veemenza.

Finisce qui, senza nemmeno un sussulto da NME e sugli ultimi solchi di questa canzone, l’avventura dei Wonky Alice e della loro ingenua psichedelia post punk fuori sincrono. Dimenticati ai quali non è stata data nemmeno l’occasione di una ristampa, indulgenza plenaria che tocca prima o poi a tutti. Tempo che non sempre è galantuomo e che sovente si fa fuorviare da lusinghe e sirene, proprio come me. Rimangono pulviscolo discografico nel grande oceano dai mille gradi di separazione. La diaspora sarà leggera e senza traumi, con Karen Leatham a migrare nei Fall (e a firmare la copertina per Planet Helpless dei Puressence, altro cerchio che si chiude) prima di ritornare dal suo nocchiero Altana, finalmente in pianta stabile con i Chameleons per una proficua collaborazione con il di loro leader (recuperare Paradyning su Dead Dead Good del 1995). Nocchiero che verrà chiamato a bordo anche da The Bardots e I Am Kloot prima di venire inghiottito dal grande oceano degli incompiuti.

Stasera, coricandomi, cercherò un altro disco, come sempre. Ma sono conscio che non potrà avere il potere taumaturgico di Atomic Raindance, perché le rivelazioni – anche se di seconda mano – non ti bussano al cuore ogni sera. Allora leggerò qualche pagina svogliata che mi strappi dai brutti pensieri, dalle preoccupazioni di un tempo mai vissuto prima nella sua brutale tragedia e che mi faccia finalmente scoprire ‘perché alle donne scappa sempre e agli uomini no’. Vi terrò informati.

Michele Benetello

La tempesta perfetta

My blood brother is an immigrant
A beautiful immigrant
My blood brother’s Freddie Mercury
A Nigerian mother of three
He’s made of bones, he’s made of blood
He’s made of flesh, he’s made of love
He’s made of you, he’s made of me
Unity
Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate

La tempesta del secolo. La tempesta perfetta. Qualcosa che non potevamo prevedere né immaginare o, meglio, che tanto avevamo immaginato in libri e film scadenti, da non pensare mai potesse divenire realtà. Di poterne avere veramente paura.
Settimane fa, anche io la presi sottogamba, non lo nego e non mi biasimo per questo: non sapevamo, non potevamo capire la portata di quello che stava succedendo. Una brutta influenza, niente di più e forse tanto rumore per nulla.
E invece. E invece vediamo camion mimetici dell’esercito portare via corpi da cimiteri troppo pieni per poter seppellire o cremare altra gente. E invece guardiamo telegiornali che fanno elenchi di morti a centinaia per giorno, di ammalati a migliaia per giorno. E invece quello che stiamo vivendo somiglia abbastanza da vicino a uno di quei castighi da Antico Testamento che forse il mondo del XXI secolo si è meritato.
E io sono chiuso in casa ormai da settimane, da settimane vedo la mia ragazza attraverso lo schermo di un portatile, unica mia finestra su lei e sul mondo. E benedetto sia Skype e la rete veloce che ci permette di fare colazione, pranzo e cena assieme, di guardare lo stesso film io a Bologna e lei in Francia. Ma non posso toccarla, carezzarla e baciarla perché ha fatto la scelta responsabile di rimanere lì, di non affrontare un viaggio a rischio contagio, che avrebbe messo in pericolo molto più gli altri di lei, giovane e praticamente immune a questo virus che non uccide i trentenni in buona salute. E io per questa scelta, che maledico ogni mattina e applaudo in silenzio ogni pomeriggio, la rispetto e amo ancora di più.
A volte occorre fare la cosa giusta, non la più comoda, né la più desiderata.

Us and them
And after all we’re only ordinary men
Me And you

Sono fortunato: non ho parenti o amici malati, nessuna perdita. Sono fortunato: ho una casa calda e asciutta. Io sto bene. Esco una volta la settimana per fare la spesa osservando gli sguardi furtivi degli altri, di chi ancora pensa agli “altri” come se esistesse la categoria degli “altri”. Altri da cosa? Altri da chi? Osservo in quella mezz’ora obbligata di non solitudine i comportamenti mai visti: le persone che si allontanano, si evitano fino a camminare radente i muri, si guardano il meno possibile. Qualcuno ha gli occhi compassionevoli di chi compatisce, di chi ha capito che gli altri non esistono perché siamo noi, perché siamo sulla stessa barca che si chiama pianeta terra, che un virus può mettere in ginocchio in poche settimane. Sono gli occhi stanchi di chi si è isolato, di chi ha rinunciato a tante cose, alla propria comfort zone sia essa l’aperitivo con gli amici, la corsetta, o tornare a casa in un treno affollato per contagiare zie e nonne dove ancora il virus non era arrivato. Poi vedo gli occhi spaventati e ansiosi di chi vorrebbe essere solo, forse l’unico avente diritto a entrare alla Coop per rifornirsi di viveri. Quello che odia tutti e tutto: il virus, il governo che lo obbliga a stare a casa, chi ci sta perché si sente moralmente superiore e chi trasgredisce perché non rispetta le regole. Odia indistintamente. Indossa le mascherine più fantasiose: da quelle da cantiere alle autoprodotte con fazzoletti arrotolati dentro una sciarpa. Poi vedo gli occhi vigili e ansiosi di punire dei tanti piccoli sbirri e ducetti che questa crisi sta risvegliando, di chi dal balcone non vorrebbe affacciarsi per cantare ma per proclamare l’entrata in guerra, l’Impero. Gli occhi che vorrebbero fotografare e denunciare ogni comportamento non allineato, sia esso pericoloso o no non importa: la voglia di esser delatore poco ha veramente a che fare con l’oggetto della delazione. Trattengo il colpetto di tosse nervosa che sento salire dallo stomaco temendo di venir immediatamente fotografato e postato su qualche social con la scritta “untore” sotto la mia faccia.

I’m in the waiting room,
I don’t want the news
I cannot use it
I don’t want the news
I won’t live by it
Sitting outside of town
Everybody’s always down
Tell me why?

Aspettiamo e abbiamo paura, non possiamo fare altro.
La tempesta del secolo, la tempesta perfetta. E nessun modo di ripararsi se non nascondersi nelle proprie tane come animali spaventati dal tuono. Come scriveva Emil Cioran nel suo Sommario di Decomposizione: “il troglodita che tremava di spavento nelle caverne continua a tremare nei grattacieli” e oggi tremiamo a ogni telefonata di un parente che tossisce, a ogni telegiornale che guardiamo aspettando soltanto che un’istituzione, qualcosa di più grande di noi, ci dica che tutto sta finendo, che stiamo volgendo verso l’alba.
Sembra una guerra.
Ma non lo è. La guerra è un’altra cosa. La guerra è quella da cui scappano persone come me, con i miei stessi desideri e sogni e oggi sono in un campo al confine tra Grecia e Turchia, tenuti lì per giochi geopolitici che niente hanno a che fare con buon senso e giustizia. La guerra non è dover rinunciare ad allenarsi al parco. La guerra non è uscire alle diciotto sul balcone a cantare l’inno o battere le mani al vento. La guerra è tutta un’altra cosa e forse mi spaventa ancora di più che le anime di questo tempo siano così annerite da non capirlo da sé, da aver la faccia tosta di pensare che siamo in guerra.
No, non siamo in guerra. La guerra è quella da cui scappano quelli che ci stanno sul cazzo perché “profughi ma tutti con lo smartphone”. Oggi forse qualcuno avrà capito quanto conta quel coso quando è l’unico modo per sentire e vedere che esiste ancora tutto ciò che ami e non puoi più toccare. Qualcuno ci penserà, ma temo troppo pochi.
La guerra non è stare soli in casa e avere le giornate in cui l’ansia per il futuro vuole soffocarti da annegare in una bottiglia di vino fresco, la guerra non è dire “buonanotte” al proprio amore attraverso un monitor. La guerra è veder addormentarsi tua figlia e la mattina dopo trovarne il corpo morto per il freddo. Questo non succedeva solo in Russia durante la Grande Guerra, da cui ci separa poi solo un secolo, accadeva un paio di settimane fa a Iblid, a Lesbo, nel campo profughi di Moria che per migliaia di persone è l’inferno e non è un nome da Signore degli Anelli.
Non siamo in guerra.

This is why events unnerve me
They find it all, a different story
Notice whom for wheels are turning
Turn again and turn towards this time
All she asks is the strength to hold me
Then again the same old story
World will travel, oh so quickly
Travel first and lean towards this time

Ma stiamo vivendo una crisi mai vista, un tempo mai vissuto. Stiamo provando cose che le democrazie occidentali non avevano ancora sperimentato: limitazioni delle libertà individuali inaccettabili per il normale vivere comune, misure economiche mai pensate da quando esiste l’Europa unita, il mondo globale a cui ci siamo abituati. Una crisi che sta mettendo a dura prova il tessuto nervoso della società civile e che modificherà drasticamente il nostro stile di vita una volta passata. Non sono un catastrofista, non credo sia la fine del mondo, ma sarebbe folle immaginarci il prossimo settembre nella ripetizione esatta del pianeta che abitavamo a gennaio scorso: ci aspetta la crisi economica probabilmente più violenta che possiamo ricordare, né il 2008, né il 2001, nemmeno il 1987 furono così. Si bruciarono tanti soldi in borsa, ma non si fermarono le attività che sì, riapriranno, ma quando e come non lo sappiamo. Con che forza non lo sappiamo. Salvando quanti dipendenti non lo sappiamo. Me lo chiedo ogni sera, quando mi assale quel po’ di ansia che mi concedo, non sono un samurai, nel pensare alle oltre settanta persone che vivono di quello di cui vivo io, il cui destino mi è oggi ignoto quanto il mio. Forse fra pochi mesi brinderemo a un mondo nuovo che somiglia molto al vecchio, forse ci vorrà più tempo e ci sarà meno a cui brindare. Non lo so, non lo posso sapere. Posso solo sperare e pensare che faremo tutto il possibile. Tutto ciò che spetta a noi. Tutto quello che rimane a margine di ciò che di noi è enormemente più grande.

And Now I Got An Engine,
A Big Perverted Engine,
It Runs On Strength of Will…
Who Could Deny Me the Right to Fly?

E mi manca il respiro, ogni sera, per un po’. Mi faccio domande a cui non posso rispondere, cerco di pianificare un futuro che rimane ignoto. Domande che oggi sembrano sceme: esisteranno ancora i voli low cost e potrò viaggiare tanto come negli ultimi dieci anni? Torneranno i turisti e gli studenti in città ad affollare le tavolate delle osterie? Ci saranno i concerti e i festival da migliaia di persone quest’estate? E la prossima? Potrò vivere come ho vissuto negli ultimi anni? Esisterà ancora l’Europa o torneranno le frontiere fra paesi che eravamo abituati ad attraversare come fossero quartieri della stessa città?
Tutte domande a cui non posso rispondere. Nessuno può. Lo scenario futuro è più che mai ignoto, di sicuro c’è solo che siamo in crisi, in crisi come non siamo mai stati. Tutto l’occidente lo è, tutto il mondo, probabilmente, lo sarà. E dalla crisi nascono sempre due cose: lo shock e l’occasione.
Lo shock rende obsoleto tutto ciò che era normale prima del punto di svolta, della rottura: è un meccanismo psicologico involontario e inevitabile, non possiamo farci niente. I politici che prima avevano spazio nel loro sbraitare come da decenni non troveranno più una platea attenta, saranno improvvisamente vecchi. Le abitudini consolidate saranno discutibili, il modus vivendi intero sarà all’improvviso rivedibile; sta già avvenendo: accettiamo di stare chiusi in casa, accettiamo di stare lontani dalle persone a cui vogliamo bene, accettiamo ciò che fino a un mese fa era inaccettabile. L’uomo è un animale che si adatta a tutto. È la sua salvezza ed è la sua condanna allo stesso tempo. Ci adattiamo e accettiamo il nuovo e rimodelliamo le nostre vite su questo: è il meccanismo che ci ha portato da branchi di cacciatori-raccoglitori, in alcune migliaia di anni, a costruire New York e lanciare satelliti nello spazio. Ci adattiamo, e qui entra in gioco la seconda conseguenza della crisi: l’occasione. Abbiamo l’occasione di cambiare il futuro presente: possiamo modellarlo. Potrà essere, la nostra, una vita più attenta, più aperta, più intelligente e comprensiva; questa crisi può essere un’occasione per chiudere relazioni infelici, per lasciare un lavoro soffocante, per chiederci quanto tempo abbiamo perso e quanto non ne vogliamo più perdere. Per cercare di somigliare a ciò che vorremmo vedere nello specchio, quando ci svegliamo la mattina. Per ripartire a domandarci “cosa ci fa veramente bene?”, a cosa vogliamo dedicare la manciata di anni che abbiamo a disposizione su questa pallina rotante che chiamiamo mondo. Oppure possiamo diventare bravi soldati, ancora più sordi e ciechi e irregimentati in un esercito che non esiste ma che è il tessuto delle nuove dittature timocratiche, occhi e orecchie di un potere che si autogenera, che esiste perché noi ne siamo inconsapevoli costruttori. Possiamo rimanere stupidi, anzi: possiamo peggiorare, odiare ancora di più, cercare l’untore, cercare il nemico, volerlo punire, volerlo bruciare in nome del pensiero unico che così è e così deve essere. Possiamo riprendere la nostra storia e scriverla verso quello che crediamo giusto e bello, oppure lasciarci andare al ventre molle e diventare il peggio che questa società può produrre.
Ma, possiamo. Possiamo cedere o credere. Possiamo volere. Who Could Deny Me the Right to Fly?

Fabio Rodda

Never give up

Era la fine di un inverno tiepido e malsano, secco e arido come sono secche e aride le giornate in quei momenti in cui la vita pare arrotolarsi su se stessa fra riflessioni impossibili da mal di testa e strade senza uscita.
Era un febbraio finalmente alla fine fra ansie da fine del mondo, virus e gente impazzita pronta a vivere in un medioevo postatomico; crisi climatica ormai conclamata con la pioggia assente da Natale, i video dei ghiacci che si scioglievano e franavano nel mare ogni giorno sui giornali online; crisi umanitarie in mezzo mondo; crisi di profughi su barchini al largo di coste che non volevano o non sapevano più come accogliere; crisi economiche; crisi.
Crisi di mal di testa da due telefonate di quelle che non vuoi sentire mai, di voci rotte dall’altra parte a dirti cose a cui rispondi “stai scherzando, vero?” ma sai che nessuno ti chiamerebbe mai per farti uno scherzo del genere.
Due in poco più di due settimane, entrambe in febbraio.
Anno domini 2020. Anno bisesto, anno funesto, dicevano i veci su dalle mie parti. Febbraio duemilaventi, 02 20 20, forse numerologi astrologi frikkettoni terrapiattisti cinquestelle complottisti pensavano che fosse la data a esser funesta, ma di fatto sta che sia perché bisesto, sia perché il numero, sia per il secco che secca le gole, le fauci, le menti e i cuori; sia per tutte queste cose assieme, era la fine di un brutto inverno e di un mese terribile marchiato da due telefonate che mai avrei voluto ricevere da gente che mai le avrebbe volute fare.

Marzo alle porte sembrava ancora lontanissimo. La primavera, che con marzo arriva a ravvivare la luce spenta di un anno appena iniziato che sa ancora di anno vecchio, non era nemmeno intuibile nell’aria mai fredda e mai pulita e mai fresca e mai nuova.
Tutto sembrava stantio e faticoso: accartocciato in un momento di silenzio, di pausa che sapeva di resa.
Di fronte a certe cose le parole mancano, i cuori si fermano e tutto, all’improvviso, tace.
Il silenzio un po’ malaticcio e fragoroso riempiva quel mese detestabile che si era perso il carnevale e la festa in una quaresima dei sentimenti e delle menti e il mondo appariva color seppia, un po’ triste e rassegnato al non poter essere altro che una cartolina sbiadita dei “tempi migliori” cui non sarebbe seguito altro che un mesto ripensare e sognare senza mai veramente ambire.
Tutto diceva che queste erano le parole e questa la possibilità e questa la necessità.

Ero in cesso, Instagram in mano, da tempo sostituto – meno interessante – delle letture musicali da cesso. Concentrato su tutt’altro che sullo schermo, lasciavo correre foto e frame di video di cui non mi fregava nulla cercando di riordinare nella mente le cose da fare quella mattina e di lasciar fuori dalla testa pensieri che, tanto, non avrebbero mai avuto spazio sufficiente perché ci sono gesti che non possono essere pensati né accettati da chi rimane, li subisce e non può più farci nulla.
Gesti ultimi e senza vie di ritorno che chi li compie non potrà più correggere. E chi se li sente raccontare non potrà mai farci pace.
Avevo avuto la fortuna di partire per un viaggio fra le due telefonate perché per una volta la fortuna aveva deciso di fare proprio la fortuna con me e quindi quel funesto mese di quell’anno bisesto per me era anche e soprattutto il mese di un bellissimo viaggio che mi aveva fatto respirare di nuovo ad un nuovo ritmo: altra lingua, altro sole, altro clima, una luce diversa, diversi colori, profumi, odori e sapori. Strade confusionarie e incerte che avevano alzato il ritmo del battito e fatto venire un po’ di pelle d’oca, quella che arriva quando sei pieno di curiosità e l’adrenalina non ha ancora deciso se accenderti nel cuore la felicità o nello stomaco la paura, e quanto era stato bello non sapere dove andavamo tenendoci per mano e camminare fingendo di essere tranquilli e di avere la situazione in pugno senza capire cosa stava succedendo; quanto era stato bello scoprire una strada mai vista, ascoltare voci mai sentite, ritrovare quell’insegna che ci diceva che eravamo vicini a dove volevamo andare. Quanto era stato bello essere alla scoperta, all’avventura, cercare, immaginare, stupirci. Soprattutto, stupirci.
Ma tutto, si sa, finisce e anche e sempre i viaggi e figuriamoci la fortuna e quindi, appena tornato, fra le solite mille piccole fatiche che la vita ti mette davanti ogni giorno, ecco esplodere la seconda telefonata.
E poi, pochi giorni ed ero in cesso, una mattina, il telefono distrattamente in mano a cercar di distrarre la mente.
Due in poche settimane. Pensieri troppo grandi. Ma erano pensieri che dovevano star fuori dalla testa per non farla scoppiare. Le metriche che non possiamo razionalizzare occupano solo spazio intossicando l’hard disk già bombardato dalla quotidianità. Tenerle fuori dal focus, dall’attenzione.
Scorrevano immagini di paesaggi bellissimi, facce bellissime, torte bellissime, moto bellissime, tutto bellissimo sullo schermo alienato che scivolava sotto il mio pollice, unica differenza tra me e un primate sofferente chiuso in una gabbia di uno zoo che guarda la vita vivere oltre quelle maledette sbarre.

Un video, bassa qualità, ripresa a infrarossi. Un tunnel che corre verso il buio e una camera fissa a riprendere quello che gli passa davanti. Arriva un coyote, si affaccia, entra nel cerchio che corre verso chissà e poi si ferma, si volta e fa come un salto di gioia, quello che fa il tuo cane quando ti saluta appena torni a casa da lavoro perché è felice di vederti e vuole giocare con te. Entra in scena un tasso che lo segue e i due si avventurano verso il buio. Vicini.
E così, seduto poco poeticamente sul cesso una mattina di un febbraio che poteva essere, voleva essere, doveva e pretendeva essere una mattina di merda di un mese di merda, sono scoppiato a ridere e veniva anche un po’ da piangerci assieme. Un po’ commosso, un po’ divertito un po’ commosso dal fatto che potessi ancora essere divertito dal vedere un coyote e un tasso avviarsi assieme verso l’ignoto e la mia testa ha cominciato a viaggiare e il cuore a battere un po’ più forte, un po’ più allegro.
Dove stavano andando? Come si erano conosciuti quei due? Soprattuto, quanto era bello vederli mentre si cercavano per fare un pezzo di strada assieme, perché assieme il buio fa meno paura, perché assieme è così bello andare a spolpare il buio che anche un coyote e un tasso lo capiscono e allora mi sono lasciato andare e lasciate perdere che dovrei essere ancora seduto su un cesso intento in ben poco poetiche pratiche, la scrittura può rendere magico ogni momento.
E la magia erano due bestiole selvatiche che camminavano vicini e quel fondo buio che chissà cosa porterà e il dubbio e la paura della curiosità che fa drizzare il pelo, lo fa anche a noi che siamo animali anche noi, mammiferi se non vi ricordate, e abbiamo il pelo anche se ce lo togliamo il più possibile – deo gratias! – e anche a noi si rizzano i peli quando non sappiamo bene cosa stiamo facendo ma quel farlo ci fa battere il cuore un po’ più forte. È la pelle d’oca che avevo provato pochi giorni prima in viaggio e allora mi sono lasciato andare a pensare a quanto tempo perdiamo in inutili pose, inutili critiche, inutile noia. A quanta gente sento, ogni giorno, dire male di qualcosa, quasi fosse un vanto non essersi divertiti a quel concerto o non aver goduto al cinema di quel film che era “già visto” o quella canzone “già sentita” e quella band “come negli anni novanta o duemila” o sticazzi.
Quella posa cinico/intellettuale che tutto sa e se non è nuovo o seminale o difficile o triste non me lo filo proprio. Quella roba da adolescenti che quando sei adolescente è normale che tu ce l’abbia e per fortuna: vuol dire che pensi e che cerchi e, siccome sei pieno di rabbia per il solo fatto di essere adolescente, allora ti incazzi e tutto fa schifo.
Ma poi cresci, poi diventa inutile tutto quell’incazzo e allora è solo posa per dire che non era bello. Chissà perché. Chissà perché a qualcuno piace il rompipalle scopa in culo intelletual lamentoso da rivista online che controlla ogni ora se ha un follower in più su qualche social. Quello che non vede mai la magia.

E invece guardali lì quei due che vanno assieme verso chissà quale avventura, e nessuno cominci a fare l’etologo e dirmi che in natura succede perché e blablabla: non me ne frega un cristo, per me quei due sono due veri amici a caccia di avventure da raccontare ai nipotini davanti al fuoco quando saranno vecchi e ancora amici perché sento la magia, la sento che mi si muove ovunque dentro. E allora i due amici vanno e scoprono, perché è una sola la cosa che può tener sempre svegli e sempre sul tasto ON anche quando tutto va male e hai paura del buio: la curiosità, il cuore aperto alla magia. La certezza che verremo ancora stupiti.
Ma questo non lo fa il mondo, no: ce lo facciamo, o non ce lo facciamo noi.
L’altra notte ho sognato di essere papà di una bimba che mi chiedeva cos’è il mondo. Io le dicevo “è un po’ come uno scatolone pieno di roba. Non è bello, non è brutto, non è giusto, né sbagliato. È solo pieno di roba e noi ci scegliamo cosa guardare, annusare, assaggiare, e non solo: siamo proprio noi a fare le cose che riempiono quello scatolone che a volte fa paura. Siamo noi a dare i colori, a accendere la luce o spegnerla, a fare le cose che poi scegliamo di assaggiare, annusare, provare e amare”. Siamo noi che possiamo decidere se tenere la posa del cinico e annoiato o godere di una canzone anche se sa di già sentito, di un film che ci ha fatto solo sorridere.
Siamo noi che possiamo prendere un altro come noi e dirgli: “sai che mi cago sotto a entrare in quel tunnel di cui non si vede il fondo, ma facciamo come il coyote e il tasso? Andiamo a vedere cosa c’è lì perché mi fa paura ma sono curioso, ne tanta ho voglia!”
Siamo noi a decidere se qualcosa può superare quel muro di faccia da culo che ci siamo messi su per paura, per posa, per noia, per social. Perché il mondo è solo uno scatolone ma è enorme, ci sono migliaia di posti in cui non siamo stati, migliaia di parole che non abbiamo sentito, migliaia di sapori che non abbiamo provato e questo sì che è il punto.
Il punto è che c’è sempre un motivo perché c’è sempre magia, basta lasciarla entrare. Qualcosa, domani, ci stupirà anche in mezzo al grigio, basta avere gli occhi lesti a inseguire la scia che ogni magia lascia in questo scatolone in cui viviamo quando passa. E dovremmo dirlo e dirlo forte ogni volta che ce lo ricordiamo, perché a volte succede che qualcuno lo dimentica e chi lo dimentica perde la strada e poi tutto si fa buio. Per sempre.

Quel febbraio bisesto, funesto e potente, pieno di gioia e di un dolore sordo che non trovava parole stava finalmente correndo verso i suoi ultimi giorni e il tepore secco e malaticcio stava lasciando posto alla pioggia. Si diceva che una bella tempesta avrebbe riportato l’acqua dove doveva stare, un po’ di fresco in quell’aria stantia; che avrebbe lavato via un mese fosco, il virus, la crisi, le brutture della vita. Che poi sarebbero tornate: ci sarebbe stato di nuovo un cielo secco e spento, ma io avevo capito cosa mi faceva così ridere mentre qualche lacrima cadeva sullo schermo del telefono in una mattina che non era più l’inizio di una giornata di merda: tutto quello non mi faceva paura. Non avevo paura del secco che sarebbe tornato perché io avrei sempre inseguito la scia lasciata nello scatolone: sarei stato sempre quel coyote che saltella per chiamare il suo amico per una nuova avventura. Sarei stato sempre quel tasso che caracolla fiducioso dietro perché sa che, prima o poi, in fondo al tunnel, ci sarà di nuovo della pioggia fresca a bagnarci il muso e farci ballare di gioia.
Lunedì dicono che pioverà. Aspetterò l’acqua dal cielo come un dono che lavi via la polvere, il male, la tristezza. L’aspetterò ballando sul terrazzo una canzone triste che mi farà pensare a quelle due telefonate e quei due abbracci che non darò o anche solo quei due “ciao” che non potrò dire mai più; ma la pioggia laverà via anche le lacrime e poi l’aria avrà quell’odore che ti fa venir voglia di uscire.

Fabio Rodda

I dischi che piacciono solo a me, credo #50

Laurent Voulzy y Mama Joe’s Connection Rockollection (RCA, 1977)

Non posso vantare battesimi dorati o imprimatur a 18 carati da sfoggiare nelle conversazioni dotte o in singolar tenzone. Parto già sconfitto perché ero, sono e rimarrò sempre il solito incompiuto poppettaro di provincia, nato predisposto su dischi di guano e risalito con fatica e caparbietà verso medie altezze. Quindi non mi è concesso sventolare quale primo imprescindibile acquisto della mia vita nessun pezzo da novanta. Insomma, non ho perso la mia virginale castità vinilica con un Revolver, un Pet Sounds o un Let It Bleed. Macché. No, nemmeno con un Disraeli Gears, un Ziggy Stardust o un volgarissimo e sempiterno Ummagumma. No. Niet. Sebbene tra le prime cassette compratemi dal babbo spiccassero T-Rex e Suzi Quatro nella scelta del 45 giri interamente ascrivibile a me e ai miei risparmi capitolai di brutto. Ma credo di aver già fatto outing più volte a riguardo, espiando il giusto.

Certo, ero stato svezzato da una nutrita collezione di singoli del parentado; 45 giri che mi sollazzavo a far ruotare ogni stramaledetto giorno che Iddio mandava in terra, più e più volte. Ma non erano propriamente ‘miei’ e quindi non so se si possano considerare ufficialmente vidimabili, sulla lunga distanza. Ne ricordo tre – fra i tanti – in particolare: Venus degli Shocking Blue, Uno dei Mods di Ricky Shayne e – soprattutto – Fire di The Crazy World of Arthur Brown. Anzi quattro, perché pure Let’s Dance di Chris Montez era – per me – un bell’ordigno pop da sculettare in camera. E se proprio volessi far tombola anche Minuetto di Mia Martini era in heavy rotation in quei primissimi anni settanta. Ma nulla poteva contrastare Arthur Brown. Quanto rimanevo incollato sulla diabolica copertina di Fire, e per quanti mesi ho tentato di decifrarne lo strano e brividoso copricapo fiammeggiante. Bastava mettessi sul giradischi (si chiamavano giradischi, allora) quel 45 e già l’urlo iniziale mi mandava fuori di testa. Mica sapevo cosa dicesse (per la cronaca: I am the God of hell fire, and I bring you!) però come lo diceva, accidenti! Immaginavo un mondo alieno che – ancora – non sapevo si chiamasse rock and roll. Sarebbe bastato questo 45 giri per tirarmela fino alla fine dei miei giorni. Invece.

Quando – all’atto dell’acquisto del mio primo pezzo di vinile – dovetti fare la scelta magna ruzzolai miseramente, battendo i denti sul selciato. Oh, sono sicuro che gran parte di Voi Eletti abbia ben altri titoli con i quali schiaffeggiare la mia stoltezza, ma io faccio pubblica (e pubica) ammenda: le mie prime 800 lire le buttai per un successone di quelli che riempivano i luna park, inciso pure da un emerito Carneade, sparito dalle classifiche internazionali (ma saldamente assiso a quelle francesi e fiamminghe, come ho scoperto giusto pochi minuti fa) quasi subito dopo aver infamato il pianeta con una sorta di Stars On 45 ante litteram: ovvero il Laurent Voulzy di Rockollection. Death Of A Disco Dancer, già. Uno che aveva la faccia da Chicco Mentana creolo. Ehi, perché chiudete la pagina? Mi piaceva. Molto, Quello che non ricordavo era di averne discusso per una intera estate con la francesina destinataria di un fitto carteggio linguistico extra scolastico; serviva per rinfrancare il mio francese, dicevano. Le avevo già parlato di Renato Zero, ricevendo in risposta – dentro una busta rosa confetto e una calligrafia gallica – un flyer del concerto degli AC/DC in quel di Tolosa. Più bel tacer non fu mai scritto, eh? Provai a ribattere tramite i Chrisma (quelli con la ci acca), ma senza successo.

Abitava a La Union (Lobo Hombre In Paris, qui vi voglio) ed era già sufficientemente sgamata – dall’altoaltissimo dei suoi 16 anni – per seguire Kiss, Peter Frampton e – appunto – AC/DC. Ad ogni missiva proveniente d’oltralpe io scivolavo sempre più giù nel suo ranking musicale, finendo con lo svernare lì, dove languiscono i Ciro Sebastianelli a Sanremo. Si parla del 1976/1977, sia chiaro. Un fitto e minuzioso carteggio in un mio improbabile idioma francese durato alcuni anni, vocabolari, artifizi linguistici e fatiche. Almeno fino al momento in cui non giunse una risposta nella quale la Giovanna d’Arco del rock espresse severe riserve sul mio entusiasmo verso il neonato movimento punk. “Sono sporchi e fingono di suonare“, disse (anzi: scrisse). Ahia.

“No, non è vero”.
“Sì che è vero”.
Les escargots qui vont à l’enterrement
Addio.

A nulla valse sventolarle Ciao 2001, i Sex Pistols e i Tubes (avevo delle idee approssimative, vogliate scusarmi), quella carta porosa edificata su un peu d’amour, d’amitié e beaucoup de musique si bloccò lì, morendo d’inedia.

Insomma, tutta questa noia soltanto perché stamattina ho risentito Rockollection alla radio, innescando una madeleine di ricordi e sensazioni che avevo sepolto chissà dove, così come avevo dimenticato d’aver comprato negli anni – oltre al 7″ e al 12″ – l’aberrazione magna su LP, sempre titolata Rockollection (RCA Victor, 1977), a nome Lourent Voulzy y Mama Joe’s Connection. ‘Na roba brutta forte, credetemi, un vero imbarazzo da nascondere nella credenza della nonna. ‘Na roba dove a far da corollario al successone vi erano stivate altre otto nefandezze pop-disco che mai ho avuto coraggio di approcciare nella loro interezza. Addirittura una resa barbarica di quella Deep Purple datata 1939 a firma Parish/De Rose. Vi esorto a starne alla larga, ho già fatto io da cavia – al tempo – immolandomi. Nove canzoni da festa alcolica dell’ufficio del catasto, tra stempiature sorridenti, Brigittebardòbardò, pugnette e multisala erotici. La fille en papier, L’amour est un oiseau, Peggy (Bye Bye), Le Miroir (una malgiogliata con gli strass), Milady (Polnareff alla crema pasticcera)… Insomma, mi fermo: sono 40 minuti di Torquemada per le orecchie. La morte vera. Un disco da tenere lontano, un virus malevolo che negli anni sono riuscito a sconfiggere e dal quale vi esorto a starne alla larga. Però c’era Rockollection e tanto bastava al mio basico alfabeto.

L’inclusione in un loco amoenus quale Sniffin’ Glucose dove – in questi due anni – sono riuscito ad accatastare un bel po’ di roba trasversale è un autodafè doloroso seppur necessario. Ma la radio andava, la strada era sufficientemente sgombra, il volume era congruo e io continuavo a battere il piedino sui tappetini, seguendo quel giro di basso strafico, canticchiando “On a tous dans le coeur une petite fille oubliée, une jupe plissée, queue de cheval, à la sortie du lycée”. Già, la sapevo a memoria al tempo. Volevo chiudere una volta per tutte il mio più che quarantennale contenzioso con Laurent Voulzy. Ne ho dunque approfittato per soddisfare alcune curiosità sulla carriera post successone internazionale, e – ci credereste? – l’uomo è ancora saldamente assiso alla sommità delle classifiche di lingua francofona come un Vasco Rossi qualsiasi e – addirittura – ha in carnet un singolo dal titolo Les Nuits Sans Kim Wilde (del 1985) che andrò senza indugio a sentirmi dacchè si vuole al sapor di Pet Shop Boys.

Nuits e Kim Wilde sont des mots qui vont très bien ensemble.

Di quel battesimo del fuoco ho conservato vergogna per anni, stimmata impura pronta a marchiarmi un cammino che avrei potuto rendere più agevole con un piccolo sforzo, ci sono voluti anni di terapie  e autoconsapevolezze armoniche per venire a patti e riappacificarmi con quell’unico momento topico. Mi rimetto alla clemenza della corte dunque. Ho un alibi oltre alla carta d’identità, ma non credo sia abbastanza di ferro per salvarmi dal verdetto: lì dentro, in quei pochi minuti di Rockollection, c’erano le riletture casalinghe di parecchi successi del rock and roll (da I Get Around a Gloria, da Mr. Tambourine Man a The Locomotion) e io – con un unico singoletto – avrei potuto averne un assaggio. La prima dose è sempre gratis, no? Non importa se subito dopo con i miei sudati risparmi mi fiondai sui Kraftwerk, su Amanda Lear (ehi, The Model!), sui Knack e sui Ramones. Rockollection non mi salverà dalle fiamme dell’inferno e dal carcere duro destinato agli impuri, ma a mia discolpa posso dire che l’album alla prima occasione l’ho sbolognato per due dindi e poi – negli anni – per espiare ho svolto milioni di ore di pop socialmente utile, Vostro Onore. Perché, come dicono i francesi, tout se tiens.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #49

EggmanFirst Fruits (Creation, 1996)

È bizzarro e anche un po’ anacronistico ritornare col pensiero al tempo in cui, data l’enorme mole di uscite e il livello qualitativo delle stesse, ci si poteva permettere di snobbare o accantonare – se non autentici pezzi da novanta – dei lavori che alla resa del tempo si sarebbero dimostrati ottimi, inserendoli in lunghe liste che mai (o quasi) avrebbero potuto vedere la luce. Che Ratzinger avrà anche abolito il concetto di Limbo ma noi siamo Fra’ Dolcino inside e minimo minimo un Purgatorio ce lo meriteremmo eccome per tutti gli Autodafè che ci siamo imposti negli anni, con una costanza e una caparbietà fuori dal comune. Si faceva l’emigrante giusto per tener fede all’assioma (allora inconsapevole ma sempre stupido) che il pop inglese andasse vissuto assieme agli autoctoni e solo dopo una sanguinosa campagna d’Inghilterra importato con ascolti e manufatti. Una cazzata immane che generò liste (cartacee, chiaro) lunghissime e trasversali. Liste di autori e manufatti che potrebbero agevolmente trovare spazio su queste colonne visto che manco il Terzo Reich generava operazioni Leone Marino con cotanta frenesia e febbrile intensità. Liste che conservo ancora in qualche cassetto, giusto per ricordarmi quando è il caso di separare il grano dal loglio. Volevamo davvero conquistarla, quell’Inghilterra snob, o quantomeno assimilarne i figli più teneri e nascosti alle lusinghe del Virgin Megastore, dove giapponesi con i canini affilati arraffavano compulsivamente tutta la top 40 disponibile. Penso a Booth And The Bad Angel, Butterfly Child, Ed Ball, Care, Doris Days, Ben & Jason (caaaari), Suns Of Arqa, Rub Ultra, Fosca, Jack/Jacques, Colenso Parade, Mo Solid Gold, Polak, Scandals, Rain Band, Medium 21, Pooh Sticks… solo per citare i primi che annaspano nel pavimento, albero a cui sempre tenderò la pargoletta mano. Penso a Eggman, pure. Nome che avevo sepolto nella Fossa delle Marianne dei miei ricordi, accantonato dopo un veloce ascolto al momento dell’uscita e che mi è ricapitato tra le mani per caso qualche giorno fa, mentre cercavo i singoli degli Elcka (altra banda che conservo nella cassa toracica). Ne ho guardato la bucolica copertina cominciando a tirare le fila, tra un sospiro di nostalgia e l’altro. Con i ricordi ci fai poco, un maglione infeltrito di pezze che mai sei riuscito a mettere nella vita, però è anche vero che i ricordi sono degli ipertesti fantastici. Dagli Eggman ai Boo Radleys è stato un attimo, ripensando appunto come First Fruits fosse il disco solista di Simon Rowbottom (per gli amici e i fan: Sice), uno che appunto trainava i Boo Radleys assieme all’altra testa d’uovo Martin Carr. Gente che sapeva scrivere bene per quegli anni scioccherelli, sbarazzini e adidas-osi. Gente seria, fin troppo. Seria e smaliziata musicalmente. Rimembravo frutti succosi e li trovo sorprendentemente migliorati col tempo, sciroppati al punto giusto dalle sempre superbi armonie del Rowbottom, uno lontanissimo dalle toccate e fughe di certi beniamini brit pop coevi. Uno che guardava ai Beatles, agli XTC, a certe paginette zuccherate dei Kinks. Finanche ad una complessa versione britannica dei Love declinati folk. Uno che poteva perdere tutti i treni alla stazione per limare incessantemente un accordo o un arrangiamento. Uno che non avrebbe mai potuto diventare un beniamino della scena, e difatti i Boo Radleys dopo il botto di Wake Up, Boo! (numero 9 in classifica) decisero sdegnosamente di distaccarsi da quel fenomeno isterico nel quale erano stati inseriti di forza. Del resto erano in giro dalla fine degli anni ottanta (l’esordio su ellepi – Ichabod And I – data 1990) e ritrovarsi in compagnia di Cast e carneadi assortiti non era certamente la loro massima aspirazione. C’è gente che ha in uggia le confraternite e ama derapare fuori dalla strada maestra, deturpando il paesaggio. Un po’ – e passatemi il paragone digitale – come i Soft Cell e il synth pop. Il The Art Of Falling Apart dei Boo Radleys si chiamerà C’Mon Kids e andrà a lambire per inerzia il culo della classifica britannica prima di inabissarsi assieme alla band in un buco nero di disinteresse. Qualcuno lo appellerà quale epitaffio vero e proprio del brit pop, qualcun altro andrà semplicemente a liquidarlo come un suicidio commerciale premeditato e annunciato. Per me, che sono bagongo a una dimensione, rimane una perfetta intersezione tra un’idea bizzarra di Sub Pop e un’omelia da primissimi Manic Street Preachers. Un distillato di chitarre da porgere su un piatto d’argento ai Radiohead che – diavoli e satanassi! – ne prenderanno scrupolosa nota eccome. Non così la Creation, stanca di aver onnivori bastian contrari in casa e dunque pronta a nasconderli nello scomparto più inaccessibile di catalogo. Sice si sente soffocare, Martin Carr accusa il colpo e il buio oltre la siepe avanza minaccioso. First Fruits passa inosservato in quella Class Of 96, quasi invisibile quando invece è – vogliate darmi credito almeno stavolta – miracoloso per scrittura, scarno e solerte per arrangiamenti e liturgico per quel suo genuflettersi ai Beatles di mezzo. Vi è (ohibò!) Ed Ball a dare una mano su queste 10 canzoni, assieme a Carr e Cleka dei Boo Radleys, a Kevin McKillop dei Moose e a mezzi 18 Wheeler. E se qualcuno vi dice che allora – forse – erano solo tracce scartate dalla casa madre, rispondetegli con le mot de Cambronne e tirate innanz. Magari soffermandovi su quella Purple Patches messa furbescamente in apertura a sgombrare il campo da qualsiasi equivoco tanto richiama gli Oasis nella loro metà campo prima di spedirli negli spogliatoi. Intro bucolico alla Beatles (anzi: Beadleys) e costruzione armonica alla Gallagher. Ma non si incorra nell’errore di trovare il buon Sice affetto dalla sindrome dell’epigono col fiato corto, che – appunto – quei Boo di poco sopra facevano dischi quando ancora Caino e Abele si rovesciavano le birre addosso l’un l’altro nei pub di Manchester, ruttando. Ve lo spiega con dovizia di particolari anche Tomas, che luccica di spensierata bellezza in un firmamento dove lo spazio ha come coordinate George Harrison, il tempo curva sui Fairport Convention e la luce corre su filamenti Donovan. Oboe, filicorni e una melodia vocale che offusca l’aria di patchouli. La inspiri a pieni polmoni in una serata di nebbia e vino rosso e tutti quei deliziosi fricchettoni vengono a suonarti il campanello, trainandosi appresso un boccale di sidro e Al Stewart. Un’Antologia di Spoon River edificata su arpeggi, altresì dicesi umbratile delicatezza, proprio come la speculare sorellastra, quella That’s That Then (For Now), che c’ho ‘na gioia immensa a riascoltarla e riscoprirmi il magnifico babbione perdente di sempre. E i Beatles ci sono eccome, qui dentro, diosanto. Ci sono e ti prendono per la gola ogni domenica mattina, tra i riverberati rintocchi della chiesa e il profumo di crema pasticcera nel viale principale. Ritornello che sa da curry e Camden Town, le chitarre a schiamazzare felici, i batteristi che muovono i polsi indolenti mentre le vocali si trascinano con uno spleen d’alta quota.

Lo vuoi un tè, caro Sice? Così magari mi spieghi perché ti sei divertito a non essere una star? A svicolare e mettere alla prova i tuoi seguaci alle prime avvisaglie di successo? O mi pizzichi qualche corda, sussurrandomi arie da stazione della metropolitana in zona 6, con il cielo plumbeo che minaccia pioggia su poster sbiaditi e cimiteri e muschio. E. Magari proprio quella di Not Bad Enough, che viaggia da qualche parte in un imprecisato punto degli anni sessanta, e noi dietro col fiato corto in un sussurro da Magical Mystery Tour. E io ne vorrei mille di dischi così, di quelli che sai già cosa aspettarti, giusto per dormire sonni sereni e lasciare le sorprese agli altri, quelli bravi davvero, quelli che dal gomitolo fan sparire il filo. Quelli che ci mettono in soggezione e non sono materia per noi, che in primo banco ci trovavamo spaesati. Che poi alla fine è sempre da queste parti che si torna, ai 45 giri col mangiadischi, alla Tv in bianco e nero, alle classifiche alla radio, al mangiacassette in auto. Perché le canzoni sono come i parenti ed il passato, riappaiono per ricordarti gli incastri della vita ai quali ti hanno sottoposto. Non te li puoi scegliere, te li trovi incastonati nel dna. E questo disco nella sua cristallina bellezza mi ha rivelato la noncuranza sulla quale mi ero immolato, in quella metà di novanta. Con la testa rivolta ad un futuro che ritenevo possibile e il corpo abbarbicato ad un passato necessario. Ma me la recita Sice l’omelia funebre di tanta dabbenaggine, e lo fa con The Funeral Song quattro minuti che spiegano due o tre cosette ai segaioli shoegazer, accordando le chitarre su un mattino di erba e caccia alla volpe. First Fruits è fatto della stessa materia di cui sono fatte le canzoni che si incuneano; un disco che è tutto fuorchè immerso nell’isteria brit che stava strangolando l’Inghilterra in una bulimica corsa alle vendite. Altresì ovvio che la Creation (sufficientemente fornita di Oasis e Primal Scream) non sapesse che farsene di un lavoro simile, relegandolo da subito nelle retrovie di una promozione asfittica. Un solo singolo estratto (il citato Not Bad Enough) e una pacca sulla spalla. Svegliati Boo, sarà anche a beautiful morning ma la fine si avvicina.

Replace All Your Lies With Truth è l’immaginazione al potere, ha polpastrelli da filastrocche e delicati cambi di tempo quintessenzialmente inglesi. Io ci avrei trovato posto dentro Kingsize dei Radleys, disco che si vuole minore quando non mediocre ma che due zampate due riusciva ad infilarle ugualmente. Ma io non sono Sice e lui poteva permettersi di inserire bellezza anche negli inediti o nei lati B, cremando le note per spargerle al vento. First Fruits è il miglior antidoto alla depressione, è il (frutto) candito che spazza via la tristezza a suon di zuccheri, la mela caramellata che si attacca alle labbra e la strega si attacca al cazzo. È l’amico che ti chiama per una birra alle undici di sera e tu ridi piangendo dentro un locale immacolato di stronzi e denti bianchi con una ristampa in economica di Will Self nella tasca della giacca e nessuna occhiata da ricambiare, pregustandoti il ritorno a casa in solitaria. Magari per ascoltare in loop Out Of My Window, ovvero un altro di quei piccoli tesori di giada che i rari artigiani del pop possono permettersi di nascondere dentro i dischi. Un folk di guazza impreziosito da campi magnetici, archi e tardi anni sessanta. L’ho già detto Beatles vero? Che ognuno di noi c’ha dei campi di fragole da annaffiare e un Revolver caricato a canzoni. Caro Spotify tu lo metteresti tra Nick Drake e i JJ72 (o i Geneva), dimostrando ancora una volta d’aver testa ma non ragione, cuore ma non sentimento, testicoli ma non spermatozoi, giustizia ma non empatia. È per questo che con Sice sarò sempre amico ma con te no. E ancora: Look Up profuma di ballata alla quale han succhiato il midollo prima di lasciarla crepitare accanto al fuoco per fare autunno. Per fare casa. Per fare amore. I’ll Watch You Back vola felice sulle praterie come un Sunshine Superman mentre First Fruits Fall chiude con una chiesastica e gelatinosa invocazione folk in una sorta di prog-ressione brit. Che disco First Fruits! Persino troppo per noi comuni mortali ormai assuefatti alla mediocrità. Eppure, dopo 23 anni, rimane ancora un gigante gentile seduto su un melograno, sorridente.

Magari degli Elcka, dei Butterfly Child, dei Polak, degli Scandals e del mio pavimento parleremo un’altra volta. Perché oggi è il giorno dei giusti: non privatevi di Eggman, non siate ottusi come la Creation. Svegliatevi, piccoli Boo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #48

Peter CoyleI’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (Big Big Massive, 1988)


Conosco gente (conoscevo, via… il passare dell’età almeno porta consapevolezza e cesoie affilate) che metteva una tacca sulla pistola – no pun intended – ad ogni donna vidimata. Passata per le Forche Caudine, intendo. Consuetudine bizzarra ne convengo, pure molto cafona sebbene ancora in voga anche tra i vostri beniamini pop. Consuetudine che non intendo commentare, tanto più che io l’ho sempre messa in atto con i dischi, che almeno durano molto di più di qualche amore sebbene le gradazioni siano le medesime (da ‘poor’ a ‘mint’, in pratica). Mi spiego: sono in grado – dopo tutti questi lustri – di estrarre dal cilindro tutte le informazioni relative all’acquisto di (quasi) ogni singolo pezzo in mio possesso; perlomeno dei pezzi più importanti. Che poi questi, nel mio caso, rappresentino la quasi totalità del patrimonio è altro par di maniche. Certo, pure di alcune bizzarrie mi è rimasto tatuato addosso e su Filemaker Pro almeno il giorno dell’acquisto o il negozio, e sono consapevole che gettare soldi da Cheapo Cheapo il giorno della Befana 1999 per i singoli dei Younger Younger 28s non sia propriamente da persone che dovreste annoverare tra gli amici. Io ve l’ho detto, poi vedete voi.

Per farla breve: potrei dirvi esattamente dove ho fatto mio il primo agognatissimo disco dei Ramones (da Gola, una fredda mattina in cui non c’era lezione. Per me); non avrei esitazioni nel commentarvi il lungo viaggio verso le Marche nel quale mi si svelò The Seduction dei Ludus, in un tardo pomeriggio di sole e Campari. O il fetido scantinato in cui – nel primo settembre londinese della mia vita – arraffai con mia somma gioia et godimento High Holy Disco Mass dei DVA (notate la sottigliezza) e un Fourth Drawer Down gatefold. E ancora: Storm The Gates Of Heaven di Jayne County & The Electric Chairs (vinile rosso) del quale vi ho già ampiamente scartavetrato i santissimi tempo addietro. O Colloquio dei Le Masque, l’unico vinile giunto tra le mie mani in piena notte. E ancora Temptation dei New Order, uno dei primi 12″ arrivati in casa – acquistato alle quattro del pomeriggio del 15 maggio 1982 (un Blue Saturday) e lasciato sul piatto a pulsare per mesi. Up, down, turn around please don’t let me hit the ground.
E poi Coil, Menswear, Dare degli Human League, Cardiacs. I ‘miei’ Garland Jeffreys, presi quasi tutti in blocco durante un week end compulsivo di metà novanta. O la Joan Armatrading di My Myself I che cercai alacremente grazie a Carlo Massarini. O ancora i Passions di Sanctuary, ovvero una delle epifanie della vita, rivelatasi tra una mozzarella in carrozza (alle acciughe, chiaro… mica serve sottolinearlo) e uno sciopero. Insomma tutto ‘sto bla bla bla (non è un gruppo) è conservato dentro quei quattro miseri giga della mia scatola cranica. Non ci credete? Prendiamo The Correct Use Of Soap dei Magazine ad esempio, disco che conservo uno e trino con la prima copia comperata agli albori delle fiere del disco, la seconda – quella USA con titolo in rilievo e copertina bianca – a Camden Lock per due sterline e la terza (quella in cd) in un periodo di riedizioni compulsive assieme a Play e al cofanetto. Potrei altresì dirvi di The Spangle Maker dei Cocteau Twins, costato come un Bulgari in prossimità della Pasqua del 1984 (12.500 lire da Compact Disc. Dodicimilacinquecento!) o Suedehead di Morrissey su 12″, regalo di una bella donna il giorno di San Valentino del 1988. O ancora del mio primo Sulk (Stereoclub, dopo un attesa infinita) e così via fino al Numero Uno, il decino di Paperone del quale sarà necessario parlare in separata sede perché non ne vado granché orgoglioso. Insomma vi potrei fare una mappa della mia vita solo mettendo ordinatamente in fila i miei vinili, come un Rainman a 33 giri che non sa chi gioca in prima base. Li conosco quasi tutti quei figlioli prodighi pronti a ritornare sulla retta via, ovvero la mia umile magione. Quasi, già. Ci sono delle pecorelle smarrite che sfuggono ancora al controllo, mi osservano dall’alto degli scaffali e non mancano di farmi un rassegnato risolino di canzonatura ogniqualvolta – raramente, invero – io li rimetta sul piatto.

Peter Coyle è uno di queste pecorelle. L’uomo preda dei sogni adolescenziali di tutte le mia compagne di classe (tolta la testa d’uovo dall’immenso Q.I. che trovava arrapante Freddie Mercury), l’uomo sorridente a Top Of The Pops con il sodale Jeremy Kelly in quel tenue declinare pop di Eyeless In Gaza chiamato The Lotus Eaters. L’uomo che dedicava singoli a Louise Brooks (It Hurts), l’uomo titolare di una discreta attività in proprio pure (sei album a tutt’oggi). Nemmeno dopo una infinita serie di rimandi e incroci ho ricordi dell’acquisto del suo debutto, quel I’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (carino il titolo, vero?) che ho riesumato giustappunto qualche giorno fa, giusto per vedere e dire a tutti l’effetto che fa (o solo provare ad espandere quei quattro giga di poco sopra). Niente, zero. Un vero e proprio buco nero. L’archivio dei file di casa – sorta di Babele delle buone maniere – non ha altresì aiutato: nessun cenno sulla data, zero informazioni riguardo il prezzo pagato per cotanto manufatto, nessuna collocazione geografica d’acquisto. Lo ritrovo tra quelli archiviati (e vidimati, dunque già con la tacca sulla pistola) ma non ne conservo memoria e questa è una cosa che certifica l’essere bacucco. Insomma, tra queste quattro mura Peter Coyle non ha coordinate; è un apolide senza alcun documento, privo di passaporto vinilico. A dar retta alla morale imperante andrebbe lasciato affogare su mp3 o aiutato a casa sua, ma qui gli scaffali sono aperti a tutti, come giustifica quel Giovani Giovanotti ancora sigillato che occhieggia dall’angolo più remoto della truppa di quelli formerly knows as ‘ancora da ascoltare’.

Lo prendo (Coyle, non il Cherubini), lo prendo e lo riguardo nel suo splendore – stavolta sì ‘mint’ – scoprendovi all’interno meraviglie mai assimilate appieno, tra un foglietto da amanuense e una timida cartolina. Chissà da quanto giace speranzoso di una seconda chance. Chissà quando l’ho comprato. Chissà perché, pure. A parte lo strepitoso titolo. Ma la prima mattinata di freddo della stagione incalza e quell’orrendo ellepi dei Tulpä (arraffato qualche giorno fa solo perché erano su Midnight Music) reclama pulizia dei padiglioni auricolari. Umbratile clima da Coyle allora, laddove unire piacere e dovere si chiama fare di necessità virtù: Hungry comincia al suo meglio quasi fosse uno scherno Psychic Tv (circa Ov Power) declinato su un’alcova etero in odor di trip hop. La sorpresa è grande ma il difetto di memoria ancor di più se è vero che Mouth Of Need si immagina adagiata su una Motown in riva al Mersey: groove aguzzo, sospirar di riverberi e un sacco di domande a frullare in testa. Hey Hearthlings bissa lo stupore scoprendo sempre più un Coyle dall’afflato black. Peter And The Family Stone. Sì, ma… aspetta: O My God sarebbe stato un succoso successo indie, se solo ce ne fossimo accorti al tempo. Non è mai troppo tardi. O quantomeno non lo è ancora se diamo ascolto a quel loop di arpeggio secco di funk bianco che spaia la geografia britannica tra un Bristol, un falsetto arido e un Jamiroquai che non è difficile tratteggiare indie. L’invocazione ci sta tutta. Black Angel non sai se proviene dalla giugulare di Barry Adamson o dalla colonna sonora di Shaft. Solo vergata da Trent Reznor. Ci credereste che l’efebico mangiatore di loto si potesse scoprire così nerborutamente peloso? Dovrei recuperare le compagne di classe, per chiederlo, ma temo siano su qualche gruppo di whatsapp ad organizzare vendite di Olio31 per la Just. 8 Orgasms si spiega da sé ma di mio vi aggiungerei un fattore sorpresa scoprendovi sull’attacco una vocalità da teatro kabuki. Drumming feroce e sibillino, qualche ‘surface noise’ di synth e Coyle che rincorre gli incastri ritmici per quattro minuti. Peter Gabriel III in osmosi con il Tricky di Maxinquaye o soltanto Liverpool che sa farsi Sheffield prima di ritornare alle brughiere umide della casa madre senza alcun senso del peccato (questa la capiremo in tre, mi sa) con Dawn With No One. Così fa Moonshine, che svicola in un synth pop ondivago, nervoso e schizofrenico. E ancora il funk all’aceto di Suck On The Sugarbone, più adatto ai Renegade Soundwave e alla Mute o la schizoide Say Something che quasi quasi ti par di udire Danielle Dax e invece non credi alle tue orecchie. Vedi un po’ il Coyle cosa ti combinava, ostia. Whore Me Whore You continua con un’irrequietudine sacrificata sull’altare della bizzarria armonica ma è con la soavità post coito di Into The Waves che ci accendiamo la sigaretta, stremati ma appagati.
Lo ripongo tra i casi irrisolti e penso che al cambio attuale l’esordio di Peter Coyle consta di 12 tracce, metà delle quali valevano ampiamente il sacrificio del titolo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #47

PuressenceOnly Forever (Island, 1998)

A me piace la mia città, credo. Un po’ come quei dischi di cui blatero random su queste colonne. Ergo non tantissimo – e con scarso entusiasmo dacchè non la vivo affatto – ma mi piace. Senza l’accento su ‘mia’ non avendone mai avvertito l’appartenenza, apolide di ‘sto cazzo che ha sì radici ma solo dove alberga un buen retiro scevro da frastuoni, gramigna, clan assortiti e soloni. Una bomboniera glassata riempita di madeleine velenose, ecco cos’è. Eppure mi piace nel suo aplomb geografico infestato da erbacce umane; ci cammino agevolmente nelle ore più buie e silenziose del mattino, quelle che ti stringono il muscolo cardiaco in una morsa, massaggiandolo con cura. A me, che sempre caro mi fu quest’ermo core. Ore da Paul Roland, da ventricolari La Dusseldorf, da Flying High a firma Irresistible Force. Da Sarah Records, anche. Cirrocumuli di minuti scevri dal pop più zuccherino, che per quello c’è bisogno di un alba che si dispieghi appieno. Nemmeno una città per cantare – come diceva Ron – ma per fischiettare eccome, anche se mi piace meno chi ne corrode continuamente l’anima, con tutti quei negozi di vestiti e di scarpe che indossa il centro, o l’esercito degli architetti dai gridolini Arcade Fire o retromanie alla Editors mai vissute appieno. Aperiminchie, ‘sotutomi, democristi, rockers H&M e incartapecorite anzitempo. Un bel parterre de roi(ti), non c’è che dire; quaterna del disagio snob che non conosce fine. Ma non è tempo di simili discorsi, che poi sembro il matto che urla ‘penitenziagite’ per le vie del paese, quello con più ferite che battaglie (Vecchioni Docet). E sono altresì sicuro che una città così ce l’avete anche voi. Vero che ce l’avete? Una città da selfie, che da qualche tempo è – incidentalmente – pure sommersa di iniziative culturali, eventi, concerti, ecc. Senza troppo sottilizzare (che a caval donato non si guarda in bocca, e questo è tutto grasso che cola) ogni anno che Iddio manda in terra si svolge un gran festival fumettaro. Iniziativa ormai ampiamente consolidata e che richiama in città una marea di persone. Bella manifestazione (credo, non l’ho mai approcciata. Ma si dice così, no?), trasversale e variegata, per quanto io nel campo delle bandes dessinées sia vieppiù ignorante nonché fermo a quella delicata e toccante creazione di Jeff Smith chiamata Bone; letta nella mia implume cameretta sul finir del millennio scorso quando la rete non era nemmeno più quella del materasso e figuriamoci un po’. Ma bellissimo e gentile, un The Queen Is Dead declinato lettering e inchiostro tenue, un Dream Academy al sapor di ciliegia, un Felt damascato. Al cor gentil rempaira sempre amore, e quei fumetti li tengo stretti assai, rimembrandone i tratti quando scopro di cedere un po’ troppo alla tentazione del cinismo e della misantropia. Cosa che – mi pare – stia avvenendo anche ora. Music, Comics and Misanthropy.

Come che sia: qualche anno fa – ignaro e dimentico della carnascialesca kermesse – ho avuto la brillante idea di recarmi in centro per una parca cena. Una cosa veloce, senza attardarmi troppo. Avrei dovuto capire subito che tutte quelle camicie di flanella, barbe, maschere da gatto, spolverini da stragi nei licei americani, Pirati dei Caraibi steampunk, tettorute vittoriane e pantaloni su caviglia scoperta che gironzolavano annoiati sul finir del giorno significavano ‘post post modern man & woman & mocciosum’. Ad strunziam.

Parcheggiavo bisognoso di una Magnesia Bisurata Aromatic e, con la calma serafica che mi contraddistingue, riuscivo (nonostante la ressa) a trovare un tavolo, sebbene incastrato tra una coppia sconsolata e un simposio di artisti under 30 tutto chiacchiere e ravioli al vapore. Già vi vedo oliare la Mauser, ma abbiate pazienza come l’ho avuta io. Letteralmente incastrato su un angolo in una sorta cubo di Rubik della ristorazione. Ahia. Capivo subito (son mica tardo e tordo eh, cioè… lo sono ma non fino a questo punto) che uscire da cotanto impasse – anche geografico – sarebbe stata impresa improba, soprattutto perché la coppia era loquace quanto Andy Luotto nei suoi giorni migliori, mentre l’agglomerato hip hip hurrà cianciava ad un volume da Marshall (non il piano, l’amplificatore). Una doppia coppia che avrei volentieri fritto come dei Wanton, con due femminei ragazzi melliflui e mollicci e le di loro compagne farcite da parlata blesa e tatuaggi alla Leroy Merlin. Fortunatamente non erano agghindati come comparse della saga di Twilight, sarebbe stato troppo per quel cuoricino ino ino che ancora mi alberga addosso. Li immaginavo stringermi la mano tramite arti sudaticci e molli come gli orologi di Dalì mentre la loro epiglottide eruttava erre mosce con la cadenza di un disco dei Fall. Brrr. Molto probabilmente tutta gente che aveva frequentato l’università della vita, come recita il sottotitolo dei loro profili Facebook. Dopo 40 secondi il mio involtino primavera era trasmutato in un uno stormo di nuvole di drago. Di lì un minutaggio interminabile di chiacchiere insulse e dalla consistenza di uno zucchero filato allo stramonio. Non se ne usciva. Non ne uscivo. Non ne sarei fisicamente uscito visto lo spazio rimasto, dovevo quindi ingegnarmi per scovare agevoli vie di fuga e per far trascorrere il tempo che rimaneva prima del conto. Al cambio attuale delle mie mandibole erano circa 7 minuti, ma il ristorante sfiorava il sold out e la cosa mi preoccupava piuttosto ed anzichenò. Avrei potuto snidare dalla testa un disco per Sniffin’ Glucose ad esempio, locus amoenus ove ultimamente latito e la cosa non mi fa onore. Così, giusto per passare il tempo ed escludere dalle mie orecchie il frastuono. Ravanare mnemonicamente i miei file cerebrali riaffiorandone con un ellepi che mi tenesse calmo. Di quelli che conservo gelosamente in quel cuoricino stropicciato del quale disquisivo poc’anzi. Quelli da due lire, proprio come il mio muscolo cardiaco. Insomma, in genere qualcosa di mediocre, che a voi non piace e a me dispiace assai ‘sta cosa. Impresa ardua in quel marasma di bimbi e polli alla piastra. Che forse era meglio il contrario, no? Mi sentivo come un Don Draper incapace di trovare uno slogan per qualche campagna pubblicitaria, conscio altresì d’essere eoni dal suo carisma di maschio alfa, a mia discolpa posso dire che non aiutava certamente quel minuscolo bicchierino di ‘glappa di liso’ invece di una Smirnoff servita da una giunonica Joan in pomposi bicchieri di cristallo purissimo. A volte la vita è ingiusta. Serviva un disco perfetto per il luogo ed il momento invece, e serviva subito prima che la mia intolleranza raggiungesse Alfa Bravo Charlie. Qualcosa che delineasse e delimitasse perfettamente lo iato – sociologico e anagrafico – tra me e quei casi umani che (probabilmente) un domani sarebbero andati a dirigere qualche ditta di papi o ufficio pubblico. Avrei voluto sganciar loro un Enola Gay di Tavernello. Ansia. Gli Half Man Half Biscuit? No, ne avevo già scritto per un fanzine sul calcio inglese. Gli Under Neath What? No, ne avevano già scritto altri. I Bomb Disneyland? Macchè. Poi – appunto, visto che c’ero finito in mezzo mio malgrado – ho pensato ai fumetti, ad un passato nebuloso e infine a Bone e al suo musetto, cambiando radicalmente atteggiamento. Sbirciavo le donne nude sul fondo del bicchiere, rigirandolo tra le mani lungo angolazioni impossibili per scoprire nuove prospettive, finché – tra un acerbo seno e l’altro – ho visto la luce. Sagomata dalle rifrazioni dei vetri smerigliati di quel dozzinale ristorante cinese, Chinatown dell’anima che si affaccia su una rotonda e grumi di nuvole pronte a minacciare pioggia, in un imbrunire da tardo settembre. Tutto improvvisamente si rivelava in quel Matrix di suoni, e quel panorama alla Blade Runner di campagna mi portava in visione una copertina di un disco che avevo amato assai; amato di un amore incondizionato, quello che arde e si spegne lasciandoti spossato a terra prima di un frettoloso addio: Only Forever dei Puressence. I Puressence, già. Dei Radiohead sorpresi a non toccarsi il pisello. La versione dei Whipping Boy spiegata agli idioti che si stavano lanciando dal pontile del brit pop. Idioti come me, pervicacemente abbarbicato ai Rialto. Ne feci scorpacciata durante una lunga e complicata estate londinese, sfogliando i petali di una margherita avvizzita ornata da profondi sospiri. Ma non è questo il punto. Il punto era quella tavolozza di colori oscuri che si raggrumavano sulle vetrate lanciando strali appuntiti dentro la mia cassa toracica. E non ricordo dischi (almeno quelli che giocano nei campionati minori, quelli dell’entusiasmo e sudore, quelli con poco pubblico sugli spalti) che possa vantare un trittico d’apertura così mirabolante come Sharpen Up the Knives, This Feeling e It Doesn’t Matter Anymore. No, non lo ricordo. Persino le tette sul fondo del bicchiere tendevano a sparire nel rimembrare la bisettrice basso/batteria piena di aria satura che introduce la rasoiata d’inizio. ‘Ogni giorno mi siedo in casa e affilo i coltelli, canta con malcelata noncuranza James Mudriczki. Era cosa buona e giusta, e quei quattro abbondanti minuti di art rock inglese, equidistanti dai Gene di mezzo come appunto dai Radiohead meno anodici e inclini all’ossidazione, riuscivano a gassarti l’anima da subito con dei crescendo orgasmici di ritmi saturi contrapposti ad una voce cristallina adagiata su una capacità pop davvero superba. Ne cassavano una naturale uscita su singolo e il cosmo ancora si chiede perché. Riesce a far quasi di meglio This Feeling ovvero l’età dell’innocenza sul declinar del millennio e io non saprei spiegarvela senza tirare in ballo le solite ecumeniche menate riguardo pennate acustiche, rispettosa scrittura, chitarre arrabbiate o grigi casermoni di Manchester, da dove provenivano. Ma Joy Division Goes Coldplay potrebbe essere un indizio. Mettetevela sotto il cuscino e domattina mi dite. Traina il disco ad un rispettosissimo numero 36 in classifica e ottiene spazi un po’ ovunque, da MTV a Radio 1. Ma, ci credereste? It Doesn’t Matter Anymore riesce nondimeno a far di meglio (scrivo ‘nondimeno’ solo per indispettire il Turra Giancarlo), abbecedario di art rock inglese agghindato impeccabilmente su un ritornello basico ma essenziale. E ancora le magie notturne di Street Lights dove si avverte aria di pioggia o la commovente epica di Standing in Your Shadows che comincia ambient e finisce High & Dry; l’irresistibile sipario da brughiera della citata All I Want, un po’ Geneva e un po’ no; la speme e lo spleen simil country di Behind the Man; i Gene (rieccoli) in ginocchio di Never Be the Same Again o Past Believing. Addirittura nostalgiche sembianze Chameleon a ribollire in Hey Hey I’m Down. Tutto è umbratile e autunnale in questo catalogo di sentimenti altalenanti ed è inutile che stia a illustrarvi un manufatto che per sua natura scorre identico tra flutti di accorato art rock inglese. Ma due paroline su Turn the Lights Out When I Die e Gazing Down mi premerebbe spenderle. Anzi no, non vorrei rovinare il momento in cui arriverete al loro cospetto. Un disco per tutti Only Forever, e che – proprio per questo – non tutti riuscirono a far proprio, disorientati dalla sua sublime indecisione.

Un disco agli antipodi da quell’accozzaglia petulante che non accennava a smettere di urlare o dimenarsi, urtando continuamente la mia sedia. Un disco che ferisce e rimane impresso dentro, a scarificare e scarnificare le emozioni. Mi chiedevo come facesse – quella coppia sconsolata che ci alitava addosso in religioso silenzio – ad affrontare la cena e la vita senza conoscere i Puressence. 

Con questi pensieri, il desiderio di correre a casa per riascoltarlo in religioso silenzio e la consapevolezza che Only Forever non lasciasse spazio a null’altro che non fosse amore io, comunque, un sassolino dalla scarpa dovevo togliermelo, sempre che riuscissi a districarmi da quel ginepraio tramite dignitosissima acrobazia affrontata nel ristrettissimo pertugio lasciato tra le due sedie. Zero. Nemmeno un apnea da Mayol sarebbe riuscita a farmi passare. Che fare dunque se non chiedere comprensibilmente ‘permesso’ senza tuttavia ricevere risposta? La coppia era immersa in una chat e The Artists Formerly Knows As Stronzi iteravano l’urlacchiamento coatto in preda a risolini isterici. ‘Scusate’. Niente. ‘Scusate’. Idem. Li avrei annegati nel bitume caldo corretto da piscio di alligatore. Baileys, praticamente. ‘Erm… PERMESSO’. Niet. Avrei dovuto sì scegliere i Bomb Disneyland, ostia. Serviva un segnale forte, un colpo di bacino che manco Elvis e un esortazione al nostro signore iddio dal congruo volume e declinato pedigrèe affinché tutte le ruote del firmamento improvvisamente cominciassero a girare per il verso giusto. Isacco Newton annuiva dall’alto dei cieli e Sharpen Up the Knives (appunto) rimbombava nel periplo della mia scatola cranica. Cominciavo davvero a sentirmi Don Draper. La bionda alzava la testa dal Samsung smarrita e confusa, l’artista abbarbicato alla sua poltroncina mi guardava con aria stranita mentre gli sciocchi scacchi della sua camicetta Milano Fashion Week cambiavano improvvisamente colore, adattandosi al tramonto petrolifero. Gli altri non pervenuti.

Come Mosè davanti alle acque le due sedie hanno iniziato a creare un varco nel quale avrebbe potuto passarci l’Ave Ninchi dei tempi migliori. Intendiamoci, non sono un rissoso, non è nella mia natura, anzi tendo ad essere un diplomatico sulle questioni spinose, ed è sempre sacrosanto porgere l’altra ‘anca’, soprattutto se coadiuvata da un’ernia lombare, ma a mali estremi estremi rimedi. E questo era un estremo rimedio. Sta di fatto che il boscaiolo trendy ha avuto la brillante idea pure di risentirsi e – mentre il mio ‘cane cane ane ane ne e e’ riecheggiava ancora per l’aere come un mantra alla Kula Shaker mi ha guardato di sghimbescio. Ullallà ragazzo, Sharpen Up the Knives anche tu? Così, siccome melius abundare quam deficere gliene ho sparato un altro. Un remix, una extended version blasfema. Uscendo mi sono acceso una sigaretta con un’aria da sgualcito Corto Maltese. Bone mi avrebbe perdonato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #46

BagarreCircus  (Sauvage Musique, 1982)

Abbiamo un vantaggio, noi nati e cresciuti nella – da sempre ignorante – provincia, un vantaggio abissale rispetto ai cittadini forgiati in asettiche vie laiche edificate su cineforum e vernissage. Un vantaggio che bilancia ed equilibra tutti i contro (e sono molti) ai quali siamo stati esposti, soprattutto durante l’adolescenza. La provincia ha radici diverse, poco irrorate dall’esposizione alle intemperie della cultura. In provincia è tutto doppiamente difficile, siamo una sorta di paria, reietti dal sacro cerchio magico di ‘dove le cose accadono’. I ‘the nigger of the world’. Però nasciamo con la dotazione di piccoli surplus che surclassano nettamente le piccole o grandi città che si affacciano sul suolo italico. L’adattamento, ad esempio.

La ‘Sagra di paese’ è uno di quei surplus. E sono sicuro che nessun cittadino abbia mai potuto gustare tra le narici o nell’anima quel misto di divertimento laico, religione un tanto al chilo, paganesimo spiccio, sociologia profonda, rutto libero e social network terricolo e rupestre ante litteram. Chi non proviene dalla provincia profonda ha (aveva, oggi le cose sono nettamente meno distinte) difficoltà ad ambientarsi in quel groviglio di follia e divertimento bulimico. Per quanto – appunto – oggi sia tutto scemato in un miscelatore insulso, dietetico e politicamente corretto. Ma aveste potuto approcciare le Sagre di paese nei tardi settanta o primissimi ottanta (sopravvivendo alle risse o al traffico alcolico) vi sarebbe sembrato di essere in Messico o in mezzo a qualche rito sciamanico fuori dal tempo. L’intero paese si bloccava per giorni, i bar prosperavano vendendo cibo così proteico e grasso che i vegani si sarebbero fatti esplodere con una cintura al tofu. Intere botti di bovoletti (sapete cosa sono? Lo yage è nulla in confronto alla massa d’aglio che questi piccoli molluschi devono sopportare post mortem), calamari fritti nell’olio motore, vino rosso da NAS e spuma (assieme, certo), porchette arrostite sotto il sole d’agosto. Non eravamo grassi comunque, sia chiaro. Le giostre – quel macchinoso peyote trasversale – andavano a pieno regime fino alle 5 del mattino, zeppi di ubriachi, buzzurri tout court, neanderthaliani, rissosi per censo e albero genealogico, ragazze discinte e sibili fantascientifici.

Le canzoni etichettavano inequivocabilmente estati e orari del divertimento (mai più sentito un heavy rotation come Ring My Bell, forse solo Non si può morire dentro di Gianni Bella) ma ne ho già parlato sul post de Le Orme (I dischi che piacciono solo a me, credo # 44) e quindi stop me if you think that you’ve heard this one before. Il pop aveva ancora un’aurea salvifica ‘splendida splendente’ in quei giorni. Umberto Tozzi e Alan Sorrenti battagliavano dalle pagine di Tv Sorrisi e Canzoni, Alberto Camerini stava arrivando, i Kraftwerk li vedevamo a Domenica In da Corrado, la luna stava bussando e le Madonne tristi con le dita alzate barcollavano per le vie del paese, un po’ per l’equilibrio instabile al quale erano sottoposte e un po’ per le bestemmie esotiche, i calici di rosso ingurgitati e baffi a manubrio. Ci inventavamo decine di modi per raggranellare qualche soldo: dallo scaricare casse al bar alla vendita abusiva e spavalda di fumetti e giocattoli fuori uso. Spacciavamo ghiaccioli prima che si sciogliessero. I motorini erano motorini e non ornitorinchi di metallo, i negozi chiudevano a mezzanotte mentre le gonne avevano bisettrici e orli improbabili, avvolte da sguardi allupati di instancabili tabagisti con le nocche gialle. Attraversavamo la provinciale zigzagando tra le auto sfidando gravità e fratture, mentre oggi un ragazzetto manco il cancello di casa apre senza essere subissato di raccomandazioni e telecamere.

Gran parte delle canzoni usa e getta sulle quali mi sono edificato provengono da lì, balie inconsapevoli alle quali ho fatto da rispettoso cadetto. 45 giri che gli autoscontri o la bancarella dello zucchero filato mettevano in loop per cinque giorni, gli stessi 45 giri che al mercato – ogni giovedì – un furgoncino riusciva a piazzare, spesso su improbabili versioni tarocche cantate da spavaldi imitatori dai nomi improbabili. Potrei citarvene un intero scaffale, sette pollici dalle copertine sgualcite e i solchi gocciolanti polvere, da Franco Simone a Dee Dee Jackson, da Gerry Rafferty alle Baccara, da Dan-I (Monkey Chop!) ai ‘Lectric Funk. Da Enzo Malepasso a Viola Valentino. Sovente minutaglia, ma che spesso assolveva egregiamente al proprio compito (Baccara escluse), ovvero tre minuti di rinfrescante straniamento, immersione di fantasia pop dalla durata di una Big Babol alla fragola. Disco Bambino, proprio. Eppure è un altro il 45 che incredibilmente è riuscito a condizionarmi come un cane di Pavlov, un 45 giri che cantò una sola estate e – chissà perché – il titolare del Tagadà passava con religiosa frequenza anticipando e vidimando la mia fissa per la dance. Una delle tante band farlocche che durante i gloriosi mesi della post disco (prima che diventasse italo) ebbero qualche nanosecondo di notorietà. Mi sembravano degli alieni i Bagarre, italianissimo progetto celante al proprio interno Marziano Fontana, Roberto Zanaboni (uno che aveva collaborato con Mia Martini e Ivano Fossati e si accingeva ad accompagnare Mina) e un’altra manciata di carbonari quali la misteriosa Ann O’ Rak (vero nome Rosa Maria Avataneo) o un/a fantomatico/a Jo Cleary. Italia come New York, new wave e post disco, rimembranze di Ze Records e un 1982 nel quale tutto – nel pop – poteva ancora accadere.

Presi il futuristico 45 giri da Fusco e ci vollero anni prima che riuscissi a trovare una copia dell’album (Circus, su Sauvage Musique) seppure in condizioni pietose. Quasi inascoltabile ma poco importa dacchè è Lemonsweet il 45 giri che mi segnò da allora e per sempre. Introdotto da una voce svogliata e aliena che cita (ma lo scoprirò in seguito) Frank Zappa e si attorciglia in un loop di asettici ‘fifty four, fifty four, fifty four…’ prima di prendere quota con un groove precipuamente new wave. Ne fui colpito, e la discrepanza tra quelle giostre campagnole, quei coetanei dal pantaloni troppo larghi, quelle risse alcoliche e il suono di un futuro al quale mi pareva di avere accesso furono una detonazione non da poco. L’asettico fraseggio sintetico, la voce robotica, una bassline più adatta a Gary Numan che ad un paesino di provincia mi entusiasmarono oltre misura. Sopporta benissimo ancora oggi la sua costruzione armonica, e sono certo che farebbe un figurone se qualcuno volesse riprenderla in mano per atomizzarla nel dancefloor. Solo i La Bionda di I Wanna Be Your Lover avevano osato tanto, fino a quel momento (appurato che i Krisma giocavano in un altro campionato) e il bello è che ne ero consapevole. L’ascolto di Circus – anni dopo – mi deluse, adagiato com’era in una rassicurante poltiglia italo abbastanza di maniera ma non priva di guizzi fuori dal comune, con una versione di Lemonsweet messa ad inizio disco alla quale erano state eviscerate tutte le asperità che la rendevano grande. E poi Little Ladies ad oscillare tra i Fleetwood Mac, Lene Lovich e un ritornello da indie pop scozzese o Circus Is Gone a giocarsi l’asso della ballata da Discoring. Dirty Love ci riporta al Danceteria con un funk giocoso che ben sarebbe stato in mano agli A Certain Ratio di mezzo. Qui la conturbante noncuranza di Ann O’ Rak si supera nel suo svogliato declamare. No Toys (anche su singolo) è un disperato erotico stomp che anticipa Madonna, Lizzy Mercier Descloux, le Waitresses e le Bananarama degli esordi. New York come se piovesse. Sublime. E ancora For Your Pleasure, dal quale i Freeez prenderanno scrupolosa nota. Svisate di synth e un afflato da hip hop newyorchese con contemporaneo mercimonio di fiati alla James Chance. Ma la vera bomba – che da sola giustificherebbe l’acquisto – è la reprise di Lemonsweet, sei minuti e venti secondi di avanguardia dance. La nostra Blue Monday al cren, la nostra I Feel Love ai sottaceti, la nostra Born Slippy all’amatriciana dove pulsano synth lungo tutti i cursori del mixer, dove il canto si sdoppia in un dub sprezzante, dove le chitarre sembrano prese di peso dagli Ultravox e lasciate volutamente sullo sfondo, dove il 4/4 non cambia mai e proprio per quello rota e garrota come un derviscio prima che la Ann scivoli in un delirio di voci alcoliche. Indispensabile, almeno per chi scrive. Dopo 37 anni Lemonsweet rimane una necessità nascosta della dance italiana, al pari di Zanzibar di Helen (riscopritelo, magari nell’Afro Mix, o datelo in mano a Weatherall) o quel funkone incidentalmente appoggiato sotto l’ugola di Patrizia Pellegrino intitolato Automaticamore. Giostre, vino rosso e pesce fritto ma si faceva la storia.

Circus era e rimane esattamente come quel periodo storico, dove i cocktail in provincia non esistevano ma si faceva necessità virtute mescolando birra e Mistrà; dove l’Amaro Cora e una bottiglia d’anice erano il massimo al quale si poteva aspirare (mai termine fu più consono). La macelleria era il centro di controllo di tutto quel bailamme che – per 5 giorni l’anno – pareva il nostro giorno del ringraziamento. Centro del paese bloccato h24, stoccafissi messi ad asciugare in strada assieme a barili di olive e pentoloni di trippa. Il tagadà mandava un esemplare umano l’anno in ospedale per lesione lombare; gli autoscontri creavano coppie e risse improbabili; il punching ball metteva in risalto muscoli, feromoni e mercanzia assortita mentre il prete (vero Deus Ex Machina della situazione) benediceva tutto e tutti dall’alto, tra un Pater e due fogli da 50.000. Le ragazze le potevi approcciare sotto il baraccone d’alluminio della pesca di beneficenza, territorio neutro al quale i genitori delegavano il virginale candore delle figlie; le chewing gum cominciavano ad essere al gusto di cannella (quel sottile senso dell’esotico che stava per colonizzarci) e i jeans dovevano essere strettamente di marca Ball per non venir espulsi da quell’impeto di energia centripeta. Un anno arrivò anche la ruota panoramica a destabilizzarci; venne eretta di fianco al municipio e dev’essere stato proprio l’anno di Lemonsweet. Ci si dava appuntamento telepatico su qualche scalino della piazza o in qualche remoto angolo di bar a qualsiasi ora, certi di veder passare conoscenti che, negli altri 360 giorni dell’anno, si nascondevano alla nostra vista per i motivi più improbabili. Dalla vergogna allo studio. Non vi erano orari di rientro in quei 5 giorni di esperimento sociologico che pareva coreografato dal Mago Otelma o il colonnello Kurtz. L’anarchia era reale e arrivava con le carovane, i juke box, le MS e le arachidi tostate. Una fatica immane, credetemi. Ma in tutto questo puzzolente miscuglio di consuetudini e fissazioni cripto-medievali i cittadini mai si sarebbero azzardati ad entrare. Allora sì sarebbe stata vera bagarre.

Il tubo non ha una versione decente che sia una, ergo cliccate qui per ascoltare la stupefacente versione del singolo.
https://www.musiqueapproximative.net/post/bagarre-lemonsweet?random=0&fbclid=IwAR3GTYEbLgE01FIrffNf3F_qtjWmNe9jqy7Mx0NwPw_jSVO7KHsH-aAJefA

Michele Benetello